In Fabric

Regia – Peter Strickland (2018)

Vi avviso che settembre sarà un mese pieno di film importanti: saranno molti, non so se riuscirò a stare dietro a tutti e, ancora più difficile, recensirli tutti, ma ci proverò, anche perché è un attimo che ci troviamo in pieno Halloween, festività che, come tutti sanno, comincia a fine agosto.
Il primo di questa sfilza di film che ci attendono è la nuova opera di Strickland, arrivata a quasi cinque anni di distanza da The Duke of Burgundy, ed ennesima perla in un filmografia dai tratti peculiarissimi. Non ho mai parlato in maniera approfondita di Strickland qui sul blog, e il motivo è che mi è sempre mancato il coraggio di farlo; non mi sentivo all’altezza di affrontare questo autore che si è sempre mosso ai margini del genere horror e, se viene ascritto al nutrito gruppo di registi horror britannici, è solo perché non si sa bene dove collocarlo. Troppo unico, troppo sfuggente, troppo al di fuori di codici e regole di genere, troppo personale.
Però è una barriera, quella del cinema di Strickland, che prima o poi avrei dovuto infrangere. Ed eccomi qui, a parlare del suo film meno accessibile, tanto perché se non mi complico la vita non sono contenta.

A una prima lettura, In Fabric è una ghost story, anzi no, è la storia di un oggetto maledetto, forse posseduto da un fantasma, forse no. L’oggetto in questione è un vestito rosso che porta sfortuna a chi lo acquista e lo indossa.
Una trama da B movie per un film d’arte che se ne frega della stessa struttura che si è scelto e diventa cinema allegorico. Ed è qui che le cose si fanno più incasinate del previsto, perché Strickland è considerato da più parti un replicante dell’estetica dell’horror europeo anni ’60 e ’70, di cui, è vero, si è appropriato a partire dai colori, passando per le angolazioni della MdP, fino ad arrivare a scenografie e arredamento, e al di là del dato puramente esteriore, la dichiarazione a priori della finzione scenica, il rifiuto quindi di una qualunque aderenza al realismo, per ambientare le proprie storie in un universo che è programmaticamente fantastico.
Ma, al di là dell’affetto per e dello studio approfondito di un certo tipo di cinema (Bava, Argento, la Amicus, ma anche Rollin e Franco), Strickland ha sempre avuto altri piani; la differenza tra lui e il duo di Amer è tutta nel modo in cui ci si pone nei confronti di quel cinema, se lo si consideri un punto di partenza o un punto di arrivo.
Per Strickland è un punto di partenza, una base da cui partire per costruire la sua visione personale, un punto da cui far partire lo sguardo e farlo spaziare nella contemporaneità.

In Fabric è, a tutti gli effetti, una commedia messa in scena con gusto retrò, con lo stile di un Giallo e con la struttura di un film a episodi della Amicus: l’abito protagonista passa infatti da un personaggio all’altro, creando due storie distinte e separate, ma con una cornice in comune, anzi due: due ambientazioni che si potrebbero entrambe definire non-luoghi: un negozio di abbigliamento nel periodo dei saldi e gli uffici di una banca, come se, per una volta tanto, Strickland abbia voluto inserire nel suo film un gancio alla realtà di tutti i giorni, non proprio realismo, ché quello è rigettato a prescindere; piuttosto un qualcosa che al pubblico possa essere familiare, ma comunque distorta e deformata dall’allegoria.
Anche i personaggi principali, le vittime del vestito, dei due segmenti narrativi del film sono presentati come assolutamente normali: abbiamo da un lato una donna sulla cinquantina, da poco separata e con figlio a carico (straordinaria Marianne Jean-Baptiste), e dall’altro una coppia di giovani sposi della piccolissima borghesia.
C’è anche un significativo scarto temporale tra le due storie, anche se non è specificato con chiarezza: mentre il primo sembra svolgersi negli anni ’70, alcuni dettagli scenografici del secondo indicano un’appartenenza al nostro presente.
Eppure il negozio di vestiti, la banca, e i rispettivi proprietari e dirigenti non cambiano, restano immutati, quasi che gli anni non siano in grado di scalfire questi due templi e i loro sacerdoti.

