The Outwaters

Regia – Robbie Banfitch (2022)

L’horror cosiddetto “liminale” è una delle tendenze più recenti del genere, soprattutto a livello indipendente. Sta per fare il salto di categoria grazie alla solita A24 che, in combutta con James Wan, ha deciso di mettere in produzione un film tratto dalla serie di cortometraggi diretti da Kane Parsons e diventati virali su YouTube: The Backrooms. Un paio di esempi di film usciti negli ultimi due o tre anni e definibili liminal horror sono We’re All Going to the World’s Fair e Skinamarink. Ma, restando in ambito più “tradizionale”, la fascinazione per gli spazi liminali, di transizione, che disorientano senza capire bene perché, è presente anche in film come Us, Vivarium, It Follows, Donnie Darko; per non parlare di The Blair Witch Project, che resta, a mio modesto parere, ancora il miglior lungometraggio sul tema, e molto in anticipo sui tempi. 
Diciamo, per semplificare al massimo, che di solito il liminal horror si esprime meglio con il linguaggio del found footage (e roba affine). Non credo si possa parlare di genere, quanto di modalità, anche se forse è pure presto per tentare di dare a questo fenomeno una definizione precisa. Sta di fatto che, soprattutto nelle sue versioni più indie e celebrate, a me annoia mortalmente. Ho fatto fatica a finire We’re All Going to the World’s Fair e ho interrotto Skinamarink dopo venti minuti di pareti vuote con un filtro rosé applicato in post produzione. Però concettualmente, il discorso sugli interstizi della realtà, sui non luoghi in cui per caso o per tracotanza si finisce per precipitare e non tornare più indietro, mi incuriosisce e sono convinta che, appunto con diverse modalità, sia parte integrante dell’horror dagli albori. 

Tutto questo pippone iniziale per dire che The Outwaters è sicuramente un liminal horror, ma non ci si addormenta guardandolo; è un liminal horror con un buon ritmo, se non altro. A volte, e soprattutto negli ultimi 15 minuti, sa essere irritante e dimostra di avere come obiettivo principale quello di sfiancarti e di renderti quasi impossibile la visione, però rimane il più interessante in questo nuovo corso del found footage che, aspettatevelo, invaderà lo spazio indipendente con decine e decine di prodotti dalla qualità altalenante.
The Outwaters racconta di un aspirante regista, Robbie (interpretato dallo stesso Banfitch), che recluta il fratello Scott e l’amica Angela per girare il video della cantante Michelle nel deserto del Mojave. I quattro partono alla volta delle location delle riprese e non tornano più indietro. 
Il film si apre con la registrazione di alcune telefonate al 911, effettuate dai ragazzi prima di sparire nel nulla, e poi appare la tipica didascalia atta a informarci che stiamo per vedere le schede di memoria di una telecamera ritrovata in mezzo al deserto. 

Assisteremo quindi alla preparazione dell’attrezzatura, al cazzeggio che precede la partenza dei quattro, al viaggio in macchina verso il deserto, a lunghe camminate nel nulla e ad altrettanto lunghe sessioni di ripresa del videocilp, alle prime stranezze nell’immensità del deserto notturno, apparizioni, rumori strani, lampi di luce, fino a quando Banfitch non scatenerà l’inferno nei minuti finali, mettendo in scena un incubo caotico come pochi ne ho visti nel corso della mia vita da spettatrice. 
The Outwaters, come capita anche con parecchi altri found footage, è un film che chiede la vostra fiducia. Dovrete sottoporvi a svariati minuti di minuzie della vita quotidiana di quattro personaggi privi di caratteristiche memorabili e neppure particolarmente simpatici. Quattro normalissimi trentenni come ce ne sono tanti, insomma. Il found footage contraddice, per sua stessa natura, la qualità principale del cinema, che è quella di raccontare la vita tagliando le parti inutili. Ci sono alcuni found footage che lo fanno meno, e di solito sono quelli costruiti apposta per somigliare il più possibile a dei film girati con linguaggio tradizionale; The Outwaters non è soltanto un liminal horror, è anche un found footage puro, senza mediazioni, senza filtri di sorta. Così come le schede sono state ritrovate, voi le vedrete. 

