Channel Zero: Butcher’s Block

La seconda e la terza stagione di Channel Zero sono uscite una dietro l’altra, a pochissimi mesi di distanza: No End House è andata in onda nel settembre 2017, mentre Butcher’s Block è iniziata questo febbraio ed è terminata due giorni fa. Le ho viste entrambe, ovviamente, dopo l’effetto prodigioso che ha avuto su di me Candle Cove, ma preferisco parlarvi solo di Butcher’s Block, perché No End House, per quanto affascinante, è stato a mio avviso un esperimento non del tutto riuscito. Anzi, se vogliamo essere più precisi, una sorta di ponte tra una narrazione più tradizionale, quale era quella di Candle Cove, e un modo tutto nuovo di fare televisione horror, che è il risultato raggiunto da Butcher’s Block. Il terzetto formato da Nick Antosca, Don Mancini e Max Landis, dopo lo splendido fallimento di No End House, ha deciso di riscrivere le regole dell’horror su piccolo schermo, muovendosi in direzione opposta sia al delirio ultra pop di AHS sia alle derive comedy di altre serie più o meno note sia alla paludata conservazione di prodotti di massa come TWD.
Butcher’s Block è anche la prima stagione di Channel Zero in cui il creepy pasta che fa da modello è utilizzato brevemente e soltanto per uno spunto iniziale, quello della scala che compare quasi per magia in mezzo a un bosco, preso dalla serie di raccontini Search and Rescue Woods, di Kerry Hammond. A parte questo, la serie è del tutto originale e autonoma e, per quanto mi sforzi di cercare un termine di paragone per aiutarvi a capire a cosa assomiglia, non ne trovo. Butcher’s Block è unica.

Protagoniste di Butcher’s Block sono due sorelle, Alice (Olivia Luccardi) e Zoe (Holland Roden) che si trasferiscono in una nuova città dove Alice ha trovato lavoro come assistente sociale. Sono molto legate ma Alice, che è la minore, deve prendersi cura della sorella più grande che ha sviluppato dei disturbi mentali, analoghi a quelli già manifestati dalla madre, ora ricoverata in una clinica psichiatrica dopo un fatto molto grave, cui si accenna soltanto e che scopriremo nel corso della serie.
Il più grande terrore di Alice è quello di impazzire anche lei, come Zoe e come sua madre, perché la schizofrenia di cui entrambe soffrono è latente nella loro famiglia e le probabilità che anche Alice si ammali sono considerevoli.
Di certo, l’ambientino in cui si trovano a vivere non aiuta: la città è infatti teatro, da anni, di sparizioni, tutte concentrate nel Butcher’s Block, ovvero il quartiere povero e abbandonato, casa di reietti e disgraziati di ogni tipo, un tempo sede del mattatoio locale di proprietà della ricca famiglia Peaches. Negli anni ’50, i Peaches sono scomparsi nel nulla dopo che le due figlie del patriarca Joseph (Rutger Hauer) sono state assassinate.
E insomma, la faccenda è parecchio ingarbugliata e, solo per scrivere gli antefatti, ho impiegato più del previsto. Perché questo è solo l’inizio di un racconto cupissimo e spaventoso a base di cannibalismo, sacrifici umani, follia, operazioni al cervello, morti che non ne vogliono sapere di restare tali e persino un Grande Antico di passaggio, così, per vivacizzare.

