Rabid

Regia – Jen Soska, Sylvia Soska (2019)

Come sapete, io non sono propriamente un’entusiasta cultista del cinema di Cronenberg: non è che non mi piace, semplicemente non nutro nei suoi confronti la venerazione che molti nutrono. Apprezzo molti suoi film, altri mi lasciano un po’ indifferente e di sicuro preferisco la sua carriera degli anni ’70, quando era considerato un regista di serie B da guardare con un certo sussiego, quando non con malcelato disprezzo, quando associare la parola autore al suo nome scatenava le più matte risate, quando il regista era costretto a chiudersi in casa perché lo insultavano per aver sprecato i soldi pubblici in Shivers.
Insieme a Brood, che rimane (a mio modesto parere, non vogliatemene) il suo horror migliore, uno dei film del canadese pazzo che ha sempre suscitato in me tanto amore è proprio Rabid, uscito nel 1977, ossia la bellezza di 42 anni fa. È film molto semplice, molto brutale e anche molto lineare. Privo di qualsivoglia forma di approfondimento psicologico sui personaggi, rielabora il tema del vampirismo, e del contagio a esso legato, alla luce di elementi che, per gli anni ’70, erano di pura fantascienza. Alla fine, ci si divertiva un sacco a vedere le gesta di questo parassita ascellare e di questa povera ragazza, vittima di un incidente stradale, che si trasformava in un predatore prima, e nel principale focolaio di un’epidemia poi. La cosa più efficace, sempre secondo il mio modesto parere, era la noncuranza con cui il film si liberava della sua protagonista, nel finale, caricata su un camion della spazzatura come se fosse un oggetto di cui disfarsi.

Sapete invece chi sono due entusiaste cultiste di Cronenberg? Le sorelle Soska, canadesi come lui e pioniere della new wave di registe horror che ha cambiato la faccia al genere nell’ultimo decennio. Le due gemelle, classe 1983, dopo un esordio folgorante nel 2011 con American Mary, si erano un po’ perse per strada e sembravano essersi relegate da sole al ruolo di madrine un po’ svitate dell’horror indipendente del loro paese. Quando è arrivata la notizia che avrebbero diretto il remake di Rabid, ho subito pensato che fosse la mossa giusta per loro, se non altro per tornare a lavorare su un progetto importante: è la classica operazione da cui o esci con una vittoria schiacciante o con tutte le ossa rotte; è rischiosa, ma anche molto audace, ed è anche naturale che, prima o poi, chi aspira a essere il futuro del cinema dell’orrore canadese finisca per confrontarsi con Cronenberg.
Ora, questa versione 2019 di Rabid pulsa di profonda venerazione nei confronti dell’originale e, al tempo stesso, si concede di prendersi la sua indipendenza rispetto al prototipo, portando la vicenda nel XXI secolo ed esplorando tematiche più adatte ai tempi in cui viviamo. È anche (e c’era da aspettarselo) estremamente più violenta ed esplicita del film di Cronenberg, anche se più pulita da un punto di vista estetico, più sotto controllo. Le manca la furia distruttiva tipica del cinema anni ’70, ma compensa con un maggiore respiro e più spazio al personaggio principale e alle sue motivazioni.