Un’altra prerogativa del found footage puro è la soggettività, soprattutto quando non esiste, come in questo caso, un occhio esterno (in Skinamarink esiste) ma le riprese vengono effettuate dai protagonisti stessi: in altre parole, il loro campo visivo limitatissimo è il nostro, e a noi spettatori è concessa la stessa comprensione degli eventi concessa a loro. In questo caso forse anche minore della loro, dato che alcune cose sfuggono alla telecamera di Robbie, che funge da ulteriore barriera tra noi e ciò che accade nel deserto. 
Ecco, preparatevi a non sapere nulla e a non avere spiegazioni, preparatevi a vivere un’esperienza molto simile a un’allucinazione collettiva, preparatevi a cadere, insieme ai protagonisti, dentro a una crepa nel tessuto del reale, un’alterazione del tempo, dello spazio e della materia che vi condurrà in luoghi impossibili, a fare una fine orribile in preda a un cieco terrore. Questo è, più o meno, e senza fare spoiler, il senso di The Outwaters. 
Come per tutto l’horror liminale la percezione che si ha del film è molto variabile. Potreste detestarlo o amarlo alla follia com’è successo a me, e credo avreste ragione in entrambi i casi: magari io stessa, a rivederlo in uno stato d’animo diverso dalla prima volta, potrei cambiare idea. 

Cercando di mantenere quel tanto di obiettività possibile di fronte a opere come questa, è vero che ogni tanto Banfitch si fa prendere la mano dall’anima sperimentale del suo film e sfiora l’annientamento della forma di racconto intellegibile. Ci sono lunghe ed estenuanti porzioni di The Outwaters ambientate nel buio più totale, con l’intero schermo completamente nero e il minuscolo fascio di luce circolare di una torcia che ci permette di vedere soltanto un frammento di ciò che ci sarebbe in campo. Sempre che in campo ci sia qualcosa. Però, anche questo, fa parte di quell’effetto allucinatorio e claustrofobico che è uno dei punti di forza del film, quindi non riesco ad annoverarlo tra i difetti. È un po’ troppo lungo: un’ora e cinquanta minuti dai quali si poteva sottrarre qualcosina, soprattutto nella prima parte, che io capisco benissimo la necessità di simulare delle schede di memoria di una telecamera, ma a tutto c’è un limite, anche alle parti inutili. 

È anche un film sorprendentemente violento e pieno di sangue e mutilazioni varie, creature mostruose che incutono paura e disgusto, e un finale così gore che stentavo a credere ai miei occhi.
Potrebbe essere un episodio allungato di The Twilight Zone (parlando di liminal space, credo che la serie di Serling sia il capostipite del filone), ma adattato alle paure di questo apocalittico primo ventennio del XXI secolo. 
A differenza del suo collega e affine Skinamarink, The Outwaters corre molto più veloce, possiede almeno una parvenza di narrazione, che poi viene completamente messa da parte, ma se non altro serve a sostenere la vostra attenzione fino a quando non si precipita nel vortice di terrore puro e a quel punto niente ha più importanza. 
Vedremo cosa succederà in futuro con questo nuovo modo di intendere il found footage, ma io sono sempre contenta quando i giovani registi sperimentano. Banfitch il film se lo è scritto, prodotto, diretto, interpretato, forografato e montato. È un regista nato nel 1985 che ha all’attivo due cortometraggi e un mediometraggio del 2007. Da qualche parte c’è del genio, insomma. Un plauso alla creatività. 

4 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Lo sperimentalismo ha i suoi motivi d’interesse, a patto di non finire per avvitarsi su sé stesso diventando ermetico ai limiti dell’incomprensibile (vedi Skinamarink, appunto)… Dalla tua rece vedo che, fortunatamente, The Outwaters rimane qualche gradino sopra la soglia di rischio… e poi, se il finale è stato così gore da sorprenderti, allora, dovendo scoprire cosa ancora può essere capace di lasciare di stucco Lucia Patrizi, ho un motivo in più per non perdermelo 😉

    1. Io ti consiglio di provare a vedere anche Skinamarink, perché magari ti piace. È tutto estremamente soggettivo in questo tipo di film. Magari invece The Outwaters ti irrita e basta!

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Doppia visione, allora. E vediamo quale dei due avrà il potere di non irritarmi… 🤔😊

  2. Blissard · · Rispondi

    Credo che il regista abbia stoffa, ma il film l’ho odiato. Non ci si affeziona ai personaggi, anzi, al contrario, non si vede l’ora che qualcuno o qualcosa li faccia fuori: la cantante blatera a proposito della madre morta e intona una nenia irritante, la sua truccatrice e il tizio che vaga con tono estatico senza camicia e con un quadernetto in mano non si capisce bene che cosa ci stiano a fare nella situazione, il videomaker è un completo idiota che, nella notte, invece di illuminare la possibile fonte dei rumori assordanti pensa bene di puntare il bel faretto della sua videocamera sui volti dei suoi amici. Poi vabbè, c’è il finale cosmic horror interessante sulla carta ma francamente inguardabile alla prova dei fatti.

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