Dicevamo prima che Butcher’s Block riscrive le regole dell’horror in tv, non perché presenti degli elementi narrativi particolarmente nuovi (siamo nell’horror, non esistono novità), ma per il modo in cui decide di portarli in un territorio, quello televisivo, dove il linguaggio dell’orrore, anche nelle vette di eccellenza artistica raggiunte da quel paio di stagioni di AHS, è sempre stato un frullato di stili, di citazioni, di stimoli sensoriali rapidissimi ed estremi che non facevano capo a un immaginario particolarmente coerente. Persino Asylum, che era e resta un capolavoro, si muoveva su quella linea di infilare in ogni episodio tutto e il contrario di tutto, in una corsa all’eccesso e quasi all’aggressione visiva che poi è diventata il vero limite delle stagioni successive di AHS.
Channel Zero, già in Candle Cove e, in maniera quasi esasperante in No End House, al contrario utilizza una narrazione rarefatta, con una profonda (e anche molto sobria) coerenza stilistica che però cela un immaginario davvero sfrenato, ma distillato in piccole gocce allo spettatore. Butcher’s Block, in particolare, pone l’elemento soprannaturale e perturbante come un dato di fatto: è lì e basta, è appunto una scala apparsa dal nulla in mezzo a un bosco. Non può esistere, non deve esistere, e tuttavia c’è. Ecco, quella scala è l’essenza di Butcher’s Block ed è l’essenza stessa di una storia dell’orrore ben riuscita, è l’elemento stonato, la cosa fuori posto, il disordine e il caos che però non si presentano facendo rumore, sbucando all’improvviso da un angolo buio, ma in pieno giorno, senza fanfare, e ti scombussolano la vita perché semplicemente esistono.

Per questa ineluttabilità dell’orrore, Butcher’s Block è stata un’esperienza realmente spaventosa per la sottoscritta, una fonte continua di angoscia, ansia, repulsione sia fisica che psicologica. Ecco, forse ho trovato un termine di paragone, ma solo per atmosfera e andamento: It Follows, anche se è una similitudine che va presa con le molle e che può essermi stata suggerita dalla presenza di Olivia Luccardi, che lì era la ragazza con l’inseparabile e-reader a forma di conchiglia (e che diventa ogni giorno più brava).  A differenza di It Follows, tuttavia, l’immaginario che propone Butcher’s Block è viscerale, violento, di carne (è proprio il caso di dirlo) e sangue. Butcher’s Block è uno di quei casi rarissimi in cui la televisione si fa arte a sé stante e voi lo sapete, è una cosa che io non dico mai e comunque non ammetterei neppure sotto tortura.
Il merito, oltre che agli showrunner, va alla regista di tutti e sei gli episodi, Arkasha Stevenson. Ora, si sa che le serie tv di solito vedono diverse personalità dietro la macchina da presa e l’uniformità è data non tanto dallo stile dei registi, che conta poco o nulla, ma dalle indicazioni dei creatori e dei produttori. Per Channel Zero non è così: ogni stagione è infatti commissionata a un unico regista che ha il controllo di tutti e sei gli episodi che la compongono.

La personalità di chi sta dietro la macchina da presa è addirittura soverchiante in Butcher’s Block: non si può infatti parlare di grandi invenzioni narrative; la storia è, per dirla in estrema sintesi, quella di una famiglia di non morti cannibali che infesta una piccola città americana e vuole attrarre nella sua influenza le due nuove arrivate.
Le invenzioni di Butcher’s Block sono tutte visive e si possono trovare quadri di un surrealismo da incubo in tutte le puntate, una collezione di immagini difficili da levarsi dalla testa, di quelle che tornano a perseguitarti quando dormi.
È impressionante pensare che Stevenson è molto giovane e ha in carriera soltanto un paio di corti e il pilot di una serie tv, Pineapple. Nick Antosca, dopo aver visto il pilot proiettato al Sundance, si è messo in contatto con Stevenson e le ha proposto di essere la regista di Butcher’s Block, dando una svolta improvvisa alla sua carriera. E lei lo ha ripagato realizzando l’horror televisivo migliore e più terrorizzante a cui si possa assistere nell’anno del signore 2018.

