
Regia – Park Chan-wook (2016)
Oggi tocca al thriller erotico, una categoria di cui mi prendo io tutta la responsabilità, perché ci fa uscire dal seminato e non è particolarmente spooky, ma volevo inserirla lo stesso. Avevo in mente una tripletta di film di cui parlare, uno delle sorelle Wachowksi, uno di Verhoeven, e questo, che alla fine ho scelto. Il motivo è che The Handmaiden è il miglior film lesbico mai realizzato e, rivisto oggi, a dieci anni di distanza, ammetto candidamente che neppure Ritratto della Giovane in Fiamme è riuscito a soffiargli il podio. Gli sta dietro di pochissimo, sia chiaro, ma The Handmaiden me lo hanno proprio fabbricato addosso.
Di erotic thriller ne abbiamo parlato qui diverse volte, soprattutto nella loro versione un po’ sguaiata degli anni ’90. È un genere relativamente recente, figlio del noir, e infatti molti neo-noir ricadono sotto l’ombrello del thriller erotico, con una spruzzata di Giallo a condire il tutto. C’è una stagione magnifica del podcast You Must Remember This sul thriller erotico, che ne fa risalire le origini allo sdoganamento del porno alla fine degli anni ’70, semplificando al massimo una situazione ingarbugliata che, mai come in questo caso, mischia sin dall’inizio esigenze di pura exploitation con velleità artistiche e d’autore. Se si parla della relazione tra thriller erotico e male gaze, la questione si fa ancora più complessa, perché è vero che moltissimi film appartenenti al filone sono rivolti principalmente a un pubblico maschile, ma esiste un’intera sotto-categoria, che per comodità possiamo nominare thriller domestico, che invece ha come bersaglio il pubblico femminile. Se poi buttiamo nel calderone il già nominato Verhoeven, ci esplode il cervello: lui, il male gaze, è bravissimo a simularlo, ma vi prende per il culo.
The Handmaiden è diretto da un uomo, anzi, da uno dei registi coreani più famosi e importanti di sempre, ma è tratto da un romanzo scritto da Sarah Waters, Fingersmith. Waters è una delle autrici lesbiche più famose e importanti di sempre. Non solo: Park collabora, spesso e volentieri, e di sicuro per le sue opere migliori, con Chung Seo-kyung alla sceneggiatura, che infatti trovate nei titoli di testa di cose di scarsa rilevanza come Lady Vendetta e Decision to Leave, tanto per dirne un paio. Lo sottolineo, perché è molto importante, in un film che, di fatto, racconta di come il desiderio di una donna per un’altra abbia l’effetto di un terremoto sul destino delle due protagoniste, lo trasformi e lo strappi dalle mani dei maschi che cercano di controllarlo, ci sia anche uno sguardo femminile a supervisionare il tutto. In particolare se la forma scelta per raccontare questa storia è quella del thriller erotico.
Il film che abbiamo la fortuna di vedere e rivedere, sia nella versione “breve” di 144 minuti sia in quella estesa di 166 (ho visto la seconda), è quindi frutto di un equilibrio molto delicato, e sono certa che un regista come Park ne fosse pienamente consapevole. Come del resto doveva essere consapevole di quanto fosse impossibile fare a meno del male gaze, e infatti lo ha perfettamente integrato nella narrazione, ne ha fatto una delle colonne portanti del film, e lo ha rivoltato contro se stesso e contro il pubblico maschile. C’è, eppure ti viene fatto capire in ogni istante che è sbagliato; si tratta, di nuovo, di una questione di equilibrismi, di pesi e contrappesi, di calarti nei panni di un guardone e poi tirarti una bastonata sui denti, perché stavi guardando dalla parte sbagliata.
Ambientato nella Corea occupata degli anni ’30, The Handmaiden è la storia dell’orfana Sook-Hee (Kim Tae-ri) assunta come cameriera personale di una ricchissima ereditiera giapponese, Lady Hideko (Kim Min-hee) che vive da reclusa sotto la tutela di uno zio autoritario e crudele. Le due si conoscono, si innamorano e succede un macello. Chi lo ha già visto, sa che ho rivelato appena un centesimo di una vicenda intricatissima, fatta di continui capovolgimenti di campo e di prospettiva, infarcita di colpi di scena, tradimenti, truffe, mascheramenti della realtà, convinzioni sbagliate su chi sia chi e su quali obiettivi abbia all’interno di un’architettura narrativa ricca e messa a ogni scena in discussione. Chi non lo ha visto, è meglio che non sappia altro, perché The Handmaiden va affrontato a scatola chiusa e vi deve cascare la mascella a terra.
Come nel romanzo da cui è tratto, il concetto di fondo è: gli uomini possono tutto, possono giocare con la vita delle donne, prendere decisioni per loro, plasmarle come se fossero delle statuine di cera, decretare la loro sopravvivenza e la loro fine, e questo perché non fanno altro che sottovalutarle. È proprio la sottovalutazione di Hideko e Sook-Hee da parte dei due personaggi maschili convinti di averle in pugno a portarli entrambi alla rovina. La sicurezza di chi sa di avere un potere illimitato e nessuno che lo metta mai in pericolo. Nelle crepe di questo eccesso di sicurezza, si inseriscono i piani delle due donne, insospettabili, pedine in uno schema più grande di loro, oggetti da consumare fino a quando non si logorano.
