Midnight

Regia – Kwon Oh-seung (2021)

Non è un mistero la mia diffidenza nei confronti dei film sui serial killer: non è una tematica che mi stia particolarmente a cuore, non ne subisco il fascino e, a parte rare eccezioni, i character study su tizi che ammazzano la gente sono una cosa di cui faccio volentieri a meno. Mi annoiano anche, il più delle volte, la caccia al serial killer, i vari procedurali con le guardie buone e tutto il baraccone rigurgitato da Hollywood a partire dagli anni ’90 sulla scia dei film di Demme e Fincher.
Adoro però gli slasher, per un semplice motivo: sono economici e contenuti. Nella loro forma migliore, non sprecano un fotogramma perché non si possono permettere di sprecarlo, data l’assenza di materiale. Slasher e film sui serial killer sono due filoni molto diversi, giocano in campionati cinematografici diversi. Poi, ogni tanto, arriva un film che prende il meglio dal primo e dal secondo. È il caso di Midnight.

Midnight racconta della nottataccia vissuta da Kyung Mi (Ki-Joo Jin) e da sua madre quando hanno la sfortuna di incrociare il loro cammino con quello dell’assassino seriale Do Shik. Ci sono di mezzo un altro paio di personaggi, una ragazza che dal serial killer è stata rapita e il fratello di lei che la sta cercando, ma il film è davvero tutto qui: due donne e un pazzo che le vuole uccidere e le insegue lungo le strade di un quartiere periferico di una città coreana. Come dettaglio da aggiungere per rendere il tutto più difficile, sia madre che figlia sono sorde e hanno parecchi problemi nel farsi capire dagli altri, soprattutto dalla polizia; Do Shik, dal canto suo, è una bestiaccia scaltra e sfrutta a suo vantaggio la situazione. Tutto molto lineare, diretto ed essenziale. Un film di serial killer con l’economia narrativa di uno slasher. 

Siamo in zona Hush, più o meno, e in quella del capostipite di tutta quella sotto-categoria di film in cui un personaggio disabile deve vedersela con un assassino convinto di avere un enorme vantaggio, ovvero Gli Occhi della Notte; soltanto che in Midnight le due protagoniste non hanno nemmeno dalla loro parte il fatto di giocare in casa: a parte una breve sequenza verso la fine, tutta la vicenda si svolge in un ambiente esterno e anche ostile, connotato da un fastidioso, e sottolineato a più riprese, abilismo, per cui non soltanto è praticamente impossibile trovare qualcuno che capisca le due donne, ma anche che dia loro retta. I poliziotti sono infatti i primi a non credere a Kyung Mi e a sua madre: dopotutto, di chi è più semplice fidarsi, di un bravo ragazzo in giacca e cravatta o di due donne sorde? Conosciamo purtroppo la risposta, ed è su di essa che Kwon Oh-seung costruisce l’impalcatura su cui si regge il suo film. 

In giro ne stanno parlando maluccio, di Midnight, credo a causa di un equivoco legato alla percezione che abbiamo qui del cinema coreano: se arriva un film con un serial killer, ci si aspetta quasi per proprietà transitiva di trovarci per le mani il nuovo Memories of Murder o I Saw the Devil. Ma Midnight non vuole essere quel tipo di film, non ha l’ambizione di sovvertire la narrativa classica sugli assassini seriali o sui procedimenti di indagine o anche di scavare a fondo nelle nostre intrinseche malvagità e predisposizione a violenza e vendetta; Midnight è un meccanismo di pura tensione che procede come un orologio per circa 100 minuti e ha come unico obiettivo quello di tenere lo spettatore in uno stato di allarme perenne. Insomma, è intrattenimento d’alta classe, fatto però con parecchi cuore e intelligenza e con un’attenzione particolare per i personaggi e le dinamiche tra loro. Il rapporto madre-figlia, per esempio, è di una tenerezza senza confini, ma le due funzionano benissimo anche da sole, tanto che, dopo i primi dieci minuti di film, mi ricordo di aver pensato: “Se succede loro qualcosa, vado personalmente in Corea a menare il regista”. Quando ottieni un effetto del genere dopo un paio di scene, sei bravo, c’è poco da aggiungere. 

