40 Anni Come me: Coma

 Regia – Michael Crichton (1978)

I bei tempi in cui Coma veniva trasmesso almeno un paio di volte l’anno in televisione sono ormai perduti nelle pieghe del passato e quella ragazzina che lo registrava su una videocassetta con tutte le interruzioni pubblicitarie, ha la stessa età del film.
Crichton ci ha lasciati nel 2008 (ci credete che sono già passati dieci anni?) e in tv ora impazza Westworld, una serie che, per dire male quello che Crichton aveva detto in un solo film, ci ha messo due stagioni. La cosa divertente è che al Westworld di Crichton non ci pensa più nessuno, e nessuno o quasi si ricorda di questo gioiello di medical thriller a base di paranoia che mette al centro della trama, cosa rarissima all’epoca, un personaggio femminile a caricarsi sulle spalle l’intero svolgimento del film.
Il romanzo omonimo di Robin Cook (amico e collega di Crichton) da cui Coma è tratto esce nel 1977, ma la MGM ne aveva già acquistati i diritti ancora prima che arrivasse nelle librerie. Con 400 milioni di copie vendute, Coma si rivela un successo straordinario e Crichton, a cinque anni di distanza da Westworld, ci tiene particolarmente a dirigerlo.
C’è un fatto abbastanza divertente legato allo sviluppo del progetto: la MGM era intenzionata a cambiare sesso alla protagonista e ad affidare il ruolo a Paul Newman, perché i capoccia dello studio erano convinti che un film con una donna a reggerne la struttura non sarebbe stato in grado di portare pubblico in sala; Crichton minaccia di mandare tutto all’aria e, per fortuna, viene scritturata l’attrice franco-canadese Geneviève Bujold. Accanto a lei, un quasi esordiente Michael Douglas.

Nel prestigioso ospedale Boston Memorial, alcuni pazienti perfettamente sani finiscono in coma irreversibile con morte cerebrale durante operazioni di routine; queste persone non hanno niente in comune e, nel corso degli interventi, tutto fila liscio, fino a quando al momento di uscire dall’anestesia, i pazienti non si svegliano più. Ad accorgersi di queste anomalie è il giovane chirurgo Susan Wheeler, che comincia a indagare da sola, in mezzo all’ostilità dei suoi colleghi, perché nessuno le crede o pensa anche lontanamente di darle retta.
Come dicevamo prima, è un film sulla paranoia, sul terrore di non essere ascoltati. Il fatto che Susan sia una donna immersa in un ambiente tutto maschile accentua questo aspetto del film e, quarant’anni dopo la sua uscita in sala, lo rende ancora molto attuale, forse anche più di allora.
Soprattutto, è il modo in cui il personaggio di Susan è scritto a essere sorprendente, perché si tratta di una donna che non fa niente per risultare simpatica al pubblico o per farsi benvolere e il fatto che abbia ragione, che ci sia effettivamente una cospirazione intorno ai pazienti finiti in coma al Memorial, la rende ancora più efficace, considerando che tutti quelli che la circondano la trattano con una sufficienza imbarazzante: dopotutto, è solo una femmina, cosa volete che ne sappia lei?

Abbiamo quindi il progressivo isolamento di Susan, dai suoi colleghi e anche dal medico con cui ha una relazione (Michael Douglas), isolamento che pare interrompersi non appena Susan rientra nei ranghi della normalità, di quello che ci si aspetta da lei: quando scoppia a piangere di fronte al primario dell’ospedale (il grande Richard Widmark) o quando, finalmente, sembra farla finita con queste sciocchezze da donnetta isterica e se ne va per un fine settimana al mare con Douglas; insomma, quando i maschi la rimettono al posto che le compete, Susan viene accettata, ma non appena pone dei dubbi sulla struttura sociale dell’ospedale, ecco che torna a essere l’isterica noiosa a cui non è necessario prestare ascolto. È una dinamica molto sottile, e anche molto ben gestita, così tanto che finiamo anche noi per dubitare di lei, anche perché Susan è un carattere spigoloso e difficile, poco accondiscendente, poco “femminile” nel senso hollywoodiamo del termine, se capite cosa intendo.

E infatti, la cifra principale della vicenda di Susan è la solitudine: la sua migliore amica va in coma e muore dopo pochi minuti di film, il suo compagno pensa che non ci stia tanto con la testa fino all’ultimo istante; da sola deve fuggire da un killer nell’ospedale in cui lavora, e da sola si ritrova a scoprire la cospirazione all’origine dei misteriosi coma al Memorial.
Che è un bel colpo di scena atto a tramutare un semplice thriller ospedaliero in un film di fantascienza: è interessante come l’estetica del film muti e si trasformi nel momento in cui entriamo nella struttura che ospita i pazienti in stato di coma irreversibile, un’iconografia, quella dei corpi fluttuanti appesi ai cavi, che è entrata a far parte dell’immaginario collettivo, anche se il film è caduto nell’oblio.
Crichton, un regista classico, molto attento al racconto, non ha particolari guizzi stilistici con cui farsi notare, ma con una sola idea visiva, potentissima, stravolge le aspettative dello spettatore e scaraventa Coma in un altro territorio, facendolo entrare di diritto tra le pietre miliari della sf anni ’70.

