Pillole per il rientro

L’estate è andata un po’ di merda da queste parti, ma ciò non mi ha impedito di vedere un sacco di film. Anzi, semmai, è proprio il fatto che sia andata di merda ad avermi consentito di vedere un sacco di film. E tuttavia, la sfiga che ha caratterizzato questa bella stagione 2018, ha anche voluto che da salvare ce ne fossero davvero pochi, giusto tre, e nessuno di essi da mettersi a saltare per l’entusiasmo. In un caso, si è anche trattata di una mezza delusione, ma con tante attenuanti, quindi mi è comunque sembrato giusto parlarne qui. Procediamo tuttavia con ordine e iniziamo, come sempre, col meno interessante del terzetto che andrò a presentarvi.

Quando un film Blumhouse esce direttamente in VOD, c’è sempre qualcosa che è andato storto, perché Jason Blum lo conosciamo tutti e sappiamo che il produttore è in grado di far distribuire in sala, accanto alle punte di diamante della sua scuderia, anche le cose più impresentabili, come il recente Truth or Dare. Ora, che un imbarazzo cinematografico come quello appena menzionato abbia visto le sale cinematografiche, mentre il dignitoso e in parte anche pregevole film di Akiva Goldsman sia stato relegato a una release di secondo piano, è un bel mistero, per la sottoscritta. Di sicuro Stephanie è un film un po’ diverso dal prodotto medio estivo che annualmente la Blumhouse caccia fuori, tra un blockbuster e l’altro: è un po’ più posato e maturo, anche se la protagonista è una bambina sui sei anni; ha inoltre un cast di adulti di una certa importanza, la presenza fissa in casa Blum Frank Grillo, e la vecchia conoscenza dai tempi di Fringe di Goldsman, Anna Torv. Parla di una ragazzina abbandonata dai genitori che vive da sola in una grande casa, con il cadavere del fratello maggiore e una minacciosa presenza che la segue e la spia. Un po’ horror pandemico e apocalittico, un po’ fantascienza, Stephanie si lascia guardare soprattutto nella prima parte, quando la bimba (bravissima e già attrice consumata Shree Crooks) si carica il film sulle spalle e se lo porta a spasso in totale solitudine. Perde un po’ di mordente quando arrivano i grandi, non perché i due attori non siano bravi, ma perché la soluzione del mistero è un briciolo prevedibile, e anche resa in maniera un po’ sciatta. Ha comunque qualche ottima idea e qualche momento di atmosfera, per cui, in questo momento in cui c’è penuria di horror, potete dedicare alla piccola Stephanie un’oretta e mezza senza troppi problemi.

Veniamo al nostro caro amico (sarcarmo) Leigh Whannell, quel tizio che scrive, dirige e recita senza saper fare nessuna delle tre cose, solo perché ha avuto la fortuna di essere compagno di banco di James Wan (era quello che gli copiava i compiti in classe). Alla sua terza prova dietro la macchina da presa, Whannell lascia l’eredità di Wan e si dedica a un progetto che non è né un sequel di Saw né di Insidious, per dimostrare di potercela fare anche da solo e uscire dall’ombra del più famoso e dotato collega.
La verità, a prescindere dalla forte antipatia personale che provo nei confronti del suo regista, è che Upgrade non è niente male: è un B movie anni ’90 privo della seppur minima pretesa, un incrocio tra Il Corvo e Robocop, e così tecnofobico da far sembrare Black Mirror scritto da un consesso di scienziati illuminati.
Il meccanico Grey (Logan Marshall-Green) viene aggredito da un gruppo di teppisti insieme a sua moglie; lei ci lascia le penne, mentre lui rimane paralizzato. Pochi mesi dopo il fattaccio, gli impiantano un chip sperimentale in grado di farlo tornare a camminare. Peccato che Stem (questo il nome del chip) sia anche un’intelligenza artificiale dotata di coscienza e libero arbitrio, nonché di istinto omicida. E così Grey si imbarcherà alla ricerca degli assassini di sua moglie, aiutato da Stem, finendo per scoprire un’enorme cospirazione.
Niente di nuovo sotto il sole, ma ben curato e molto divertente. Whannel gira da psicopatico tarantolato, come suo solito, ma almeno in questa circostanza, il suo stile è funzionale alla narrazione. In più, quando Stem entra in controllo del corpo di Grey e lo trasforma in una macchina da guerra, il sangue scorre a fiumi e le ossa si rompono che è un piacere. Anche qui c’è lo zampino di Jason Blum alla produzione, sempre nei nostri cuori.

