Pillole per un gelido inverno

Distratta dall’uscita di Nightbird, questo mese ho recensito poco, ma prometto di ricominciare a parlare di cinema il prima possibile, anche perché, dopo la moria di gennaio, cominciano ad arrivare delle novità interessanti e molto attese. Questo non significa, tuttavia, che io abbia smesso di vedere film. Anzi, ne ho accumulati un bel po’ e, quando accumulo, è arrivato il momento delle pillole, che con questo freddo di merda, tutto ciò che ci resta è vedere film sotto le coperte. Ribadisco, per chi non conoscesse le finalità di questa rubrica, che un film di cui parlo qui non ha nulla di meno rispetto ad altri cui dedico interi post, ma non ho analisi approfondite da fare e quindi preferisco accorpare, per dare notizia dell’esistenza di più opere (a mio avviso) meritevoli possibili.

Cominciamo con un film che risale addirittura al 2016, e che è persino passato al Festival di Venezia. Always Shine, diretto da Sophia Takal, attrice e regista molto attiva in ambito indie, non è proprio un horror, ma uno di quei film a cui piace girare intorno al genere, sfiorarlo quasi, mantenendosi sempre a distanza di sicurezza.
È la storia di due attrici e amiche che decidono di passare un fine settimana insieme in una villa a Big Sur: Beth (Caitlin Fitzgerald) si trova a un punto di svolta nella sua carriera. Le cose stanno cominciando a ingranare e, nonostante abbia ruoli di basso livello in horror di serie B e in ambito pubblicitario, riesce a vivere del suo lavoro. Lo stesso non si può dire di Anna (Mackenzie Davis), che ha un carattere molto più spigoloso della sua collega, è un’attrice sicuramente migliore di lei, ma non è accomodante, è rabbiosa, feroce, prepotente e il massimo dell’offerta lavorativa che riceve è un corto da girare a titolo gratuito.
Logico che il rapporto tra le due, da sempre segnato da una certa rivalità, esploda e che, nel corso della breve vacanza, succedano molte cose brutte.
Always Shine è un film fatto di piccoli tocchi crudeli e morbosi, che si ispira evidentemente a De Palma (specchi dappertutto, tema del doppio un po’ insistito ma sempre affascinante) e riesce a mettere a segno un paio di interessanti provocazioni sul ruolo delle donne a Hollywood. Valore aggiunto, l’interpretazione di Davis, che è impressionante.

Da Big Sur spostiamoci in Amazzonia, a seguire la storia (vera) dell’avventuriero Yossi Ghinsberg, così come Greg McLean l’ha messa in scena.
McLean, lo abbiamo detto qualche giorno fa, è passato dall’essere un regista da un film ogni cinque o sei anni, a uno che ti sforna due film l’anno più una serie. Forse è stato il successo inaspettato del secondo capitolo di Wolf Creek, ma non ha molta importanza, non fino a quando McLean continuerà a lavorare con continuità, perché Jungle è un gioiellino, una storia di sopravvivenza estrema narrata senza un briciolo di retorica, in uno degli ambienti più ostili che esistano sulla faccia della terra, che parla di un gruppo di ragazzini troppo entusiasti e troppo ingenui per capire in quale guaio si stessero cacciando. Jungle è, per la sua prima metà, un film d’avventure ed esplorazione classico; poi si trasforma in un horror e, quando il protagonista (un ottimo Daniel Radcliffe, che è da ammirare per la scelta di ruoli poco convenzionali) si perde, da solo, nella giungla del titolo, riconosciamo il nostro amato McLean e la sua capacità di vedere il paesaggio come pochi registi al mondo.

Continuiamo a viaggiare e spostiamoci in Spagna. Per la precisione a Madrid, nel 1992, e andiamo a vedere cosa ha combinato Paco Plaza, a cinque anni di distanza da quel terzo capitolo di Rec che era piaciuto solo a me. Veronica è un film sulle possessioni demoniache, vagamente ispirato a fatti reali, una specie di risposta spagnola alla Blumhouse, ma girato con sensibilità diversa e senza jump scares. Un’adolescente, obbligata dalla morte del padre e dal lavoro della madre che la fa stare fuori casa dalla mattina a notte inoltrata, a occuparsi dei tre fratelli più piccoli, un giorno durante un’eclissi pasticcia con una tavoletta Ouija insieme a due amiche e diventa il veicolo per l’ingresso del mondo reale di un’entità malevola.
La trama è estremamente risaputa e basilare, ma Plaza la mette in scena con grande classe, grande attenzione ai personaggi e ai rapporti umani e una cura particolare per un’ambientazione che rifugge ogni senso di nostalgia. Soprattutto, Veronica è un film dallo stile impeccabile, una vera e propria gioia da guardare e, in alcuni momenti (la sequenza iniziale, l’eclissi, le prime manifestazioni del demone) spaventa sul serio. Come se non bastasse, e a differenza dei suoi corrispettivi statunitensi, il film di Plaza piazza anche qualche scena gore di un certo peso. Niente di nuovo, per carità (ma a noi dell’originalità frega poco), ma davvero un lavoro fatto con professionalità e cognizione di causa.