My ideal arena is mixing social realism with surrealism. I think that’s very much what this season does and it calls into question what kind of reality we are living in.”
Così si esprime la stessa Stevenson in una bella intervista, che potete leggere integralmente qui, e dove parla anche del problema, tipico in una serie tv, di mantenere un’identità stilistica con le stagioni precedenti tentando tuttavia di far emergere anche la propria visione.
Ma è su quel mischiare il realismo sociale con il surrealismo che preferirei soffermarmi, perché è molto interessante, soprattutto in un contesto horror così scatenato e senza apparenti agganci al reale come quello di Butcher’s Block. E, anche qui, il riferimento immediato è sempre It Follows, con quell’ambientazione in una Detroit desertificata.
Il quartiere del mattatoio, a ridosso del quale vanno a vivere le due sorelle protagoniste della serie, è un luogo abbandonato, che in precedenza prosperava a causa dell’industria della carne dei Peaches e che ora è ridotto a puro degrado; la madre delle due ragazze, intravista un paio di volte nei flashback e, al presene, nel corso di una telefonata ad Alice, vive in uno squallido ospedale psichiatrico; Alice è perseguitata tutti i giorni via telefono dal recupero crediti per il suo debito studentesco.
Non è una bella realtà, quella di Butcher’s Block. Al contrario, il mondo dei Peaches, per quanto segnato dall’orrore, è quasi un reame incantato, dove è sempre estate, la notte non scende mai, non esistono problemi di soldi, di malattie mentali e non c’è niente di cui aver paura.
La nostra scelta sta in quale tipo di realtà vogliamo vivere e che prezzo siamo disposti a pagare per viverci.
Le decisioni prese dalle due sorelle non saranno affatto scontate, e assisteremo a diverse inversioni di ruoli nel corso della serie, per una costruzione dei personaggi approfondita, anche quella, coerente e ricercata.
Non so davvero cosa altro dirvi per convincervi a buttarvi su Butcher’s Block a precipizio, a dimenticare qualunque altra serie di ventordici episodi noiosissimi a stagione stiate vedendo e a dedicarvi a questa, che dura meno di sei ore in tutto ed è un’esperienza di terrore puro, girata come un film d’arte.

9 commenti

  1. Grazie! Mi ero perso la sua uscita, sembra davvero interessante!

    1. Hai visto per caso Candle Cove? Sono serie antologiche, però io ti consiglio proprio di cominciare da lì. tanto per entrare in atmosfera

  2. Io ho visto i primi tre episodi subito, poi mi son fermato per mancanza di tempo, ma ieri ho visto il 4° e oggi se riesco lo finisco 😀 Io sono un’estimatore della serie da subito. La trovo davvero originale e soddisfacente, forse anche grazie al fatto che ogni stagione ha storia e personaggi diversi (evitando, così, di fare la fine di serie troppo lunghe come TWD).

    1. Anche le mie preferite sono le serie così: brevi e autoconclusive.

  3. Anche io ero convinta non fosse ancora uscita, la settimana prossima mi ci butto a pesce che prima c’è da finire Jessicona.

    Detto questo, a me No End House non è dispiaciuta affatto, pur avendo preferito la prima serie. Mi è piaciuta molto l’aura di tremenda malinconia che permeava ogni episodio e John Carrol Lynch mi ha fatto a tratti una paura terribile. Se dici che la terza serie è ancora meglio mi preparo psicologicamente a morire di terrore!

    1. No, ma neanche a me è dispiaciuta, No End House. È solo che, come esperimento linguistico, questa funziona molto meglio e ha anche una struttura narrativa più coerente, laddove No end House, a parte il nucleo centrale del rapporto padre-figlia (e Lynch è davvero inquietante e anche molto triste, soprattutto nel finale), si perdeva un po’.
      Secondo me, questa terza stagione è semplicemente perfetta.

  4. pirkaf76 · ·

    La seconda stagione di Channel Zero a me ha deluso veramente tanto, ma la tua recensione mi sta spingendo a riprovarci con la terza.

    1. Non c’è proprio partita, te lo assicuro!

  5. Giuseppe · ·

    Ricordo bene che Candle Cove mi era garbata assai, mentre invece No end House ancora non l’ho vista… dato però che dopo questa tua recensione Butcher’s Block mi stuzzica molto di più -oltre al vantaggio dell’avere in Channel Zero stagioni autoconclusive che non pongono problemi di continuity- credo proprio che le darò la precedenza! Del resto, se arrivi a dirci senza mezzi termini che qui lo sterco del demonio si fa arte, allora è un doppio motivo per non perdersela 😉

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: