
Regia – M. Night Shyamalan (2015)
Ognuno usa la challenge a modo suo, a seconda delle proprie preferenze. La si può sfruttare per recuperare vecchi film che non si rivedono da tempo, per recuperare horror mai visti prima o per restare al passo con le nuove uscite, cercando di incastrarle in qualche modo nelle categorie suggerite. Io spesso vado a sentimento, anche se cerco di fare tutte queste cose, ma una delle cose che più mi piace fare, quando c’è di mezzo una challenge, è andarmi a prendere un film che non mi era piaciuto e provare a dargli una seconda occasione.
Nel corso degli anni cambiamo, maturiamo, e forse comprendiamo meglio alcune intenzioni, cogliamo dei dettagli che ci erano sfuggiti. A volte scopriamo di aver preso delle sonore cantonate, o semplicemente di avere uno sguardo diverso rispetto a prima.
È il motivo principale per cui evito di parlare male di un film, anche se non mi entusiasma: i giudizi sono volatili. Può anche accadere il contrario, ovvero rivedere un film che si è amato e avere la stessa reazione di quando ci si ritrova di fronte a una foto con un ex: “Ma come cazzo ho fatto”. Però quello mi preoccupa meno, perché una volta che hai smerdato il lavoro altrui, le tue parole restano.
Tutta questa tediosa introduzione per dirvi che il Day 10 è dedicato all’hagsploitation e a me è tornato in mente di quando Shyamalan si è dato al mockumentary.
Cominciamo facendo una passeggiatina sul viale delle rimembranze: ve lo ricordate come stava messo Shyamalan, prima di The Visit? Se non ve lo ricordate, lo faccio io per voi: stava messo male, anzi, malissimo. Dal 2006, anno di uscita di Lady in the Water, al 2013, quando è sbarcato nelle sale After Earth, la sua carriera era andata in continuo calando, non solo perché il botteghino aveva smesso di sorridergli, ma perché la critica lo aveva preso a bersaglio di frizzi e lazzi. Fino a un secondo prima, Shyamalan era considerato l’erede diretto di Spielberg; un attimo dopo, tutti lo davano per spacciato. Un regista sull’orlo del baratro. Ai tempi di The Happening i media avevano direttamente preso a tifargli contro, a sperare nel suo fallimento.
Una delle accuse che spesso vengono rivolte a Shyamalan è quella di essere arrogante e pieno di sé.
Shyamalan non è un regista arrogante, è un regista che sa quello che vuole, cosa molto diversa. Sapere ciò che si vuole non ti mette al sicuro dagli errori, e in quel periodo, lui ne ha commessi parecchi, ma quando se ne è reso conto, ha abbandonato i progetti ad alto budget, si è impegnato la casa e ha girato un horror con cinque milioni di dollari. Si è saputo reinventare, ha ricominciato da capo, e a mio avviso, siamo molto, ma molto lontani dall’arroganza.
Ad aiutarlo nell’impresa c’è Jason Prezzemolino Blum, che però si aggiunge in coda, assistendo il regista nel processo di post-produzione del film, che è stato lungo e laborioso, e assicurandogli un contratto di distribuzione con la Universal.
The Visit esce nel settembre del 2015 (tanti auguri!) e incassa novantotto milioni di dollari.
Rappresenta quindi uno dei momenti più importanti della carriera di Shyamalan, io direi quasi il più importante, perché è la sua resurrezione, e da allora il nostro ha ripreso a lavorare con grande continuità. Pur con qualche piccolo passo falso, oggi è un regista da quasi un film all’anno. Direi che, viste le premesse, poteva andare molto peggio.
Shyamalan è stato abbastanza intelligente da prendere il treno del mockumentary giusto in tempo perché il pubblico non ne fosse ancora saturo, facendone tuttavia una cosa tutta sua, personalissima, d’autore.
In The Visit è racchiuso l’intero spettro del cinema d Shyamalan, ma a dimensione ridotta; non è un oggetto anomalo o spurio all’interno della sua filmografia, ne è parte integrante, e non solo per la presenza dell’ormai celeberrimo Shyamalan Twist (col marchio registrato), ma per delle caratteristiche tematiche, e anche formali, che gli appartengono sin dalla fine degli anni ’90.
Ma prima di parlare di questo, è meglio spiegare perché The Visit rientra nell’hagsploitation, che sarebbe quella branca dell’horror in cui le donne anziane assumono il ruolo di perfide e caricaturali figure negative, perché si tratta di un mockumentary e perché le due cose sono collegate.
In The Visit, i due fratelli protagonisti vanno a passare una settimana dai nonni, mai conosciuti prima, e una volta lì, cominciano a rendersi conto che quei due simpatici vecchietti hanno più di qualche rotella fuori posto; la vicenda è raccontata attraverso lo sguardo di Becca (Olivia DeJonge), la sorella maggiore e aspirante regista: The Visit è infatti il documentario scaturito da questa esperienza, girato soprattutto da Becca e con il fratello più piccolo, Tyler (Ed Oxenbould), occasionalmente operatore della seconda telecamera.
La differenza tra mockumentary e found footage sta tutta nella (dichiarata) elaborazione a posteriori del materiale. The Visit appartiene alla prima categoria perché noi non ci limitiamo ad assistere alle riprese effettuate da Tyler e Becca, ma al montaggio che Becca ha ricavato da esse, quindi a una selezione, a una serie di scelte precise.