The Handmaiden non è soltanto un thriller erotico: è un film arrabbiatissimo.
E ora, smettete di leggere perché farò un paio di spoiler, anche se si tratta di un film di dieci anni fa, è comunque il caso di segnalarli.
Ne parlavo pochi giorni fa a proposito di Lizzie: le lesbiche sono le uniche che escludono i maschi dall’equazione. Questo dettaglio diventa di capitale importanza in un film come The Handmaiden, perché l’esclusione non viene mai percepita. Le lesbiche non esistono, vivono sotto traccia, mai davvero prese in considerazione. È così vero da essere diventato un meme, quello famoso sulle “coinquiline”. Ma, mai come in questo caso, essere invisibili è un’arma, un coltello nascosto nelle pieghe di un vestito, uno stiletto avvelenato. Nessuno può sospettare di noi, se non credono alla nostra esistenza, se ritengono inconcepibile che possiamo fare a meno di loro.
Hideko e Sook-Hee si innamorano quando pensano di fregarsi a vicenda, quando ognuna delle due è convinta che l’altra sia una sprovveduta ingenua da manipolare per ottenere un risultato: nel caso di Hideko la libertà dalle grinfie dello zio, nel caso di Sook-Hee la ricchezza, e quindi, la libertà dal destino segnato di una giovane donna della sua classe sociale. Il desiderio precede dunque il reciproco riconoscimento, ed è un desiderio dirompente, una cosa che nessuna delle due è in grado di arginare. A parte la bellezza assoluta delle immagini, la messa in scena così meticolosa che a volte può addirittura sembrare di maniera (ma si ferma sempre un secondo prima di diventarlo), il controllo assoluto di Park su ogni elemento presente in campo, i colori, la colonna sonora, e tutto il lato tecnico e artistico che da infarto a ogni stacco di montaggio, mi ha sempre colpito quanto si vogliono queste due, come il loro volersi sia rappresentato bene, e come diventi la miccia che porta l’intero racconto a detonare.
La ormai celeberrima scena di sesso, che vediamo per metà nella prima parte e poi per intero nella terza, è soltanto un tassello nella costruzione di questo desiderio, che comincia a concretizzarsi da dettagli minuscoli e diventa palese in una delle sequenze più romantiche e, allo stesso tempo, erotiche cui io abbia mai assistito, quella della limatura del dente, che una dice, ma com’è possibile, e invece è possibile, e non solo, è palpabile, lo senti quasi uscire dallo schermo, il desiderio, ed è soltanto loro. Se la scena di sesso è, in alcuni momenti, ai limiti del voyerismo (ma molto poco rispetto ad altri film con due donne a letto insieme che hanno addirittura vinto Palme d’Oro), tutti gli altri momenti che condividono le protagoniste, sono così specifici di un certo tipo di attrazione, che è quella che una donna prova per un’altra, da lasciarmi sbalordita per l’accuratezza con cui Park la rappresenta e la mette in scena. Appunto, è escludente dello sguardo maschile, che ci passa sopra e a stento la riconosce, come succede nell’ultima lettura di Hideko a cui assistiamo (e chi ha visto il film sa di cosa parlo), quando la platea maschile scompare nel nulla e Hideko legge, finalmente, per se stessa, senza che nessuno degli uomini presenti se ne accorga. C’è una precisione millimetrica nel dare spazio a questa forma così peculiare, così segreta e così invisibile di desiderio, e ancora oggi non esiste un corrispettivo altrettanto calzante. E io i film con le lesbiche credo di averli visti più o meno tutti. Tanto sono pochi, ve la sbrigate in un attimo.
C’è un’ultima cosa che tengo a mettere in evidenza, riguardo a The Handmaiden, anche se non gli renderò mai giustizia per il capolavoro che è: l’ironia sottile di Park, l’umorismo beffardo con cui dipinge i due omuncoli antagonisti di Hideko e Sook-Hee, messi sotto una luce crudele, ma non privi di una pietosa e divertita indulgenza, soprattutto nel finale. Mentre mai si prende gioco delle due donne, Park non fa altro che ridere sotto i baffi delle stolide certezze degli uomini, dei loro appetiti grossolani, del loro sguardo sempre limitato, e nel frattempo li compatisce.
“Sono solo un vecchio a cui piacciono le storie sporche”, dice il terribile zio di Hideko, terribile nel senso più pieno del termine, eppure, ad avvicinarsi, è esattamente questo, un povero vecchio a cui piacciono le storie sporche, quasi Park ci stesse dicendo che il potere è soltanto un castello di cartapesta, che è sufficiente, appunto, inserirsi in uno dei tanti angoli ciechi del suo sguardo per rivelarlo in tutta la sua miseria.
E quando la macchina da presa si allontana da Hideko e Sook-Hee, libere e felici, e le lascia da sole, impedendoci di assistere a quello che stanno facendo, è allora che il male gaze crolla e ammette la propria sconfitta.
Absolute cinema.