Quelli bravi direbbero che Rabid è, in larga parte, un character study, il ritratto di una giovane donna che arriva a scoprire la sua vera natura tramite un trauma, fisico e psicologico: Rose (Laura Vandervoot, ovvero la Supergirl di Smalville) è una ragazza timida e riservata, vittima di continue vessazioni sul lavoro, oggetto di scherno dal suo capo (un famoso stilista) e col complesso del mostro causato da una cicatrice sulla faccia rimediata in un vecchio incidente in cui ha perso la vita tutta la sua famiglia. Sfiga vuole che, dopo un alterco con la sua migliore amica, Rose salga sul motorino incazzata nera e finisca dritta sotto una macchina. Questo secondo incidente la lascia sfigurata in maniera atroce, e già qui possiamo vedere all’opera alcuni degli effetti speciali di trucco migliori dell’anno, realizzati da Graham Chivers e Jeff Derushie, che non sono proprio gli ultimi arrivati, e la loro presenza sta a significare che, dietro Rabid, c’è un considerevole sforzo produttivo.
Rose trova su internet lo spot di una strana clinica che, tra una farneticazione sul postumanesimo e l’altra, garantisce, grazie alla chirurgia sperimentale e all’uso di cellule staminali, di poter risolvere i suoi problemi: la operano, il suo volto torna splendido (ma senza neanche le tracce dell’incidente che aveva da bambina), e anche sul lavoro comincia ad andare tutto molto meglio. La sola controindicazione è rappresentata da allucinazioni vividissime e da un cambiamento inatteso nelle abitudini alimentari di Rose.

Il resto della trama dovreste già conoscerlo: Rose se ne va in giro a succhiare il sangue al prossimo, infettando le sue vittime con un virus che, in breve tempo, diventa incontenibile. I contagiati sembrano aver contratto una forma molto aggressiva di rabbia che li riduce a un micidiale mix tra vampiri potenziati e zombie classici.
La differenza principale tra il film di Cronenberg e quello delle Soska è che lì Marilyn Chambers era del tutto consapevole di ciò che era diventata e, da un certo punto in poi, ci provava anche gusto; qui, Rose non riesce a capire fino ai minuti finali se le sue scorribande alla ricerca di sangue siano solo frutto di allucinazione dovute ai farmaci che le sono stati prescritti o se sia tutto vero. Le Soska hanno preferito (ed è una scelta su cui mi sento di concordare) lasciare intatta l’innocenza di Rose, affinché il suo sviluppo psicologico fosse credibile, e perché così noi ci troviamo più “dentro” al film, condividendo il suo punto di vista e schierandoci al suo fianco.
C’è tuttavia anche un’altra ragione, forse ancora più profonda, legata a questa scelta, che ha persino più a che fare con Cronenberg di un qualsiasi remake fotocopia: Rose, lo abbiamo detto prima, è una ragazza insicura, timida, una vittima designata in un ambiente competitivo come quello della moda; il suo sogno è di diventare una stilista, perché “i vestiti sono come un’armatura”; nel mentre, il suo insopportabile capo, sta per fare uscire una collezione, con annessa sfilata, che punta a portare alla luce il lato oscuro dell’animo umano.

E il lato oscuro arriva davvero, si abbatte come un cataclisma sulla sfilata, sfugge al controllo che quell’idiota borioso dello stilista vorrebbe esercitare su di esso, rinchiudendolo (appunto) in delle armature da piazzare in passerella addosso a delle modelle dal fisico e dal volto perfetti, e irrompe dal corpo mutato di Rose per spazzare via ogni cosa.
Se negli anni ’70 la repressione di natura sessuale era all’origine dell’ossessione di Cronenberg per il body horror, oggi quella stessa repressione ha cambiato faccia, ha subito, anche lei, una mutazione e si trova in altri contesti. Per buttarla giù il più semplice possibile (che mi sto incartando pure io) il regime ferreo cui sottoponiamo i nostri corpi, per adeguarli a standard imposti dall’alto è il vero nocciolo di questo remake.
Ed è sempre molto interessante come una storia (una storia horror in particolare) si possa adattare a ogni tipo di società, come una struttura possa essere buona negli anni ’70 e quasi negli anni ’20 del secolo successivo, modificando giusto il contesto e lavorando un po’ sull’introspezione.
Se esistesse il manuale del buon remake, rispettoso, ma anche intelligentemente traditore, Rabid 2019 potrebbe occuparne cinque o sei capitoli.
E brave le mie gemelline.