È il momento della mezza delusione annunciata in apertura del post: Summer of 84 è il nuovo film del collettivo di registi RKSS, ovvero quelli che nel 2015 ci hanno regalato Turbo Kid. Le aspettative erano molto alte e sono state, in parte disattese, ma non credo sia giusto bollare Summer of 84 come un fallimento, perché non lo è, anzi. Forse siamo solo arrivati a quella saturazione per le storie di ragazzini in bicicletta negli anni ’80, che era nell’aria già da qualche anno e, a farne le spese, sono proprio quelli che l’omaggio al cinema di quel decennio lo avevano reso nel modo più sincero e appassionato possibile.
Cerco di spiegarmi, perché sono io la prima a essere confusa: quando è uscito Stranger Things, siamo stati in parecchi a dire che si trattava di un Turbo Kid coi soldi e family friendly, e questo senza togliere nulla alla creatura dei fratelli Duffer, che io adoro e difendo di fronte ai suoi tanti e molto accesi detrattori. Ma l’aderenza di Turbo Kid ai canoni di un cinema che è tornato di moda oggi non era di maniera o superficiale, e neanche a uso e consumo di un pubblico che li ricordava vagamente; era un vero e proprio atto d’amore, un’elegia per gli sfigati che quei film, anche i più violenti ed estremi, li sapevano a memoria, gente che, prima della cosiddetta “vittoria dei nerd” era oggetto di riprovazione ed esclusione sociale. Gente che, al netto della cosiddetta “vittoria del nerd” lo è ancora.
Summer of 84 arriva in un momento diverso dal 2015, arriva dopo Stranger Things, arriva dopo IT e, lungi dal mantenere la sincerità degli esordi, sembra essere una copia un po’ sbiadita di due tra le opere a più alto impatto nella cultura pop degli ultimi due o tre anni. Ma andrebbe anche bene: può essere un mero fatto di percezione o di stanchezza, come dicevo prima. Il problema è che, nella storia della caccia al serial killer di un gruppo di amici quindicenni che vivono nei sobborghi nell’estate del 1984, mancano i personaggi, mancano i motivi per fare il tifo per questi ragazzini.
Ci sono tante cose splendide, come il serial killer stesso, l’atmosfera della provincia un po’ squallida e miserabile resa benissimo, la noia di crescere in un contesto poco stimolante, i problemi di un mondo di adulti indifferente o addirittura ostile, e un finale che, da solo, compensa ogni difetto fino a qui elencato, quello sì, degno degli autori del “mio” Turbo Kid.
Mi riservo di vederlo una seconda e, perché no, anche una terza volta per capire se è colpa del film o è colpa mia. Intanto, se lo vedete anche voi, apriamo il dibattito.

4 commenti

  1. Blissard · ·

    Summer of 84 l’ho trovato non brutto ma irritante, con il suo armamentario di nostalgia a buon mercato, di adolescenti in cerca di avventure, gadgets e cameos degli 80s, una fotografia dai colori desaturati per far finta di distanziarsi dai modelli di riferimento e una (mediocre) colonna sonora a base di minimalismo elettronico. Il problema più grosso, come hai fatto notare tu, comunque è che non ci si appassiona alle vicende dei ragazzi (tutti e 4 stereotipi, oltretutto); poi il finale è alquanto debole e forzato.
    Ho trovato piacevole il vagamente lovecraftiano Stephanie (anche se gli attori adulti li ho trovati scialbi scialbi) e mi è proprio piaciuto Upgrade: è vero, Leigh Whannell è uno che copia, ma lo fa alla luce del sole e non si accontenta di solleticare la cultura pregressa dello spettatore (come fanno tantissssssimi registi citazionisti oggidì), vuole sinceramente tenerlo incollato allo schermo, e con Upgrade a mio parere ci riesce alla grande.

    1. A me la cosa che è piaciuta di più di Summer of 84 è proprio il finale. Forse è un pelo troppo lungo, ma almeno ti sveglia dal torpore.
      Upgrade è piacevole, niente da obiettare, però mi dà questa fastidiosa sensazione di riuscire a prevederne ogni singola svolta, per cui dopo un po’ mi annoio.
      Di Stephanie mi dispiace, perché con un minimo di approfondimento in più, poteva essere un cult e invece così è solo un horror estivo da guardare a cervello spento.

      1. Blissard · ·

        Davvero ti è piaciuto il finale. A costo di apparire un cagacazzi, non posso esimermi dal fare notare che non ha alcun senso…
        SPOILER
        SPOILER
        SPOILER
        SPOILER
        … che un tizio ricercato possa nascondersi nel posto più banale, rapire i ragazzi, prendere la SUA macchina della polizia (sic) e portarli in mezzo al bosco per giocarci al gatto con il topo, senza che nessun cristo si accorga di niente….
        FINE SPOILER
        FINE SPOILER

        1. Scusa il ritardo: come sai, a me certe cose interessano il giusto, ma credo che, nel caso specifico, l’intento fosse quello di sottolineare l’indifferenza che permea i sobborghi, visti come posti dove può succedere di tutto.
          Quello che mi piace del finale è la sua crudeltà, in antitesi con analoghe storie di ragazzini contro mostri o assassini. In questo senso, mi è piaciuto e ho trovato che riabilitasse un film, tutto sommato, un po’ scontato.

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