Horror 2000: Second Name

Regia – Paco Plaza (2002)

C’è un altro posto, oltre al Giappone, dove si è obbligati ad andare, se si vuole avere un’impressione fedele dello stato dell’horror all’inizio del secolo, ed è la Spagna, paese ancora più vitale, per quanto riguarda il cinema dell’orrore, della Francia, che in effetti lo declina soltanto nella sua variabile più estrema, avvicinandosi così a quanto stava accadendo negli Stati Uniti. In Spagna, invece, l’horror è più versatile, ha più facce. Noi tendiamo ad associare l’horror spagnolo soprattutto alle ghost story, per la fortuna avuta dai film di Amenábar, del Toro e Bayona, o al found footage, per il rumore che ha fatto, e continua a fare, la saga di Rec. Però tutto comincia molto prima di Rec e dei fantasmi spagnoli. Comincia sì con Amenábar, ma senza spettri, e diventa un vero e proprio movimento quando entra in scena la Filmax di Julio Fernández.

È la Filmax a produrre, nel 1999, l’esordio di Balaguerò, Nameless, tratto da un romanzo di Ramsey Campbell, ed è sempre la Filmax a fare il bis, nel 2002, quando fa debuttare in un lungometraggio Paco Plaza: anche Second Name arriva da Campbell, che in effetti in Spagna pare essere molto amato. C’è però una differenza sostanziale tra i due film: il secondo è indirizzato al mercato internazionale, è girato in inglese, ambientato al di fuori della Spagna, presumibilmente in Inghilterra, anche se non è mai specificato. Sarà così anche per i due film successivi di Balaguerò, Darkness e Fragile: cast in parte anglosassone, tecnici spagnoli, possibilità di vendere il film al di fuori del confini nazionali. Un sistema produttivo che ricorda quello del cinema di genere italiano degli anni ’70, ma meno artigianale. L’idea di girare in inglese poi sarà superata dal successo di Rec, che pur essendo in lingua spagnola, fa una strage in patria e si comporta molto bene all’estero, tanto da diventare vittima del solito remake americano per allergici ai sottotitoli. 

Second Name è un film con dei problemi, in particolare legati alla recitazione e al doppiaggio di alcune sequenze che pare appiccicato con il nastro adesivo alle immagini; ha anche qualche lunghezza di troppo, e tende ad appesantirsi e avvitarsi su se stesso nella parte centrale. Ciò non toglie che sia un’opera prima interessantissima e che, a guardarla oggi, esattamente vent’anni dopo e nel clima tossico di questi giorni, faccia un effetto magari inconsapevole, ma di estrema attualità, Alla fine parla di una élite ristretta di maschi ricchi e potenti che prende decisioni sui corpi delle donne che hanno la sventura di incontrarli, e in particolare sulle loro funzioni riproduttive, il tutto in nome di un credo religioso quantomeno opinabile, ma allo scopo di mantenere salda una posizione di potere. Insomma, fa impressione. 

Tutto ha inizio quando il padre della protagonista Danielle si suicida sparandosi un colpo nella sua limousine. Danielle, legatissima al padre e sconvolta dall’accaduto, deve trovare il modo di dirlo a suo madre, che vive in un istituto psichiatrico in stato catatonico da anni. Quando le racconta cosa è successo, l’anziana donna comincia a urlare e a chiamarla con un altro nome, Josephine. In seguito, la tomba del padre viene profanata, il cadavere portato via e ritrovato legato, mutilato e mezzo mangiucchiato dai topi, qualche giorno dopo. Le azioni della polizia sono abbastanza superflue e quindi Danielle è costretta a indagare da sola. Scoprirà un bel po’ di cose sulla sua famiglia e sui suoi amici, tutte molto sgradevoli, non ultimo il fatto che la sua intera esistenza è, con ogni probabilità, basata su una menzogna. 

Come dicevano in apertura, l’horror spagnolo è molto sfaccettato e Second Name ne è la dimostrazione pratica: non è un horror soprannaturale ed è anche di difficile catalogazione. Per tutto il lato ritualistico legato alla setta degli Abramiti può essere vagamente assimilato a roba come I Fiumi di Porpora e affini, che ai tempi andava fortissimo e stava con un piede al di qua e uno al di là del confine che separa l’horror dalle cose più rispettabili e prestigiose, pensate per un pubblico generalista in cerca però di brividi proibiti. 
La violenza non è mai mostrata ed è sempre soltanto raccontata, e tuttavia è un film di una spietatezza rara, dato che il suo tema centrale è l’infanticidio, un tabù grosso come un transatlantico dal quale Plaza non si tira affatto indietro, anzi; quando può ci va giù pesantissimo, specialmente nel finale che non lascia alcun dubbio allo spettatore su cosa sia successo, e lo fa arrivare ai titoli di coda tramortito da tanta ferocia e tanto nichilismo. 

Come tutti i prodotti della Filmax, Second Name è stato girato in Spagna, a Barcellona, per la precisione, eppure simula perfettamente un’ambientazione anglosassone, addirittura nordica, oserei dire. È un film contraddistinto da un grigiore perenne, un film dove non c’è una sola giornata di sole, messo in scena da Plaza con una eleganza glaciale e con un andamento funereo. Il viaggio di Danielle alla scoperta del suo passato e della storia dei suoi genitori, è una parabola discendente verso l’abisso, verso la distruzione sistematica di ogni certezza. Non è necessario alcun intervento soprannaturale per sprofondare in un gorgo di crudeltà e fanatismo. Basta far rivoltare contro la protagonista tutte le persone di cui si fidava, isolarla e, infine, metterla di fronte alla sconfitta totale. Perché contro la ricchezza e il potere non c’è mai niente da fare e la verità, per quanto sconvolgente, non è una moneta di scambio di grande valore. 
Sì, Second Name non è affatto un film perfetto, Second Name soffre di tanti piccoli difetti che ne azzoppano un po’ la visione, ma ha un nucleo centrale potente e chiarissimo, ed è un esordio che fa presagire una grande intelligenza cinematografica. Non credo sia un caso se, dopo un periodo in cui Balaguerò, nel meraviglioso duo di Rec, è passato per essere quello bravo, ora sia Plaza il regista più solido e con maggiore continuità. 
Quindi vi consiglio, se riuscite a trovarlo, di recuperare questo debutto non del tutto compiuto ma dotato di enorme fascino. 

Un commento

  1. Blissard · · Rispondi

    Una quindicina di anni fa ricordo di averlo proposto (con successo) ai miei amici per una visione casalinga, ma me ne pentii amaramente: ben fatto ed elegante, ma lentissssssssimo. Balaguerò forse all’epoca godeva di maggiore considerazione anche perchè Darkness (che ha molti punti di contatto con Second Name) è assai più godibile e compatto.

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