5 commenti

  1. Luca Bardovagni · ·

    Interessante. Davvero.Io ho sempre pensato che Carpenter (aka Dio) e Cronenberg -nell’83 se non sbaglio- si fossero scambiati i film :una macchina che uccide? Lascialo a David. Sensitivo dropout sottilmente anarchico uscito da coma? Bel personaggio per John. Ed ho comunque amato La Zona Morta.Che dire? Cronenberg in qualche modo ha sempre fatto satira sociale. Nei suoi (bei) film anni ’70 e primi ’80 anche a grana grossa. John è su un livello diverso. Anche se a un livello superficiale gioca quasi sul fumetto. Ma questo è lasciato al grado di sensibilità dello spettatore. Conosco piuttosto bene il cinema di Crinenberg se non altro perchè aiutai un’amica a farci una tesi di laurea, qualche lustro fa. Infarcita di “Ghezzate” (robe alla Ghezzi) in cui non sapevo dove andare a parare e tiravo arcobaleni di fuffa. Funzionò , le diedero della cinefila e prese una barcata di punti per ‘sta cosa “di ricerca”. (Non intendo minimamente togliere meriti a lei. Anzi, conosceva e amava davvero il cinema del Canadese. Ironicamente la commissione andò in sollucchero più per i miei pezzi fuffosi che per le parti di analisi rigorosa e piena di affetto).
    Bhe, quella volta con Rabid comunque Cronenberg ci diceva qualcosa sulla nostra società, su cosa stavamo diventando. Felice che anche le Sisters Koska, a modo loro facciano la stessa cosa.
    Un’ultima cosa: tutti pensano che la transizione di Croneberg dal cosiddetto “body horror” a qualcos’altro sia stato History of violence. Fu Spider.
    Leggendoti ho nasato questo tuo non-entusiasmo per Cronenberg.
    Io pure non lo considero tra i “grandi-grandi-grandi”, ma mi piacerbbe sapere cosa ti convince meno.

    1. Mi convince meno, rispetto ad altri registi della sua generazione, il distacco clinico con cui racconta i suoi personaggi.
      E infatti, anche io apprezzo parecchio La Zona Morta, perché è evidentemente un film in cui è stato costretto ad avere una certa vicinanza con il protagonista.
      Nei film, chiamiamoli così, su commissione, è un regista molto più empatico.
      E poi una cosa che non ho mai digerito molto di lui, è stato il rinnegare il suo passato da regista horror, per dedicarsi una carriera che, a parte A History of Violence, non mi pare sia poi così riuscita.

      1. Giuseppe · ·

        Di mio, a questa sua carriera successiva, aggiungerei anche La promessa dell’assassino ma il discorso di fondo rimane lo stesso: se si escludono questi due thriller/noir di livello, il Cronenberg più autentico rimane ancora quello precedente alla svolta “spideriana” del 2002, sia nei suoi film più distaccati che in quelli più empatici (come, appunto, La Zona Morta o lo splendido remake de “La Mosca”).
        C’è da sperare che torni sui propri passi, perché l’aver accantonato l’horror per -presumibilmente- entrare nel salotto buono degli autori (lui che, tra l’altro, nel proprio genere già aveva dimostrato di esserlo, autore) si sta dimostrando essere una strada non proprio suscettibile di futuri radiosi, anzi. A maggior ragione, quindi, delle vere fan quali sono le sorelle Soska non potevano che rifarsi (reinterpretando/aggiornando il giusto) agli anni migliori di Cronenberg e con Rabid, che di quegli anni fa parte,hanno dimostrato di saper scegliere…

  2. Interessante, lo metto in lista, anche se ho visto il trailer e…non mi ha convinto molto.
    Sembra piu’ un prodotto destinato al circuito home-video.

    Guardatevi invece una serie-tv che ho scoperto da poco, Servant (2019) ben recitata e veramente inquietante, il primo episodio diretto da M. Night Shyamalan.
    Spero Lucia faccia una recensione.

  3. Io Cronenberg continuo ancora ad amarlo, non gli perdono solo A Dangerous Method. Rabid è uno dei suoi film più fighi, tra l’altro. Per cui penso che guarderò questo remake, sperando come hai scritto tu che le registe abbiano comunque rispettato il modello di riferimento.

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