
Regia – Tim Burton (2024)
Sono andata in sala completamente priva di aspettative, ma animata dalla speranza che fosse un bel film. E non perché temevo che questo sequel potesse rovinare l’eredità di quello che, per molte persone della mia generazione, ha rappresentato il rito di iniziazione cinematografica al gotico, ma perché a me, per Tim Burton, spiace umanamente. Il calo di ispirazione che lo ha colpito, ormai da una ventina d’anni, è proprio una cosa dolorosa, e vederlo tornare a dirigere un buon film sarebbe stato il regalo perfetto per la spooky season 2024.
E il regalo perfetto è stato. Beetlejuice Beeteljuice è un film gradevole e gustoso, divertentissimo, che monta su una storiella molto esile (ma pure quella del primo Beetlejuice non è che fosse così spessa) tutto l’immaginario sfrenato di Burton, scevro da qualsiasi forma di normalizzazione. In sintesi, è un comfort movie per gli stramboidi.
Ritroviamo Lydia (Winona Ryder), diventata una medium televisiva, alle prese con un rapporto complicato con la figlia Astrid (Jenna Ortega) che praticamente non le rivolge più la parola. Quando Lydia apprende dalla matrigna Delia (Catherine O’Hara) della morte del padre, bisogna tornare nella vecchia casa di Winter River per il funerale e la successiva vendita dell’immobile. Ovvio che il nostro demone preferito, interpretato da un Michael Keaton che non sembra invecchiato di un solo giorno, non stesse aspettando altro.
Ecco, a parte tutta una serie di complicazioni aggiunte in corsa, la sceneggiatura (che non ha scritto Burton) è tutta qui: un pretesto per far scatenare Beetlejuice, rimetterlo a confronto con Lydia e dare al regista la possibilità di giocare in un terreno a lui molto caro e familiare. L’operazione è riuscita e ce ne torniamo a casa con un bel sorriso stampato in faccia.
Prima del deragliamento, che io periodizzo a partire da Il Pianeta delle Scimmie, il cinema di Tim Burton ha sempre parlato a una categoria molto specifica di pubblico, ovvero i weird kids. Per carità, era anche abbastanza paraculo da non escludere il resto degli spettatori, ma i codici erano estremamente precisi, subito riconoscibili. Ti diceva che, anche se eri strambo, avresti trovato comunque il tuo posto nel mondo, senza doverti normalizzare; magari non sarebbe stato proprio comodo o facile, ci sarebbe stato un prezzo da pagare, moneta sonante in sofferenze varie. E tuttavia potevi restare un weirdo ed essere felice lo stesso. Questa vita così ostile dopotutto non era male, esistevano altre persone come te. E non c’è nulla di più soddisfacente per un weirdo, che incontrare un altro weirdo. Poi Tim Burton ha fatto quello che ai suoi personaggi non veniva richiesto: si è normalizzato lui, ed è iniziato il declino.
La parziale ripresa è arrivata con Mercoledì, la serie Netflix la cui prima stagione è uscita un paio d’anni fa e ha riscosso un buon successo di pubblico e critica. Però eravamo, appunto, in territorio Netflix, quindi la normalizzazione era, in un certo senso, innata al progetto. Infatti la protagonista Mercoledì non è una ragazzina stramba inserita in un contesto di gente ordinaria: è la più cool in una scuola per giovani con doti soprannaturali. Il che ci fa anche smarrire per strada il nucleo concettuale della Famiglia Addams, la loro irriducibile diversità rispetto all’ambiente che li circonda.
Mancava anche un’altra delle caratteristiche tipiche del cinema di Tim Burton: il dipingere la vita delle persone ordinarie con tratti che ne sottolineassero il lato grottesco: il quartiere dove si svolge Edward Mani di Forbice, per esempio, non è un tipico sobborgo borghese americano come ne abbiamo visti tanti al cinema, ne è la sua esasperazione, utile a rivelarne il volto più mostruoso.
Tutto questo ritorna con una certa prepotenza in Beetlejuice Beetlejuice, forse perché, appunto, Burton ci sta comodo e non deve sforzarsi troppo, forse perché anche lui, come Lydia, doveva tornare a casa per ritrovare se stesso.
