Pearl

Regia – Ti West (2022)

Ben ritrovati a tutti e di nuovo scusate per la prolungata assenza, ma ormai sapete come vanno le cose da queste parti ultimamente e credo vi siate abituati. Ci si è messo di mezzo anche il covid (no, non l’ho avuto io, a me era toccata a settembre) a ostacolare l’andamento del blog, e quindi eccomi qui, dopo un buco di quasi tre settimane, a parlarvi di Pearl, secondo tassello del trittico di Ti West dedicato a far diventare Mia Goth una diva. Sì, lo so che non è dedicato soltanto a quello, ma quando hai a disposizione un’attrice così, il minimo è costruirle tre film intorno. Non solo, ma Goth ha anche scritto, insieme a West, la sceneggiatura di Pearl, quindi possiamo affermare senza timore di essere smentiti che il film appartiene a lei tanto quanto appartiene al buon West. Deve averlo ispirato parecchio, se pensate che non faceva un film dal 2016 e ora ne sta facendo tre quasi in contemporanea, ma non divaghiamo. 
Pearl è l’horror migliore dell’anno. 
Se non fosse per l’uscita di Everything, Everywhere all at once, sarebbe il film dell’anno. 
Ora che ho la vostra attenzione, possiamo cominciare.

A parte il lodevole intento di far accorgere tutti dell’esistenza di una musa di nome Mia Goth, Pearl fa parte di un progetto che è abbastanza tipico del lavoro di Ti West, ovvero il recupero filologico dei vari filoni che hanno fatto grande l’horror da più di un secolo a questa parte. Se per X era molto facile identificare a quale sottogenere West si riferisse, con Pearl la cosa è più complessa, stratificata e sfaccettata. L’exploitation è sempre il punto di partenza, e lo si nota dal trailer del film, dai caratteri usati nei poster e, soprattutto, dalla storia che West, insieme a Goth, sceglie di raccontare, che potrebbe benissimo arrivare dritta da quel momento molto particolare, intorno alla metà degli anni ’60, in cui la Hollywood degli studios cedeva faticosamente il passo agli autori, e nel mezzo, alcuni registi si erano messi di buona volontà a distruggere i generi. Il nome che per primo mi viene in mente è quello di Robert Aldrich. Pearl, lo sappiamo, è l’origin story dell’anziana assassina di X (ma lo potete vedere anche senza aver visto X, è abbastanza indipendente), ma potrebbe esserlo di una qualsiasi delle altre anziane della hagsploitation, cominciata proprio da Aldrich nel 1962 con Che Fine ha Fatto Baby Jane. Sì, sessant’anni fa. 

Non siamo ancora nella pura exploitation degli anni ’70, ma ci stiamo avvicinando. Siamo in una fase preparatoria, durante la quale un nuovo linguaggio, grezzo, aggressivo, spezzato, si mischia a quello classico della vecchia Hollywood. Ed ecco lo stile di Pearl servitovi su un piatto d’argento. 
Pearl ha l’andamento di un melodramma degli anni ’30, i colori de Il Mago di Oz, e l’esplosiva violenza di un film di William Castle con Joan Crawford che decapita la gente come se non ci fosse un domani. Ora, io una roba così strutturata, così consapevole e curata l’ho vista di rado. X è uno splendore, ma non è così imprevedibile, non è un viaggio così poco consueto. Pearl è una sorpresa a ogni cambio scena, un studio sul personaggio intimo ed estremamente accurato, e una ferocissima satira delle istituzioni famigliari, della morale, del matrimonio e delle convezioni sociali, affrontata con la delicatezza di una betoniera che ti arriva addosso a 180 l’ora. 
È bellissimo.

Ambientato nel 1918, in piena pandemia, Pearl racconta delle ambizioni continuamente frustrate della sua protagonista di sfondare nel varietà, dei suoi tentativi di fuggire dalla soffocante fattoria texana dove vive con la madre severissima e il padre invalido, e dei suoi disturbi che vengono a galla nell’indifferenza e disattenzione generali. Pearl è sposata con l’Howard che conosceremo molto anziano in X, ma lui non c’è: è partito per la guerra e Pearl aspetta il suo ritorno con crescente rassegnazione; ha capito che nemmeno lui la porterà via di lì, e che il suo destino è stare lì, a meno che non se la trovi da sola, una via d’uscita. Se abbiamo visto X, già sappiamo che questo non avverrà, ma non è importante esserne a conoscenza in anticipo, perché Pearl non è affatto una storia di riscatto, ma di accettazione di un destino ingrato, con un twist omicida. 
È un film su sogni che si infrangono sul nascere, perché troppo ingenui o troppo folli per avere una qualche corrispondenza col reale, un film in cui Pearl è una Dorothy impazzita che non ha una sola speranza di riuscire nel suo intento, in parte per delle evidenti condizioni sociali e ambientali, in parte perché c’è davvero qualcosa che non va in lei.

