Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 29: Onslaught

Regia – Adam Wingard (2026)

La challenge si avvia verso la sua conclusione e quasi mi scappa una lacrimuccia, perché la spooky season è il periodo più bello dell’anno e viverlo così, tutti insieme, come una grande famiglia di disadattati mi scalda sempre il cuore. La categoria di oggi è “Avrei voluto recitarci”, estremamente soggettiva, quindi, e aperta a un ventaglio pressoché infinito di possibilità. Come sa chiunque mi conosca, oltre all’horror ho sviluppato negli anni un certo interesse per i film in cui la gente si mena e si spara in faccia. L’action horror esiste, ma non è un filone poi così battuto, e io sono sempre felicissima quando un regista si cimenta nella commistione tra questi due generi. Wingard è un pazzoide molto simpatico che, non sa neanche lui come, è stato messo al timone del monster-verse, ma ogni tanto si ricorda delle proprie origini e, con il suo amichetto Simon Barrett in qualità di sceneggiatore, dirige e produce horror indipendenti come quando era un giovane scapestrato e mumblegore. La famosa combriccola di V/H/S, insomma, quella gente lì, a cui si vuole un sacco bene.

Onslaught è un sequel “spirituale” di The Guest, nel senso che si svolge nello stesso universo narrativo. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che The Guest girava meglio di questo, era più elegante e pure più intelligente. Onslaught è un giocattolo e va preso come tale; anche quando pare voler fare un discorso su come il governo degli Stati Uniti sia sempre in guerra, anche con se stesso e con i propri cittadini, resta comunque un film nato per divertirsi insieme, con tutti i membri del cast e della troupe che ce li vedi a ridere come scemi mentre fanno saltare teste. Per questo avrei voluto tanto recitarci, o farne parte in qualche modo: si respira lo spasso a ogni inquadratura. È quindi un film efficacissimo perché il risultato è esattamente ciò che chiunque si aspetterebbe da un’operazione del genere. Tranne forse quelli che devono sempre lamentarsi perché “il realismo, signora mia”, che si applica solo quando c’è una protagonista femminile, ma questa è un’altra storia, e l’abbiamo anche raccontata un bel po’ di volte.
Ve lo introduco così perché, se cercate una roba con le stesse atmosfere e lo stesso senso di minaccia costante di The Guest, troverete altro, ma se vi va di passare una serata alle giostre, non vi deluderà.

Il film inizia in una struttura segreta in New Mexico, dove lo scienziato nazista Hans Kammler (il nostro weirdone del cuore Dan Stevens) organizza una dimostrazione per un agente governativo americano: tre super soldati, presi dalle forze armate, modificati chirurgicamente e condizionati psicologicamente per diventare delle inarrestabili macchine da guerra, devono esibirsi in un’esercitazione contro dei soldati “normali”. Com’era prevedibile, l’esercitazione finisce in strage e i tre colossi, Crybaby, Cockroach e The Butcher scappano e iniziano a mietere vittime, fissandosi poi su un trailer park gestito da Celeste (Adria Arjona), ex cecchino dell’esercito con una sindrome da stress post traumatico grossa così e una figlia che le piomba inaspettata per il weekend, lì scaricata dal padre. Comincia un assedio che durerà tutta la notte.
Non c’è molto altro da raccontare sulla trama: tre super soldati contro una mamma incazzata e molto umanamente imperfetta, che deve portare a casa la sua pelle e quella della piccola Daisy. Potrebbe essere un film di Carpenter per quanto è essenziale e asciutto.

Carpenter, e Halloween in testa a tutto, era anche la principale fonte di ispirazione per The Guest, in cui a un certo punto, il personaggio di Dan Stevens diventava una sorta di Michael Myers evoluto. Qui siamo più dalle parti di The Fog e Distretto 13, con una spruzzata di Fuga da New York, ma il nume tutelare è lo stesso, anche perché Carpenter l’horror d’assedio se lo è inventato. Poi, perdonatemi sempre l’ovvietà, ma Wingard non è Carpenter, perché Wingard è un simpatico debosciato, che tecnicamente è molto bravo e sa mettere in scena la violenza brutale, ma a cui piace sempre andare sopra le righe ed esagerare il più possibile. Qui è tutto un’esagerazione, è tutta una gara a spararla sempre più grossa, con i tre energumeni potenziati che sembrano usciti dritti dal The Running Man degli anni ’80, grossi, minacciosi e pittoreschi a partire dai soprannomi che vengono loro dati. Sono macchine da guerra incapaci di pietà, impossibilitate, per loro stessa natura, a fermarsi, il cui unico obiettivo, una volta individuato il nemico, è uccidere, e non importa che il loro ostacolo sia un altro militare o il commesso di una stazione di servizio.
E così, Wingard può regalarci un massacro dietro l’altro, può usare ettolitri di sangue finto, scatenarsi con le armi da fuoco e da taglio, e financo con le motoseghe, quando si resta a corto di munizioni.

L’ambientazione, questa specie di condominio di roulotte nel deserto per poveri disgraziati, ha un ruolo determinante: è isolata ed è in campo aperto. A proteggere Celeste e sua figlia non ci sono i muri di cemento, ma delle fragili pareti di lamiera, e le porte si scardinano con una manata. Nessuno può venire ad aiutarti, perché sei in culo al mondo e l’avamposto civilizzato più vicino è a un’ora di macchina. Tutta la fauna è composta da derelitti di ogni forma e maniera, e di conseguenza non c’è neanche la possibilità che la tua sorte preoccupi qualche tuo simile. È il classico luogo in cui le persone si vanno a nascondere o vanno a morire, la terra delle ultime cose, quando hai finito tutte le occasioni.
Non c’è niente da difendere e nulla per cui valga la pena lottare, se non la propria sopravvivenza, che di per sé non vale poi moltissimo. Per questo il film, nel suo schematismo e nella sua semplicità, alla fine si regge in piedi e funziona. È una guerra tra disperati, anche se da un lato ci sono dei disperati con capacità sovrumane.

Wingard ci va con la mano pesante, ma con un tono che resta sempre leggero. Si porta dietro parecchi amici, tra i quali una splendida e luciferina Rebecca Hall e, in un piccolo ruolo, anche Michael Biehn, che in un film così, che fa anche il verso a Terminator, ci sta sempre benissimo ed è comunque un piacere vedere in qualsiasi occasione.
Come dicevo all’inizio, è proprio un giocattolone da quindici milioni di dollari, pensato per un pubblico molto specifico, che forse neanche esiste più o è troppo vecchio per apprezzare ancora questo tipo di cinema, fiero della propria mancanza programmatica di riflessioni a latere e sostanza.
Io me lo sono goduto per tutta la sua (breve) durata. Ha un ritmo così forsennato che è difficile resistergli o non farsi risucchiare dentro lo schermo.
Avrei davvero tanto voluto recitarci.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.