Certo, sono passati quasi quarant’anni, è cambiato il cinema, e soprattutto è cambiata la percezione di ciò che è strambo, di ciò che è socialmente accettabile. A dirla tutta, gli elementi devianti hanno finito per essere inglobati dall’ipertrofia capitalista e la poetica di Tim Burton è diventata obsoleta. Questo film sembra esserne perfettamente consapevole e allora si limita a divertirsi, a giocare, a infilare una gag dietro l’altra, una battuta dietro l’altra, tenendo ben presente che la sua estetica è stata già cannibalizzata e che essere davvero eversivi con il gotico tenerello è un’impresa impossibile, nel 2024.
Eppure, specialmente in tutte le sequenze ambientate nell’al di là, Beetlejuice Beetlejuice qualche tabù lo infrange ancora: uno risvolti più inquietanti, sempre celato dietro uno strato di carineria e tonnellate di umorismo, del cinema di Tim Burton è la sua fascinazione nei confronti della morte; il macabro, per quanto lo si possa ammantare di tenerezza, resta sempre un qualcosa che ci ricorda la nostra fragilità esistenziale. Si torna sempre lì, al mestiere del cinema dell’orrore, che si può declinare in mille forme diverse, ma comunque ci sbatte in faccia la verità inconfutabile della morte. Nostra e di chi amiamo.
Che, a guardarla da vicino, non è poi questa roba così enorme, ci si può ridere sopra, ci si può in qualche modo venire a patti. Avere una relazione privilegiata con i morti e con la morte è una delle principali prerogative di ogni weird kid di questo mondo. Grattando la superficie, è di questo che parlano i film di Tim Burton più riusciti, è di questo che parla Beetlejuice Beetlejuice.
È stato bello tornare in sala e ritrovare Tim Burton in forma. Senza nostalgia per i tempi che furono, con pochissime strizzate d’occhio, zero citazioni, uno sguardo più maturo e un po’ stanco. Ma non lo siamo tutti, più maturi e più stanchi?
Siamo invecchiati, prima o poi toccherà accettarlo. Ma possiamo essere dei weirdo anche da vecchi. Beetlejuice Beetlejuice ce lo fa capire tra una risata e uno sberleffo. Bentornato, Tim Burton. Mi eri mancato un sacco.











Io al momento ho zero interesse verso il sequel già dal principio in cui fu annunciato: per me il finale del primo era ottimo e mi piaceva finisse lì.
Ora la tua recensione un po mi ha incuriosito: vale la pena vederselo al cinema o me lo godrei anche in streaming?
Ho scoperto da pochissimo che era uscito un nuovo Beetlejuice. Il primo era un appuntamento fisso della mia pre-post adolescenza e tutt’ora lo adoro.
“Stramberia”… solitudine… diversità… morte… anarchia… speranza… adolescenza… divertimento… parolacce… allusioni… divertimento… esclusione/inclusione… la più bella “possessione” della storia del cinema… (così teatrale – su una canzone buffa che parla di cose non buffe – come quelle di Ash e che mettevo tra i consigli di visione quando mi occupavo di teatro giovani…).
Tra i miei film preferiti (quelli che non mi stanco mai di rivedere) ce ne sono 5 di Burton (compreso Beetlejuice, li ho contati adesso, per curiosità:-) quindi è per me un autore importante.