Apriamo il capitolo Netflix, con un film che ha una media del 3,4 su Imdb e che troverete stroncato con passione in quasi ogni angolo della rete. Parliamo di The Open House, diretto dai due esordienti Matt Angel e Suzanne Coote. Ho cominciato a vederlo con un tale scazzo addosso, per via di come è stato trattato da tutti, che ero pronta a interromperlo dopo una ventina di minuti. E invece non è così brutto come lo si dipinge. Certo, non parliamo di grande cinema, ma per un’ora e mezza, il film fa il suo sporco lavoro e ha uno spunto di partenza inquietante quanto basta: un home invasion che utilizza lo spazio di una casa in vendita, con i visitatori che entrano ed escono più o meno a loro piacimento e qualcuno che, invece di andarsene quando l’agente immobiliare chiude tutto, rimane nascosto all’interno dell’abitazione.
Ambientato in una località isolata di montagna, con due soli attori (uno dei due è Dylan Minnette) e una casa tanto grande quanto vuota, The Open House è stato massacrato soprattutto a causa del suo finale, perché (dicono i critici dell’internet) non fornisce spiegazioni. Quello che per tutti è un difetto, per me è stato il pregio maggiore del film, che sì, forse è un po’ ripetitivo e spesso gira a vuoto, ma si conclude in maniera esemplare. Sempre che non vogliate lo spiegone, ovvio.

Concludiamo con un film che mai e poi mai avrei pensato mi sarebbe piaciuto e, se qualcuno mi avesse detto che lo avrei addirittura elogiato sul blog, lo avrei preso a pernacchie. E invece, Mom and Dad di Brian Taylor (uno dei due genietti dietro a Crank) si è rivelato una visione piacevolissima, superiore a qualunque aspettativa. Vado a memoria, perché di andare a scartabellare quasi sette anni di blog non ho proprio la forza, ma mi sembra sia la prima volta che nominiamo Nicholas Cage da queste parti. Gli arcinoti guai economici dell’attore lo spingono a “recitare” in qualunque parte gli venga offerta, solo che in questo caso, lui e il regista si conoscono, avendo già lavorato insieme nel secondo capitolo di Ghost Rider. Una bella rimpatriata, quindi, cui si aggiunge la vera stella dell’operazione: la divina Selma Blair, per un film che è una follia totale. Parla infatti di una strana epidemia che fa funzionare al contrario l’istinto genitoriale. Se la missione primaria di un padre e di una madre è proteggere i figli, in Mom and Dad diventa massacrarli. E via di strage di infanti e adolescenti, con Cage e la sua consorte Blair impegnati a dare la caccia ai loro pargoletti. Al di là della premessa demenziale, Mom and Dad funziona perché ha un ritmo al fulmicotone e perché Taylor è rimasto sempre e comunque il matto di Crank, e si vede.
Inoltre, se Cage sta sempre quei sette o otto metri sopra le righe (ma per questo film è perfetto), Selma Blair, da attrice vera, prende la cosa sul serio, ci crede fino in fondo e ci regala un paio di monologhi sul crinale tra disperazione, frustrazione e psicosi da incorniciare.
Se la mia amica Bolla, grande cultrice di Cage, non lo vede prima di subito, le tolgo il saluto.
E anche a voi.

11 commenti

  1. Ma per mille parrucchini cageani, OVVIAMENTE lo vedrò! Data la trama non oso neppure immaginare le facce terrificanti che farà Cage per spaventare i pargoli, prego che sia una roba tipo Stress da vampiro e ringrazio che lo ha coinvolto in un film simile!
    E grazie per avermi ricordato Open House su Netflix: mi hanno pure spedito la letterina per segnalarmelo, sante creature, ma in questo periodo Oscariano ho occhi solo per il film osannati dalla cVitica.
    Toccherà lesionarmi anche la gamba sinistra, che ti devo dire *piange lacrime amare*

    1. Ti dico solo una cosa: c’è una scena in cui cerca di costruire il perfetto tavolo da biliardo usando una livella e poi sbrocca.
      Imperdibile, ma che dico imperdibile, impagabile!
      E tra un film da Oscav e un altro, questo Cage ci sta tutto per ristabilire il giusto equilibrio karmico 😀

  2. Nicolas Cage penso sia una degli attori più fuori di testa al mondo. Adatto a pochi ruoli (secondo me) ma quando azzecca quello giusto si gode un sacco. Non riesco a stare serio e tranquillo con uno come lui 😂
    Comunque, notiziona col nuovo film di McLean 😋

    1. ma io non so neanche se definirlo attore 😀
      Però mi fa ridere tantissimo.

      1. Assolutamente d’accordo. Fa ridere solo a guardarlo

      2. Giuseppe · ·

        Attore, attore… diciamo che a modo suo in scena riesce pure a starci, dai 😀 E per il grande “amore” paterno richiesto dal ruolo lo trovo più che adatto 😉
        Per il resto, mi intrigano parecchio sia l’horror soprannaturale di Plaza che quello più terreno di McLean (e sì, The open house l’hanno praticamente seppellito tutti sotto un’unica e enorme montagna di merda, per dirla alla francese)…

  3. Fabrizio · ·

    Specifichiamo il ‘The’ prima di Open House, altrimenti ci si imbatte le remake USA della Casa Muda

    1. Sempre specificato nel post. Non capisco a cosa ti riferisci.

  4. fabrizio · ·

    No ci mancherebbe il post era ok. Lo specificavo per l’utente della prima replica ma senza alcun intento polemico. Mi scuso se ho dato quell’impressione.

    1. No no, in realtà avevo paura di aver fatto qualche cazzata 🙂

  5. Fabrizio · ·

    Non sia mai detto! 😉

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