Pearl è un personaggio difficile e respingente, il suo disagio non viene mai nascosto da West e da Goth per accattivarsi le simpatie dello spettatore. Proviamo per lei un sentimento di profonda pietà, ma siamo anche molto spaventati da lei e sappiamo che ogni sua reazione potrebbe essere quella definitiva, quella che le fa oltrepassare una linea dalla quale non si torna indietro. Quando ciò, puntualmente, avviene, siamo talmente dentro di lei, talmente invischiati nella sua storia e nella sua mente che possiamo soltanto provare a capirla. E qui West ci mette la botta di genio, un monologo di diversi minuti, recitato tutto (quasi) senza stacchi da Mia Goth che chiarifica ogni cosa senza essere didascalico. Una botta emotiva così potente che ti ne esci tramortito e con qualcosa che ti è entrato negli occhi. Non so se mi spiego. 

Non si tratta di vittimizzare un personaggio che ci è stato presentato in X come carnefice, e anche lì, il discorso era molto più complicato del dualismo vittime/carnefici, non si tratta nemmeno di raccontarci come questa vittima è diventata carnefice; si tratta di ricostruire una mentalità, un mondo, un sistema di valori che non permettono alla fragilità di esistere. Pearl è fragile, tutti sanno che lo è, ma si spera di poter nascondere questa fragilità sotto il tappeto, seppellirla nel matrimonio, ingabbiarla in un’educazione rigidissima e soffocante.
Ma Pearl non è soltanto fragile, è esuberante, ha una sessualità esplosiva e incontrollata, è pericolosa perché vive tutte queste sue “devianze” (termine che non uso a caso) in maniera del tutto innocente, e in questo finisce per turbare anche una figura come quella del proiezionista del cinema, perché, come la sua collega e antenata May, la sua diversità è irriducibile e la sua solitudine totale. 

È in questo equilibrio tra exploitation pura ed empatia assoluta che Pearl trova la sua collocazione naturale. Uno spazio molto stretto in cui muoversi, difficile da trovare, ancora più difficile da mantenere per quasi 100 minuti. Qui sta tutta la bravura di Ti West, uno che, in compagnia di Fessenden, l’elevated horror se lo è inventato ancora prima che a qualcuno venisse in mente di utilizzare questa etichetta, e ora può prendersene gioco, rivendicando le radici luride del genere, andando a pescare nei suoi meandri meno socialmente accettabili e beccandosi comunque il plauso della critica, perché lui il cinema lo sa fare e basta, lo conosce, ci sguazza dentro e lo ama. Pearl è un’esperienza dolorosa e triste, è un viaggio nei recessi di una mente instabile e piena di rabbia e risentimento, è un’analisi niente affatto pacificata del fallimento, ma è anche un film divertentissimo, colorato, pieno di sangue e di ironia camp, un film che celebra la serie B e rivendica di farne parte. Allo stesso tempo, è il film più riuscito di un autore che abbiamo, finalmente, ritrovato dopo tanti anni. Perché X poteva essere un’eccezione, Pearl è una splendida conferma. Aspettando con aspettative enormi MaXXXime. 

9 commenti

  1. Mia Goth è incredibile, da quando mi capitò sotto gli occhi in Nymphomaniac di Lars von Trier ne avevo già notato le potenzialità. Infatti è letteralmente esplosa, oltretutto in un genere che non mi sarei mai aspettato. Scorsese ha detto bene di questo film, risultando oltretutto coerente con quanto affermò tanto tempo fa in un’intervista sul genere horror.

    1. Mia Goth è una dea ed è perfetta per questo tipo di horror così carico. Scorsese è uno di noi, grande appassionato, scopritore di film sconosciuti e fan della Hammer

  2. Ma il film è su qualche piattaforma o è uscito / uscirà al cinema in Italia?
    Oppure l’unico modo è il solito pensiero creativo?

    1. Per ora solo pensiero laterale, purtroppo.

      1. Allora vada per il pensiero laterale, se non ci danno altra scelta… E bentornata! Che, pur sapendo come ormai le cose vanno da queste parti, le lunghe assenze mi fanno comunque stare in pensiero 😉

        1. Con “Nuovi Incubi” come va? E’ da un bel po’ che non vi si ascolta, ormai…

  3. Nel 2015 uscì The Survivalist, film irlandese con questa efebica, filiforme e acerba ragazza britannica dalla pelle diafana (liliale avrebbe detto l’Argan) che già nel nome tradiva la sua natura più intima, personale. E vera. Per la felicità di Aristotele il quale nella Metafisica scriveva che: “I sostantivi debbano convenire alle qualità e agli usi delle cose.” Beh, Mia Goth (e Gipsy aggiungerei), che sembra uscita da un racconto di E. A. Poe, non a caso il meglio di sé l’ha sempre dato in questo genere cinematografico che più degli altri sa come scandagliare e portare a galla i kraken che nuotano gli abissi dell’animo. Probabilmente Mia Goth (e Anya Taylor-Joy) sono al momento le migliori e ideali interpreti per questo genere e, come sarebbe impossibile immaginare il Derby County di Brian Clough senza Peter Taylor così è inane immaginare Pearl di Ti West senza Mia. Assieme allo splendido soliloquio dinanzi alla cognata aggiungo la sfuriata che Pearl ha con la madre dove la frustrazione si fa rabbia. Ed è già la sua ineluttabile sconfitta.

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