L’impianto è quello del tipico thriller complottista dell’epoca, un filone con una grande fortuna che annovera una serie di ottimi film dove un singolo individuo se la deve vedere con un ingranaggio molto più grande di lui; un po’ fantapolitica, un po’ storie di spionaggio, questi film (un esempio valido per tutti è I Tre Giorni del Condor) riflettevano le ansie e le paranoie dei tempi. Ma Coma si distingue dal mucchio, e per la scelta quasi rivoluzionaria di far recitare il ruolo dell’eroe consapevole a un personaggio femminile, e per la capacità di mutare pelle e cambiare genere.
È vero che i personaggi femminili non erano affatto nuovi a situazioni di isolamento e paranoia: Rosemary’s Baby e la Fabbrica delle Mogli sono lì a dimostrarlo; la differenza rispetto a Coma è l’abbandono della dimensione intima, introspettiva, e un approccio più freddo e asettico, che lascia poco spazio all’emotività.

Poi sì, alla fine il maschio deve per forza giocare la parte dell’eroe, che capisce tutto in extremis e salva la fanciulla in pericolo, e infatti il finale è forse la parte più debole del film, quella in cui si ristabilisce l’ordine naturale delle cose. Ma, nel frattempo, abbiamo visto Susan scaraventare un mucchio di cadaveri addosso al suo inseguitore, l’abbiamo vista arrampicarsi e strisciare nei condotti di areazione, fuggire sul tetto di un’ambulanza aggrappata al lampeggiante; l’abbiamo vista avere ragione contro tutto e tutti e, anche se negli ultimi dieci minuti di Coma, torna a essere una vittima impotente, tutto quello che ha combinato nell’ora e mezza precedente non passa di certo inosservato.
Invecchiato benissimo (a parte alcuni aspetti medici un po’ datati, ma la colpa non è certo del film), Coma è un valido esempio della libertà creativa di cui godevano i registi negli anni ’70 e, se lo guardate con attenzione, capirete quanto quel decennio sia una faccenda irripetibile.
Di Coma esiste un rifacimento televisivo in due episodi, prodotto dai fratelli Scott  nel 2012: da alcuni punti di vista, è molto più fedele al romanzo di quanto non lo sia il film di Crichton, che ha tagliato parecchie cose e sottotrame, ma è anche di una durata elefantiaca e di una lentezza esasperante. La segnalo perché è l’ultimo lavoro cui ha partecipato Tony, morto poche settimane prima della messa in onda. Ciao, Tony. Ci manchi, sempre.

5 commenti

  1. Lo vidi in tv anni fa, ad ora di pranzo (neanche in seconda serata, giusto per non farlo vedere a nessuno), forse su rete 4. Mi ricordo il forte senso di paranoia e impotenza che trasmetteva. Poi mi piaceva il fatto che ci fosse Crichton alla regia!
    Ricordo una frase di Dallas alla Bujold, che diceva circa così: “Tu non vuoi un compagno, vuoi una moglie!”. A dimostrazione del carattere forte di Susan 😄

    1. Rete 4 era la casa di Coma Profondo 😀 Passava sempre su quella rete.
      C’era anche la battuta: “Prenditela da solo, la tua birra!”

  2. Giuseppe · ·

    Ah, quei bei tempi da doppia (quando non si arrivava addirittura a fare tripletta) programmazione l’anno li ho vissuti anch’io, e con la tua impeccabile recensione mi ci hai riportato 😉
    Un ottimo e purtroppo quasi dimenticato Crichton, questo, coadiuvato da un’eccellente Geneviève Bujold il cui personaggio poteva benissimo reggere anche tutta la parte finale, se solo non avessero deciso di “sacrificarla” in favore dell’improvvisato eroe (maschio) di turno… a proposito, oltre a Michael Douglas ricordo -non nel personale medico ma fra gli sfortunati pazienti- un altrettanto giovane Tom Selleck.
    P.S. Coma Profondo ha avuto l’onore di venir omaggiato in un Dylan Dog degli anni d’oro, il n. 66 dal titolo “Partita con la Morte” 😉

    1. Sì, Tom Selleck fa la seconda vittima e poi lo ritroviamo bello sventrato su un tavolo operatorio quando Susan va a esplorare la struttura che ospita i pazienti in coma.
      Uno dei suoi primissimi ruoli.
      Se ci fai attenzione, a interpretare un patologo, c’è anche un giovane Ed Harris!

      1. Giuseppe · ·

        Vero (se non ricordo male, aveva esordito nel cinema proprio con questa piccola parte)!

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