
Regia – Toa Stoppard (2026)
La giornata di ieri era dedicata agli insettini, e io ho scelto il magnifico Phase IV, perché lo sapete che l’eco-horror ha su di me un effetto irresistibile, e le formichine col culo girato sono adorabili. Oggi invece si parla di horror del 2026, che è una categoria molto facile, perché si ha a disposizione un ventaglio di titoli sterminato. Ho atteso che arrivasse la challenge per occuparmi di Mārama, horror gotico disponibile su Shudder da qualche settimana ed esordio del regista di madre maori e padre inglese Taratoa Stoppard. Mārama ci riporta agli anni ’10 di questo secolo, ovvero all’elevated horror, ovvero all’horror che un pochino si vergogna di essere tale. Per quanto quella stagione ci abbia regalato una serie enorme di gioielli, questo senso di imbarazzo ad appartenere a un determinato genere, faceva un po’ parte del pacchetto e andava accettato per quello che era: “Noi non stiamo solo facendo horror, ma anche tante altre cose”. Poi, strano che venisse spesso dimenticato che l’horror è, già da solo, “tante altre cose”, ma pazienza.
Dico questo perché Mārama non doveva essere un horror, ma un dramma in costume, almeno nelle prime fasi del suo concepimento e della sua lavorazione. Poi ha preso una piega gotica e soprannaturale ed è diventato roba nostra.
Racconta della giovane orfana Mary (Ariāna Osborne) che vive in Nuova Zelanda, ignora chi siano i suoi veri genitori e riceve una misteriosa lettera dallo Yorkshire con un invito a recarsi ad Hawkser Manor per scoprire la verità sulle sue origini. Una volta lì, scopre che l’autore della lettera è passato a miglior vita, ma il proprietario della sinistra magione, il signor Cole (Toby Stephens), le chiede di trattenersi e diventare l’istitutrice della sua nipotina Anne, anche lei per metà maori. Sola in terra straniera, stremata dal lunghissimo viaggio e senza un posto dove andare, Mary accetta e, mentre si affeziona alla piccola Anne, scopre che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato ad Hawkser Manor, qualcosa che tuttavia le permette di stabilire una connessione con la sua identità che non aveva mai sperimentato prima.
Dire di più sulla trama del film sarebbe molto crudele da parte mia, perché la struttura di Mārama si sviluppa attraverso parecchie rivelazioni e colpi di scena. C’è un mistero da risolvere, c’è una giovane donna che si ritrova suo malgrado “prigionera” in uno spazio che le è estraneo, c’è una presenza che si aggira per i corridoi bui del maniero e pare perseguitarla. E sì, Mary deambula di notte con una lanterna, quindi possiamo affermare senza tema di essere smentiti che siamo nei territori del gotico.
Ma non è tutto qui.
La ricca famiglia di cacciatori di balene che ospita Mary si è infatti stabilita nello Yorkshire dopo aver fatto fortuna in Nuova Zelanda, e il padrone di casa Cole afferma di essere interessato, nonché di rispettare profondamente, tutto ciò che concerne i maori e la loro cultura. Ma si tratta di una forma di interessamento sospetta, a voler usare un eufemismo, che sconfina spesso e volentieri nell’appropriazione di ciò che non solo non si capisce, ma si è anche contribuito a mettere in pericolo, a spazzare via, a relegare ai margini per farne una sorta di costume da indossare alle feste. E così, Mary, durante il suo soggiorno ad Hawkser non si limita a scoprire delle verità spiacevoli su se stessa, sui suoi genitori, sulla sorella gemella che non sapeva di avere, ma a rivendicare con forza e con una violenza che a un certo punto diventa necessaria, la propria identità estirpatale dai suoi ospiti.
Il film è molto chiaro, quasi didascalico, nel mettere sotto accusa i meccanismi colonialisti di appropriazione culturale, ed è particolarmente efficace quando si concentra sulle reazioni di Mary di fronte alle diverse azioni dissacranti cui è obbligata ad assistere. Dapprima, è come se non avesse nemmeno lei l’esatta comprensione di ciò che ha di fronte, anche perché ricordiamo che la nostra protagonista è cresciuta con dei genitori adottivi bianchi e neppure conosce il suo nome reale, che è poi il titolo del film. Poi prende il sopravvento la rabbia.
Mārama è bellissimo da vedere, sia per quanto riguarda le ambientazioni all’interno del castello sia per gli esterni, che sono quasi sempre teatro delle visioni e dei sogni di Mary; ha dei costumi da far girare la testa, soprattutto l’abito rosso che indossa a un certo punto Mary; è elegante nella messa in scena, con una macchina da presa che si muove morbida tra le stanze del maniero e delle inquadrature con un blocking impeccabile. È anche montato molto bene, perché la vicenda e la soluzione del mistero sono intricate e il loro scioglimento negli ultimi venti minuti viene chiarito senza troppe spiegazioni, ma soltanto tramite le immagini. Ha un’attrice protagonista di impressionante bravura, un villain interpretato da un ottimo professionista e ha pure un intento lodevolissimo di fondo. In generale è un ottimo film e lo consiglio a chiunque abbia voglia di passare un’ora e mezza immerso in un’atmosfera gotica classica, ma affrontata da un punto di vista, quello anti coloniale, inedito.
È un po’ lento, nel senso che per arrivare al dunque ci mette mezzo secolo e, anche se dura appena novanta minuti, dopo un po’ il peso si sente. In parte, deriva dall’obiettivo esplicitamente didattico del regista; in parte dal fatto che, in fin dei conti, un po’ si vergogna di essere un horror e sembra sempre dover fare marcia indietro quando arriva il momento di picchiare duro.
Non è, di per sé, sbagliato: il film è a tesi e punta per ovvi motivi a raggiungere un pubblico il più ampio possibile, sperando di far capire a chi sta guardando il dramma di una frattura culturale insanabile. C’è anche una didascalia in testa che spiega a cosa state andando incontro. Ma, se vogliamo metterci a fare paragoni scomodi, credo sia molto più efficace un’opera problematica come The Nightingale, piuttosto che un Mārama che rischia di scivolare via senza avere un impatto emotivo profondo, perché troppo preso a essere il più pulito e sanificato possibile per fare male sul serio. E non è un fatto di budella o frattaglie: non mancano, soprattutto nella parte finale. È un problema legato al volersi trattenere perché poi non si è abbastanza profumati.
È sempre l’annosa questione: è sufficiente trattare, con sincerità e passione, delle tematiche importanti per realizzare un buon film? No, o almeno non sempre. Mārama è un buon film, non sono sicura di poterlo definire un buon horror, perché è troppo spaventato da se stesso per esserlo davvero.
Rimane comunque esteticamente validissimo, ed è anche molto importante aver trovato una nuova voce, spesso messa da parte e silenziata. Al solito, Shudder sta facendo un lavoro egregio per mettere sotto i riflettori registi esordienti e comunità che vivono ai margini del cosiddetto grande cinema. Potremmo chiederci come mai, tra tutti i generi, è sempre l’horror quello che si rivela pronto a dar loro una casa e una piattaforma da cui esprimersi. Ma sappiamo tutti la risposta, anche quando, come in questo caso, l’horror viene accolto mentre lo si rinnega.
Va bene lo stesso. Sono sicura che usciranno altri film come Mārama e che questo sia soltanto l’inizio di un lungo e tortuoso percorso. E sono convinta che l’horror avrà molto da dire a riguardo.