Essendo il punto di vista quello di una ragazza di quindici anni, il vero orrore non sta tanto nelle intenzioni dei nonni, che comunque scopriamo a pochi minuti dalla fine del film, ma nella vecchiaia in quanto tale. La vecchiaia, con tutti gli sgradevoli corollari che si porta dietro, è il dispositivo attraverso cui la paura viene generata lungo tutto il corso del film. Per quanto lo sguardo di Becca (non quello di Tyler) cerchi di essere sempre pietoso e benevolo, è logico che cada spesso nel sensazionalismo e, appunto, nell’exploitation per raccontare la decadenza fisica e mentale di questi due anziani estranei che le hanno detto essere i suoi nonni.
Il che ci porta a come Shyamalan, al solito, si diverta a tendere un tranello al pubblico sfruttando un linguaggio molto specifico, quello del falso documentario, che in teoria non doveva essergli familiare, ma che in pratica gli sta comodissimo. Anzi, ci sguazza proprio dentro, ne sfrutta ogni trucco, ogni possibilità espressiva.
Non vediamo arrivare il colpo di scena perché, quando si parla di famiglia, siamo troppo abituati a dare per scontate tante cose. Shyamalan per primo sa che il concetto di famiglia è spesso una performance (vedere il recente Trap, con padre amorevole e spietato serial killer), una rappresentazione. La presenza di telecamere dal primo all’ultimo giorno della visita dei nipoti ai nonni non fa che accentuare il carattere di finzione del quadretto familiare. È un cortocircuito linguistico che Shyamalan maneggia con una maestria più unica che rara.
Becca (e Shyamalan con lei) costruisce il suo documentario sui nonni, sul loro rapporto mancato con la madre, sul tentativo di ottenere per lei il perdono dei genitori, come un mystery. Ed è ovvio, lei conosce la conclusione della storia. Se The Visit fosse un found footage, il ritmo e lo svelamento della verità che i due coniugi nascondono, sarebbero completamente diversi. Essendo un mockumentary, la scansione e gli appuntamenti narrativi sono molto precisi, come del resto le informazioni importantissime sui personaggi (le paralisi di Tyler, l’insicurezza di Becca) vengono date sempre al momento giusto.
È un gioco che Shyamalan fa con lo spettatore consapevole e, già nel 2015, avvezzo alla forma del falso documentario, ma puntando anche molto sulla confusione che si tende a fare tra mockumentary e found footage.
Che sia proprio il documentario di Becca, montato e finito, lo sappiamo soltanto nella scena finale, quando il rap di Tyler rompe l’illusione. E sì, può essere imbarazzante, può sembrare fuori luogo, ma se lo si legge così, è l’ennesima botta di genio del film.
Una matrioska di ossessioni, di pulsioni, di paure infantili, di proiezioni verso un futuro che, prima o poi (e se siamo fortunati) toccherà a tutti noi.
Non stupisce che, con questo film, Shyamalan si sia gettato alle spalle i suoi anni più difficili e sia tornato il grandissimo narratore che è sempre stato.
The Visit, per concludere, non è soltanto un meccanismo narrativo sopraffino, è anche un film curatissimo sul piano formale, perché imita alla perfezione lo stile di una regista alle prime armi: è grezzo, ma allo stesso tempo non privo di una certa ricercatezza, è velleitario e urgente, immaturo eppure già molto coerente. C’è una visione estetica, magari ancora un po’ offuscata, ma chiara. Se non lo avesse diretto un autore famoso, con una filmografia lunga un chilometro dietro di sé, lo si potrebbe scambiare per un esordio. E, di fatto, lo è; è l’esordio di Becca.
Felice di aver rimediato a una delle mie numerose cantonate, vi consiglio di rivederlo e di riscoprirlo. Se lo merita.











Sarà che non faccio follie per la sua autorialità, ma il film l’ho trovato ben fatto ma nulla di più. Come al solito, dimenticabile senza il twist finale
Ho sempre pensato che Shyamalan dia il meglio quando è nella merda di brutto e deve lavorare con pochi soldi . Un po’ come succedeva a Carpenter .
Carpenter è proprio un altro livello
Giorno Lucia,per la challenge di oggi,ho rispolverato “The Skeleton Key”,sempre bello da vedere.
Ricordo come, ai tempi, non mi avesse colpìto (pur essendo tutt’altro che disprezzabile, va detto) allo stesso modo di suoi titoli pre-anni ’10 del nuovo millennio, quindi credo tocchi rivederlo a mia volta per smentire o, in caso, riconfermare quell’impressione…
Hagsploitation? Che ne dici se vado alle origini con qualcosina come, ad esempio, “Che fine ha fatto Baby Jane”? 😉
Confesso che “The Happening” mi piace tantissimo… 😅Shyamalan è un narratore fantastico. Cosa gli vuoi dire? Certe volte ho dei problemi con i suoi finali o con certi contenuti ideologici che mi fanno deragliare un po’ come spettatore. Ma sono Io in relazione alla storia. Non è un problema della storia. Per me davvero un autore da scoprire e riscoprire nel tempo. Ammetto che alcune cose (tipo After Earth) mi mancano… ma tutto quello che conosco di suo vale ed è stimolante.
The Visit l’ho visto una volta sola ma ricordo che mi piacque davvero un botto!🏆
Sull’hagsploitation sono debole (anche di cuore), quindi la prendo larga larga con “La Città Incantata” (♥️)😁