Nitram

Regia -Justin Kurzel (2021)

Avvertenza prima di cominciare: questo è un film che va maneggiato con cura e non dovete avvicinarlo neanche con un bastone se non vi sentite proprio in forma o se soltanto certi argomenti suscitano in voi delle reazioni traumatiche, perché qui si parla in maniera molto cruda ed esplicita di malattia mentale, suicidio e violenza, con un grado di realismo che può risultare respingente o addirittura troppo difficile da sopportare. Sottoporsi a certe visioni non è un obbligo e non riceverete una medaglia al valore per averlo fatto.
Nitram è un film che ti spezza, e se ha avuto questo effetto su di me, non oso immaginare cosa può aver combinato agli spettatori australiani. Perché sì, arriva ovviamente dall’Australia ed è diretto dal regista di Snowtown, altro film di cui vorrei tanto parlare (lo trovate su Prime), ma non ho più avuto il coraggio di rivedere. Regista strano, Kurzel, bravissimo quando lavora in Australia, molto meno quando si sposta sul suolo statunitense per girare roba come Assassin’s Creed. Pare interessato soprattutto a scrivere una sorta di mappa cinematografica delle peggiori tragedie che hanno colpito il suo paese: il già citato Snowtown, il film sulla Kelly Gang del 2019, e adesso Nitram, che è Martin scritto al contrario. 
Non so se avete mai sentito parlare di Martin Bryant. 

Bryant è il responsabile della strage di Porth Arthur, avvenuta in Tasmania nel 1996 e in cui hanno perso la vita 35 persone e 23 sono rimaste ferite. L’uomo si è presentato in un bar e ha cominciato a sparare sui clienti; poi si è tranquillamente spostato nel parcheggio e ha continuato indisturbato, prendendo anche degli ostaggi, fino a quando non è stato arrestato la sera del giorno successivo. Ora sta scontando 35 ergastoli senza possibilità di mettere il naso fuori dalle patrie galere. 
Port Arthur ha avuto un impatto violentissimo sull’Australia, tanto che è cambiata la legislazione in materia di armi da fuoco nel giro di un paio di settimane. Legislazione che, come fa notare anche il film, non è tutt’ora adeguata, ma almeno non permette a un ragazzo con evidenti problemi di stabilità mentale (Bryant percepiva anche una pensione di invalidità) di entrare in un’armeria e comprarsi un fucile semi-automatico senza nemmeno doverlo registrare, ecco. 
Nitram racconta la storia di Bryant e si ferma esattamente un secondo prima che il ragazzo prema il grilletto. Non è quindi un film che fa pornografia della violenza o brutale exploitation su dei fatti realmente accaduti e che hanno pesantemente traumatizzato una nazione intera; al contrario, si pone delle domande e vuole che gli spettatori se le pongano a loro volta, senza tuttavia pretendere di dare delle risposte univoche. 

Mi ha ricordato molto, come impostazione, We Need to Talk About Kevin, solo che mentre lì il punto di vista era quello della madre di un assassino di massa, qui il punto di vista è interno, è quello di Bryant, e il risultato è quello di trovarsi per circa cento minuti dentro a un confuso e rumoroso abisso di rabbia, frustrazione, dolore e disperazione, arrivando in coda al film in apnea. Per questo dico che Nitram va maneggiato con cura: allo splatter ci abbiamo fatto l’abitudine, almeno noi che frequentiamo l’horror con una certa continuità, a un lavoro come quello fatto da Kurzel sulla storia di Bryant no, soprattutto quando è portato avanti con una sensibilità e un equilibrio così profondi.
Nitram ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile a Cannes e, oltre a Caleb Landry Jones che io non so come mai non sia ancora l’attore più famoso del mondo, ha un cast di altissimo livello: Judy Davis, Anthony LaPaglia, Essie Davis in un ruolo minore ma fondamentale. Questo perché si tratta di un film che ha come nucleo centrale i rapporti umani intessuti da Bryant nel corso della sua vita, e di conseguenza poggia sulla bravura degli attori chiamati a vestire, tutti, nessuno escluso, dei panni difficilissimi, senza cercare di dispensare colpe o meriti. Nitram non giudica i personaggi coinvolti e, se lo fa, lo fa attraverso lo sguardo fallace di Martin che non può, per forza di cose, essere mai ragionevole o acuto nel mettere a fuoco le dinamiche relazionali. 