Al contrario, l’assassino non possiede alcun tratto redimibile: niente traumi infantili che sotto sotto lo rendono un cucciolo bisognoso d’amore, niente genialità quasi sovrumana tale da suscitare negli spettatori un qualsivoglia forma di ammirazione: è soltanto un bullo un po’ più furbo della media, con un’elevatissima considerazione di sé. Ma in realtà non è lui a essere poi così sveglio, è il corpo di polizia a essere formato da imbecilli incompetenti che tendono a genuflettersi di fronte a una faccia pulita e a un completo elegante.  Il regista non ha alcun interesse a farcelo conoscere, e in questo Midnight è molto simile agli slasher: Do Shik è l’uomo nero, lo spauracchio, il mostro nascosto nel vicolo che balza fuori dal buio e ti trascina via. Che poi a interpretarlo ci sia un attore con una faccia come quella di Wi Ha-Joon, così limpida e trasparente, non fa altro che aumentare il senso di terrore scatenato dalla sua presenza.

Midnight è un lungo inseguimento a piedi girato quasi in tempo reale. Dire che ha la migliore scena d’inseguimento degli ultimi anni non gli renderebbe giustizia, perché il film, nella sua interezza, è la miglior scena di inseguimento degli ultimi anni. Che si tratti di un parcheggio sotterraneo, di una viuzza dietro a un supermercato, di una zona commerciale piena di gente o di una strada a due corsie con i personaggi che sgusciano tra le auto in corsa, non fa molta differenza: si sta sempre in apnea. L’espediente sonoro di togliere l’audio quando siamo nella testa di Kyung Mi e reinserirlo a tradimento, tipo attacco terroristico sensoriale, crea alcuni jump scare dall’impatto violentissimo e aiuta molto a vivere il film dalla prospettiva delle sue protagoniste, costrette a lottare per la loro sopravvivenza in un mondo che è costruito non a loro misura, che le ignora, che si presenta come un percorso a ostacoli già in una giornata normale, figuriamoci quando si è braccate da un assassino. L’idea, forte e molto chiara, è che le due donne si trovino in difficoltà non perché manchi qualcosa a loro, ma perché l’ambiente non è predisposto per loro, quindi il killer non sfrutta a suo vantaggio qualche “mancanza” o “difetto” delle sue potenziali vittime, ma le mancanze e i difetti del mondo circostante. 
Le interpretazioni sono tutte eccellenti, in particolare quella di Ki-Joo Jin tocca l’anima, e in uno scambio di battute in particolare, io vi sfido a trattenere le lacrime. 
Midnight è un esempio di grande cinema commerciale che sta passando un po’ troppo sotto silenzio e sarà la mia missione del 2022 farlo conoscere a quante più persone possibili. 

6 commenti

  1. Casualmente ieri avevo visto Memories of Murder. Un film incredibile. Però non bisogna confondere le cose. Questo Midnight sembra molto interessante, un film fatto di tensioni e con dei bei personaggi. Mi fa piacere come sia stato descritto il serial killer e apprezzo quando decidono di non rendere affascinante il cattivo (non ho mai sopportato quelli che dicono che il “fascino del male”, riferendosi ai serial killer). Devo proprio recuperarlo.

    1. Io l’ho visto addirittura in sala Memories of Murder. È stato il penultimo film visto al cinema prima delle chiusure nel 2020, pensa!

      1. Io volevo andare in sala a vederlo, ma purtroppo non ho fatto in tempo. Che peccato. Vabbè almeno sono riuscito a vedere Parasite in sala (un miracolo che abbiano trasmesso un film orientale).

  2. Blissard · · Rispondi

    Bella rece, condivido tutto tranne che “fila come un orologio per 100 minuti”, perchè onestamente l’ho visto un po’ incepparsi nella mezz’ora finale, là sì che avrebbe giovato un po’ di economia narrativa.
    L’insieme è avvincente, propone qualche bella invenzione ed è molto riuscito nel rendere il senso di solitudine delle protagoniste in un contesto che non le capisce (come le autorità, veramente intette come in Memories of Murder, ma meno violente) o che non le vede neanche (come la folla cittadina).
    Un buon film, sicuramente.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Un’altra perla coreana, a quanto leggo (niente da fare, continui a non lasciarmi il tempo di starti dietro) 😉

    1. Guarda, ti assicuro che in questo particolare momento, trovare buoni horror con cui nutrire il blog non è affatto una cosa semplice. Fortuna che ci sono i coreani 😀

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