Tanti Auguri: 40 Anni di Chopping Mall

Regia – Jim Wynorski (1986)

Se a gennaio e a febbraio abbiamo parlato di cose un po’ altolocate o comunque molto famose, a marzo rientriamo nella zona che più ci compete: quella delle stronzate di serie B. Chopping Mall esce infatti per la prima volta in sala il 21 marzo del 1986, con il titolo Killbots, e va malissimo. Ha una seconda opportunità di sbarcare nei cinema nel settembre dello stesso anno, stavolta con il titolo che tutti conosciamo, e si comporta un po’ meglio, ma è con il mercato home video e i passaggi sulla tv via cavo che il film diventa un piccolo cult dell’horror anni ’80.
Lo potete trovare su Prime, doppiato, ma dovete cercarlo come Supermarket Horror, o altrimenti in quel luogo meraviglioso che è Tubi, se siete in vena di festeggiamenti.
Io credo che, con tutti i suoi enormi limiti, vada la pena festeggiare Chopping Mall con un certo calore. È un film che mi fa una tenerezza incredibile, quasi mi commuove.

Racconta di un grosso centro commerciale (la location è la stessa di Fast Times at Ridgemont High e Commando) che decide di affidare la gestione della sicurezza a dei simpatici robottini, programmati per saper distinguere gli intrusi dai dipendenti dell’azienda. Un temporale fa impazzire il computer che li controlla e loro diventano macchine omicide, proprio quando un gruppo di ragazzotti ha deciso di restare fin dopo l’orario di chiusura per fare festa, bere e, ovviamente, accoppiarsi.
C’è la divina Barbara Crampton, nel ruolo per lei abbastanza inusuale della bionda troppo stupida per vivere, c’è Kelli Maroney final girl, che cita se stessa ne La Notte della Cometa, e c’è Karrie Emerson che rappresenta il sogno di ogni lesbica sulla faccia della terra. Avanti, venite fuori, lo so che ci siete e lo avete pensato, non fatemi sentire sola.
Ci sono Dick Miller e Mary Woronov (sempre restando in zona Night of the Comet) in due particine minuscole ma molto divertenti. E, per essere un film di appena settanta minuti, presenta un quantitativo di tette esposte sproporzionato rispetto alla sua durata. La R che la censura americana gli ha affibbiato nel 1986 deriva proprio da questo.
Insomma, avete presente quei meme sul cinema horror degli anni ’80 con cattiva recitazione, nudità gratuite ed effetti speciali di cartapesta? Chopping Mall è la rappresentazione pratica del suddetto meme, ma è anche il motivo per cui, alla fine, a quel tipo di cinema ci si affeziona facilmente: è una giostra colorata e ingenua, lo specchio di tempi meno complessi e spensierati, l’equivalente in pellicola di una tisana calda coi biscotti.

Non citato nei titoli di testa o coda, c’è Roger Corman alla produzione, e la sua presenza si avverte a ogni fotogramma. Chopping Mall è proprio una creatura cormaniana. La produttrice è infatti Julie Corman, all’epoca sposata con Roger e sua storica collaboratrice.
Essendo, appunto, frutto della Corman Factory, Chopping Mall è molto meno scemo di quanto le premesse non spingano a sospettare. Addirittura, quarant’anni dopo, è diventato attuale.
La verità è che questo filmaccio di poche pretese anticipa Robocop di circa un anno. Lo sappiamo che Robocop sta su un altro livello, e che il povero Wynorski (che ha firmato 110 film in carriera, tra cui Piranhaconda e il rip off soft core di The Blair Witch Project: The Bare Wench Project) non si avvicina a Verhoeven neanche se si fa un trapianto di cervello, ma che lo anticipi è un dato di fatto.
Alla fine, parla di guardie che si fanno un po’ prendere la mano e interpretano in maniera troppo zelante la propria missione di servire e proteggere. Parla anche, ma te la mette lì come sottotraccia appena visibile nel mare di tette, di una ricca azienda che licenzia i suoi addetti alla sicurezza per sostituirli con delle macchine, e di un qualcosa di molto simile all’intelligenza artificiale che sbrocca a causa di un fenomeno banale come un temporale.
Il film si apre, ancora prima che appaia uno solo dei nostri protagonisti, con la dimostrazione delle funzionalità dei robot a uso e consumo dei proprietari dei negozi del centro commerciale. Il loro programmatore ne decanta l’affidabilità assoluta, mentre Mary Woronov, che lì possiede un ristorante, fa commenti ironici sull’aspetto “vagamente” etnico di uno di essi. È tutto abbastanza sguaiato e, proprio per questo, poco equivocabile: il capitalismo è una montagna di merda e, nei restanti sessantacinque minuti, il film vi dimostrerà quanto puzza.

