Silent Night

Regia – Camille Griffin (2021)

Cominciamo a entrare nell’atmosfera natalizia con un film che è riuscito a scombinare tutti i miei piani per la classifica di fine anno. È anche un film che ha bisogno di un paio di avvertenze; la prima, e anche la più importante è: non leggete oltre il primo paragrafo di questo articolo, anzi, non leggete qualunque articolo, recensione o opinione in merito a Silent Night. Andate incontro al film completamente al buio, come ho fatto io, e poi tornate qui e, se vorrete, ne parleremo. La seconda riguarda il vostro stato d’animo: evitate, per quanto vi è possibile, di assistere a Silent Night se non vi sentite più che stabili e disposti ad incassare parecchi colpi anche parecchio brutali. È un consiglio che magari vi sembrerà paradossale, data la roba che “spaccio” di frequente su questo blog, ma credetemi, soprattutto in questo periodo dell’anno che induce alla depressione, un film così potrebbe farvi stare male sul serio, e io non voglio che accada. Ecco, non posso dirvi altro. Siate buoni e datemi retta. 

Silent Night è rappresenta uno dei rarissimi casi recenti di campagna pubblicitaria ben studiata e azzeccatissima, proprio perché volutamente fuorviante: ce lo hanno venduto come una commedia nera, una di quelle storie che, soprattutto nel cinema britannico, abbiamo visto centinaia di volte, ma che da quelle parti sono bravissimi a mettere in scena: gioco al massacro tra amici durante la cena di Natale. Non che manchi questa componente, intendiamoci. I personaggi principali formano effettivamente un gruppo di amici che si conoscono dai tempi delle superiori e, con rispettivi compagni e prole al seguito, si riuniscono per passare insieme la notte della vigilia. Sono tutti benestanti e privilegiati, covano diversi rancori sopiti gli uni nei confronti degli altri e, com’è prevedibile, nel corso della lunga serata, alcune cose usciranno fuori. Il punto dell’intera questione è che si tratta di un elemento marginale, seppur presente, del film. 
Silent Night non è una commedia nera, è un eco-horror: nella splendida villa in mezzo alla campagna inglese dove Nell (Keira Knightley) e Simon (Matthew Goode) invitano gli amici di una vita, non si celebra un Natale a caso, si celebra l’ultimo Natale dell’umanità. 

Un po’ come in These Final Hours, c’è un evento apocalittico che sta per compiersi, è irreversibile e non si può fare nulla per evitarlo. In questo caso si tratta di un veleno trasportato dall’aria che causa la morte di qualunque essere vivente tra atroci sofferenze. E sì, la colpa è nostra. 
Griffin non fornisce spiegazioni di natura tecnica, non sono importanti. A livello simbolico, tuttavia, la terra ci sta restituendo con gli interessi tutto lo schifo di cui l’abbiamo ricoperta, e non c’è, pare, alcuna possibilità di farla franca, non questa volta. Abbiamo tirato troppo la corda. 
Però state tranquilli, il governo inglese ha pensato a voi, distribuendo a tutti una pillolina che promette una fine rapida e indolore. Oddio, non proprio a tutti, perché migranti irregolari e senzatetto non potranno godere di tale privilegio, ma in fondo non esistono, giusto?
I protagonisti di Silent Night hanno fatto un patto: passare questa ultima notte insieme e poi prendere le pillole con le loro famiglie e andarsene tutti insieme, come ripete la comunicazione governativa, “con dignità”. 
Però, vallo a spiegare ai bambini che devono morire perché gli adulti hanno fatto finta di essere sordi di fronte a un messaggio gridato da più di mezzo secolo. 

Dando per scontato che, se siete arrivati fin qui, il film lo avete visto, avete sicuramente capito perché io ritenga così importante affrontarlo senza avere alcuna nozione del suo principale snodo narrativo. Lo svelamento graduale di questa fine del mondo imminente è attuato da Griffin in maniera magistrale: per i primi 15 minuti fa credere allo spettatore che si tratti soltanto di gente un po’ bislacca, i cui comportamenti sopra le righe (il personaggio di Annabelle Wallis che entra annunciando trionfante di aver dilapidato i risparmi per l’istruzione della figlia in un paio di scarpe) possono essere anche spiegati da un tasso di eccentricità al di sopra della media, ma suonano lo stesso sempre fuori tono. Insomma, c’è qualcosa di strano in questa gente; risate troppo forzate, battute che vanno al di là del mero cinismo e sfiorano la disperazione, un nervosismo latente, come se li attraversasse una corrente elettrica, e una paura che serpeggia sopra lo strato di finta allegria, un vero e proprio terrore esistenziale di cui non sappiamo il motivo. 