Il tuo post mi ha fatto ritornare in mente un aneddoto che mi fece molto riflettere (su di me). Il cinema “giusto” è sempre stato un luogo personale in cui vivere una specie di “anormale normalità”, un luogo che talvolta diventava condiviso, ma non molto spesso. Io ci provavo, non ho mai amato vivere/essere “qualcosa” senza poterlo condividere, o come “identità” separata dal resto. Una notte dei fine 90′ Fuori Orario trasmise Ed Wood (non sapevo che fosse di Burton, registravo spesso di notte col timer e l’opzione LP del videoregistratore) e ne rimasi colpito. Lo riguardavo a ripetizione. Mi faceva ridere, commuovere, sentire a casa, stare bene. Mi faceva sentire “normale”. E’ il mio preferito di Burton, ma non rinuncerei agli altri. Un giorno lo feci vedere ad una persona a cui tenevo che… si annoiò, lo trovò tremendamente triste e non empatizzò come me con quei personaggi. Sì, è “anche” triste ma questa dimensione mi era arrivata solo secondariamente. Quindi mi sono chiesto come mai per me, oltre che essere triste, fosse anche magnifico esteticamente, divertente, umano, pure inclusivo, entusiasmante, commovente… Boh, forse è qualcosa che ha a che fare con l’essere “stramboidi”…
O magari Tim Burton è diverso da come lo vivo io… o entrambe:-)
Besos, “daylight come and me wan’ go home…”
Ed Wood è anche il mio preferito di Tim Burton, purtroppo non riesco più a guardarlo per la presenza fastidiosa di Johnny Depp, che poi è una cosa che vale per quasi tutta la sua filmografia. Per fortuna che Beetlejuice, Mars Attacks e i due Batman ci risparmiano questa iattura
Azz… capisco. Io per scelta non cerco e non seguo (di solito) nulla che non sia solo il film (né la vita di registi, attori, produttori, né le loro posizioni politiche, né le opinioni della rete su di loro o sul loro lavoro, con eccezioni per me positive come il tuo blog) e quindi le persone dietro ai personaggi forse mi indispongono meno (anche solo perché non sempre le conosco). Ma ci sta che certi nomi diventino spiacevoli.
Però adesso sono curioso dei tuoi Burton’s preferiti (esclusi quelli con Depp a questo punto), visto che hai citato Mars Attacks! che ho da poco rivisto con mio padre (ottantaduenne) e che ha apprezzato tantissimo. I miei “Burton’s” del cuore (quelli che sempre voglia di rivedere) sono: Beetlejuice, Ed Wood, Mars Attacks!, Sleepy Hollow e Big Fish perché, devo essere sincero, mi fanno stare bene.
Mi piacciono molto anche Batman 2, Frankenweenie, La sposa cadavere e (inaspettatamente, ma secondo me è fighissimo) Dark Shadows.
Besos!
Guarda, ti ci metto anche quelli con Depp, perché ci sono troppo legata e, anche se adesso mi fa un po’ impressione rivederli, non voglio e non posso rinnegarli.
Di Ed Wood abbiamo già parlato, come pure di Mars Attacks. Ci aggiungo il secondo Batman e lo splendido Sleepy Hollow
🙂
(SPOILERini, quà e là…)
Alla fine l’ho visto. Con un po’ di aspettativa, non molta. E… boh… cosa dovrei dire?
Non è una prescrizione medica riesumare vecchi “cult” (magari con l’aiuto di un Bio Esorcista, vecchio pure lui magari…), neanche se a farlo sono i loro creatori originari. A questa logica nostalgica poteva evitare di piegarsi anche Burton.
E invece eccolo qui anche lui, addirittura con l’attrice di Mercoledì…
E… mannaggiaimorti! Ha fatto benissimo, cazzo! 🙂
“Mi si sono aperte le acque durante Operazione Paura”…
Sinceramente mi sono divertito tantissimo, ho riso ad alta voce in almeno tre occasioni, ho pianto in una, ho avuto un sorriso (alla Beetlejuice) stampato in faccia per tutta l’ultima parte del film (quando il delirio de-colla…) 🙂
Ma Keaton che bestia è…
Non sarà bello come il primo, ma ci ho visto (io “vedo” sempre “fantasmi” nei film, sono il mio “aldilà”) tante piccole cose interessani ed emozionanti, oltre al divertimento e all’estetica caratteristica. Un po’ come nei vecchi film di Burton.
Intanto ci penso, poi magari ritorno (dagli uffici dell’oltretomba)…
Vado a mettermi le zampe d’elefante e a ripassare un po’ di passi da disco: tra poco devo prendere il Soul Train…
Chissà se i jeans mi entrano ancora… magari chiedo a Tim se mi presta i suoi…
Besos!