Poi è anche incredibilmente stronzo e stereotipato, nel senso che si può prevedere con un margine di precisione elevatissimo chi morirà e quando: se sei una fanciulla appena un po’ più disinibita del normale, hai la certezza che non supererai la metà, se invece ti guardi Attack of the Crab Monsters insieme al nerd con gli occhiali, hai maggiori opportunità di arrivare alla fine. Ma in ogni caso, guardarsi Attack of the Crab Monsters come alternativa al sesso pre-matrimoniale è sempre meglio di, che so io, ricamare o sfornare biscotti, quindi un punticino alla vena eversiva di Wynorski mi sento di assegnarlo.
A parte la povera Barbara Crampton, intrappolata nella parte della bionda numero due, che sopravvive un po’ più a lungo della bionda numero uno soltanto perché ha un volto più noto, i restanti personaggi femminili hanno la loro dignità, e sono molto più memorabili degli anonimi maschietti, che io continuo a confondere tra loro a ogni visione. Distinguo il protagonista Ferdy per il nome ridicolo e perché soltanto lui porta gli occhiali.
I bot sono tutti e tre adorabili con il loro look vintage e il loro modo di avanzare implacabili e augurarti buona giornata dopo che ti hanno fatto saltare il cervello. Sono dei piccoli capolavori di effettistica artigianale, possiedono una personalità e danno la forte impressione di provarci gusto, a macellare questi giovinastri.

Come tantissimi horror (di serie B e non) di quel periodo, Chopping Mall è un film pieno di contraddizioni, anzi, si può dire che su queste contraddizioni ci viva e ci abbia fabbricato la propria fortuna. È il solito, e anche un po’ trito, discorso relativo all’horror che nasconde un bombarolo sotto il costume da democristiano, perché in questo modo è più facile passare attraverso le maglie della censura, e si possono vendere le nudità e le signorine discinte a tette al vento e, contemporaneamente, dipingere un centro commerciale come l’anticamera dell’inferno, e l’ossessione degli Stati Uniti per la sicurezza come un desiderio di morte che finisce per macellare la gioventù americana nel fiore degli anni.
Se ti diverti troppo, muori, ma la colpa non è tua: è che i robot della sicurezza sono puritani allo stesso modo di tuo padre. Al contrario, Corman è un vecchio zio un po’ matto che non si scandalizza davanti a niente e ti spalanca le porte di tutto ciò che è proibito, pericoloso, malsano.
Funziona tutto in maniera sgangherata, in questi film, però funziona, e quarant’anni dopo, stiamo ancora qui a ricordarci delle teste esplose, dei corpi fulminati, di Barbara Crampton bruciata viva, di Kelli Maroney che si nasconde nel negozio di animali e poi distrugge i bot con un razzo di segnalazione (nascosto in mezzo alle tette, che domande fate).

Non è di certo un capolavoro come alcuni film di cui abbiamo parlato, e parleremo, in questa rassegna di complehorror da ricordare, ma è una capsula del tempo, è un ricordo piacevole, è uno sberleffo che non ha perso il proprio vigore, anche dopo così tanto tempo.
Gli si vuole bene come si vuol bene a un antico giocattolo che ci teneva compagnia da bambini: un po’ ci imbarazza, ma non ce la sentiamo di rinnegarlo o di separarcene, non ancora.
Per crescere, dopotutto, c’è sempre tempo.

2 commenti

  1. Avatar di Blissard
    Blissard · · Rispondi

    Scopro ora di non conoscerlo, dal titolo pensavo fosse il film con Raimi (fratello, credo) ambientato in un supermercato. Vado a recuperarlo

    1. Avatar di Lucia

      Quello è The Intruder, e ci sono entrambi i fratelli Raimi.

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