Fino a quando Art, il figlio di Nell e Simon, (Roman Griffin Davis) non prende un telefono e legge le disposizioni date dal governo di sua maestà per una fine priva di dolore, e noi finalmente capiamo che tutti i personaggi hanno meno di 24 ore di vita. Ora che la regista può giocare a carte scoperte, comincia a tirare fendenti a destra e a manca, il film decolla e non si ferma più, lanciandosi verso la sua inevitabile conclusione con una ferocia che annichilisce. Camille Griffin, esordiente, mescola registri e toni, passa dall’ironia tagliente al dramma, riuscendo sempre a essere efficace; usa i dialoghi come se fossero martellate e, quando fa parlare Art, tenete a portata di mano dei fazzoletti o qualunque genere di conforto, perché la consapevolezza e lucidità di questo ragazzino che non vuole morire e non vuole arrendersi, sono dolorose e tremendamente attuali.
Non so se avete visto una splendida serie uscita nel 2019, Years and Years (sempre inglese, ma tu guarda un po’), ma siamo più o meno da quelle parti, per l’analisi spietata dei nostri errori e per la messa in luce delle nostre debolezze. Se lì veniva lasciato uno spiraglio a un qualche tipo di futuro, qui ne siamo  privati a partire dalla prima inquadratura. 

Silent Night racconta la tragedia di un’umanità sconfitta da se stessa, ed è la presa d’atto di questa sconfitta da parte degli adulti a risultare davvero agghiacciante. Non date retta a chi vi dirà che non è un film dell’orrore: come dicevo all’inizio, è un eco-horror in piena regola, in cui però assistiamo non tanto alla ribellione della natura come da tradizione, quando alle conseguenze ultime di essa. A Griffin non interessa mostrare gli effetti del veleno, se non in un caso particolare, ma se lo avete visto sapete già a cosa mi riferisco e, se non avete seguito il mio consiglio e siete andati avanti a leggere lo stesso, non lo saprete certo da me. L’attenzione della regista e sceneggiatrice, e di conseguenza del pubblico, è posta sui risvolti esistenziali della fine, sull’accettazione passiva che non ci sia più nulla da fare, che ormai sia troppo tardi. 
Ma chi lo stabilisce? I dubbi di Art dovrebbero essere anche i nostri. Dopotutto, la fiducia che Art ha riposto nel breve arco della sua esistenza, sulle figure adulte che avrebbero dovuto proteggerlo, e che ora gli dicono che non esiste altra scelta se non una morte dignitosa e silenziosa, è già stata tradita. Per quale motivo dovrebbe fidarsi ancora?

Se per noi quarantenni non resta che spararci tutte le bottiglie che abbiamo dentro casa in un’ultima festa e poi crepare prima di sputare fuori i nostri stessi polmoni, Art vuole di più, chiede di più. Gli si ripete che dovrebbe ascoltare gli scienziati, e a noi verrebbe da prendere e sbatacchiare questi adulti, perché loro non li hanno mai ascoltati, altrimenti non starebbero lì con le pillole in mano pronti a sdraiarsi su un letto e a morire, assassinando anche i loro figli. 
Griffin non ci lascia alcun dubbio su chi abbia ragione, su chi sia l’eroe del film (e la sua coscienza): Art non si rassegna al “è così e basta”, non pensa che sia sufficiente liberare le galline e lasciarle morire nei campi per sentirsi moralmente a posto, Art è l’unico convinto che non tutto sia perduto. 
È su questa frattura generazionale che Griffin costruisce l’intera struttura del film, sul conflitto tra una rassegnazione che, all’apparenza, è così ragionevole, e una speranza sulla carta folle; un conflitto la cui risoluzione arriverà soltanto nell’ultima inquadratura, e anche lì, la scelta su da che parte schierarvi rimane comunque in mano a voi. 
Insomma, anche quest’anno è arrivato l’horror di fine anno (è un horror, non voglio sentire obiezioni) che mi manda in crisi: Silent Night è il film giusto al momento giusto, perfetto per il clima che stiamo vivendo, una delle opere politicamente più radicali che mi sia mai capitato di vedere, e un piccolo capolavoro di regia, scrittura e recitazione. 
Se ve lo perdete siete dei pazzi. 

7 commenti

  1. Harvester_Of_Sorrow · · Rispondi

    L’ho visto con la consorte a scatola chiusa: “è una commedia nera inglese” mi dice, alzo un po’ gli occhi al cielo (perchè anche se mi piacciono dopo un po’ sono tutte la stessa roba e io sono una lagna) ma poi al momento dello scoprire le carte il film mi (ci) lascia a bocca aperta. Gran bel film davvero, con tanti spunti usati con una sapienza che fa sembrare un miracolo il fatto che siano stati usati da una regista esodiente,

    1. Ma infatti ci devi andare senza sapere niente. Devi essere convinto che sia la solita commedia inglese e poi ti arriva la pezza 😆

  2. Spoiler, ovvio cribbio.
    La parte da cui schierarmi è: non avrebbero dovuto far aprire quegli occhi in maniera evidente. E non dico che dovessero stare chiusi; avrebbero dovuto farci restare con la scelta di vederli aprirsi o meno.
    Gran bel film comunque.

  3. Concordo con tutto quello che ho letto, stigmatizzando l’aspetto terrificante di una fiine già scritta. La resa degli uomini che dovrebbero risultare portatori stessa scienza xhe venerano (il dottore nero) mette ancor più paura dell’intera narrazione. Un chef d’oeuvre, senza se e senza ma…

  4. Me lo recupero senz’altro

  5. Boh, appena visto. Son tutti così maledettamente odiosi che l’unica cosa che aspettavo era la fine del film per vederli morire tutti (tranne Art e la coppia con la ragazza incinta).

  6. A parte quel finale scontatissimo e chiamato un’ ora prima che ho odiato con tutto me stesso , bellissimo film

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