I personaggi, in particolare Sheila, che domina la prima parte del film, si muovono sempre più spaesati in una realtà che ha un qualcosa di profondamente anomalo. La banale normalità di Sheila in netto contrasto con l’assurdità del contesto scatena l’effetto comico, fortissimo nei dialoghi, studiati appositamente per far sentire lo spettatore a disagio e fuori posto, e allo stesso tempo stranamente divertito, proprio a causa della realtà (una realtà tutta di questo secolo) che fa capolino alle spalle dell’assurdo.
In questo modo, il soprannaturale, di cui Strickland non spiega le ragioni (anzi, se ne guarda bene) è la diretta conseguenza dell’orrore del nostro vivere: cosa c’è di più orribile, in effetti, di una banca e di un negozio di abiti femminili in saldo, che tutti i giorni viene preso d’assalto da gruppi di persone molto, troppo simili agli zombie di Romero?
In fin dei conti, In Fabric è una gigantesca satira non tanto del consumismo, ma del potere, sia esso economico, sia esso la dittatura che esercita sui nostri corpi l’imposizione di determinati modelli estetici. Non è un caso se il veicolo del soprannaturale è un capo di abbigliamento bello e costoso, di taglia 36.

Bisogna guardarlo con attenzione, il film, stando attenti ai dettagli, non soltanto per cogliere le numerose citazioni a quel cinema di genere europeo di cui sto cianciando da ore, ma anche per riconoscere i bersagli verso cui Strickland si scaglia, bisogna navigare tra sequenze dall’impianto weird, tra riti esoterici compiuti su manichini che, all’improvviso, cominciano ad avere le mestruazioni, tra sogni bizzarri, tra scambi di battute che sembrano prese di peso da qualche manuale motivazionale tanto in voga oggi.
È un film claustrofobico e chiuso, quasi del tutto girato in interni, quasi sempre ambientato nelle ore notturne, un film artificioso come un tableau vivant.
Ma del resto l’artificiosità è un tratto distintivo del cinema di Strickland sin dall’esordio.
Se prima ho parlato di opera poco accessibile è perché In Fabric è un film che chiede tanto, ma restituisce in cambio almeno il doppio.
Logico che, se cercate un horror passatempo (e non c’è nulla di male, sia chiaro), non è il film che fa per voi, ma se al contrario avete bisogno di un film affascinante, fuori dagli schemi, cerebrale e sofisticato, allora fatevi coraggio ed entrate  in questo mondo così avulso dalla realtà e allo stesso tempo così nostro, e rimarrete anche voi catturati dal tessuto rosso dell’abito assassino, come fosse una rete che vi imprigiona poco a poco.

8 commenti

  1. Questo sì che sembra un filmone! Strickland è un regista di cui ho sentito parlare bene ma di cui ancora non ho visto nulla (mea culpa) e che vorrei recuperare assolutamente. Questo In Fabric mi ha molto colpito e sicuramente lo vedrò.

    1. Io ti consiglierei di cominciare con Berberian Sound Studio, come un antipasto per ammorbidire l’impatto con Strickland, che può anche risultare abbastanza respingente, se cominci con In Fabric!

      1. Grazie mille per il consiglio. Lo recupererò.

  2. Blissard · ·

    L’ho visto anch’io e ho avuto le stesse difficoltà a scriverne una breve recensione (se ti interessa, è qui, al n. 18: https://rateyourmusic.com/list/Blissard/film-2018/).
    E’ un film respingente che stava per causarmi un abbiocco clamoroso, però è denso, affascinante, anomalo, coraggioso. E poi c’ho trovato un sottotesto politico non banale di questi tempi.

    1. Sono assolutamente d’accordo con quello che hai scritto: In Fabric è un film politico, e basta vedere i dialoghi assurdi con i due tizi della banca per rendersi conto di quanto, seppur cristallizzato in un contesto apparentemente atemporale, sia profondamente radicato nella nostra epoca.

  3. Giuseppe · ·

    In effetti Strickland non è proprio regista facile da classificare, al di là di attribuzioni e ascrizioni schematiche (come appunto quella che lo colloca nel gruppo dei registi horror britannici), dimostrandolo pienamente anche in questa sua ultima e attesa fatica cinematografica. L’espediente del vestito rosso, tra l’altro, mi ricorda alla lontana un episodio della serie tv The Hunger (con le brillanti e sarcastiche introduzioni/conclusioni di Terence Stamp e David Bowie ad accompagnare ogni singola storia), omonima del film di Tony Scott e prodotta da lui stesso insieme al fratello Ridley: nemmeno lì l’abito malefico faceva la fortuna di chi lo indossava…

    1. Ecco, tu pensa che io la serie di The Hunger ancora non sono riuscita a vederla (lo so, mea culpa 😀 ) e non sapevo che ci fosse di mezzo un vestito “posseduto”!

      1. Giuseppe · ·

        Signora mia, ci son qui io per informarla, no?😉

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