Si annaspa in un mondo feroce e ostile, senza capire mai fino in fondo le ragioni di questo accanimento, che forse è soltanto percepito, forse è reale, ma agli occhi di Martin resta una forza incomprensibile atta soltanto a ferire lui e la sua famiglia; si scivola gradualmente nella paranoia, nell’odio nei confronti del prossimo, che sta lì solo per toglierti qualcosa. Non è affatto un posto confortevole in cui trovarsi, la prospettiva di Martin, ma il film riesce a non cadere nella facile retorica dell’emarginato che finisce per esplodere tipo giorno di ordinaria follia, non romanticizza la solitudine del suo protagonista, e neppure acuisce lo stigma nei confronti della malattia mentale; affronta la cosa, a mio avviso, nell’unico modo possibile: mettendosi dentro la testa di questo ragazzo che, all’inizio del film ha questa ingenuità quasi fanciullesca, ma sempre con un fondo di cattiveria, come sottolinea la madre (Judy Davis) in uno dei monologhi più agghiaccianti degli ultimi anni: Martin è uno che ride spesso della sofferenza altrui, ma non sopporta che gli altri ridano della sua. 

Logico che, di fronte all’enormità di ciò che Bryant è stato in grado di fare, la nostra reazione, immediatamente successiva all’orrore istintivo, sia quella di domandarci il perché. Il film va alla ricerca delle motivazioni, racconta del suicidio del padre di Martin, della morte (causata da lui stesso) dell’unica amica che abbia mai avuto, dell’incapacità da parte del ragazzo di sapersi comportare in un qualsiasi contesto sociale, dei farmaci che prendeva e di quanto ha interrotto la terapia, ma sembra volerci dire che nulla di tutto questo è sufficiente a spiegare le azioni di Bryant nell’aprile del ’96, che forse l’unica vera causa scatenante è quella più semplice e prosaica: è stato possibile procurarsi le armi senza fare alcuno sforzo. Se in Snowtown è presente tutto un discorso complesso e sfaccettato sulla violenza maschile e in quale terreno di cultura si genera più facilmente, in Nitram non c’è, per volontà stessa del regista, lo stesso tentativo di analisi: c’è soltanto un ragazzo problematico, egoista, all’occorrenza crudele a cui è stata data l’occasione di sfogare la propria rabbia nel peggiore dei modi possibili. 

Con questo non voglio dire che Bryant venga ritratto sotto una luce positiva o compassionevole: il film è spietato nei suoi confronti, com’è spietato con chiunque si trovi a passare in campo anche per pochi minuti, nel senso che non addolcisce alcun aspetto della realtà e delle persone, ma fotografa entrambe con lucidità, anche e soprattutto, dato il soggetto, nei loro aspetti più sgradevoli. Solo che non trasforma Bryant, i suoi genitori, l’eccentrica amica ricca Helen, in dei mostri grotteschi che si possono così facilmente estromettere dal consesso umano per sentirci più al sicuro: la madre e il padre di Martin sono due genitori amorevoli che sbagliano, certo, come tutti i genitori di questo mondo, ma sono lontanissimi dal cliché che di solito il cinema applica a simili circostanze; Helen è di sicuro un po’ squinternata, ma è sinceramente affezionata a Martin, anzi, è l’unica persona, al di fuori della famiglia, a volergli bene. Sono tutte creature difettose che cercando di fare del proprio meglio con i mezzi limitati a loro disposizione. Ed è questo l’aspetto più tremendo del film: non c’è un cattivo da incolpare, l’unico a nostra disposizione è Martin Bryant, ma non è che la cosa ci dia alcun sollievo.

Nitram è un film che rimugina e dà anche la precisa idea del rimuginare con il suo stile un po’ spezzato, che alterna momenti quasi da documentario ad altri di insospettabile lirismo; al solito, il paesaggio australiano, così caratteristico e quasi alieno, è dominante nell’impostare l’atmosfera e nell’aumentare il senso di alterazione del mondo esterno del punto di vista distorto di Martin; nel film ci sono delle curiose e ottime scelte di montaggio che me lo hanno fatto apprezzare enormemente: si tratta, cosa sempre più rara nel cinema contemporaneo, di montaggio come forma essenziale del racconto, non come mero dato estetico o di ritmo. Poi fatemi sapere se lo avete notato anche voi. 
Di solito non amo i film ispirati a tragedie reali, e sono una persona che prova una vera e propria repulsione nei confronti del true crime o delle storie di serial killer o spree killer. In questo caso, per merito dei nomi coinvolti nel cast, ho voluto dare al film un’opportunità, e non me ne sono pentita: mai morboso, mai compiaciuto, sempre attento a non sfruttare la fascinazione del pubblico nei confronti del male, Kurzel firma la sua opera migliore e, anche se il film è un macigno che non mi sento di consigliare a cuor leggero, sono stata contenta di averlo visto. 

 

4 commenti

  1. Questo sembra un film veramente intenso. La questione mi interessa molto e mi interessa soprattutto il modo in cui è stata affrontata, però sì, bisogna vederlo preparati.

  2. andreiperiboschi · · Rispondi

    Se fossi un regista vorrei Caleb Landry Jones in ogni film:)

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Dev’essere sicuramente un macigno, senza dubbio, e va apprezzato il coraggio nell’evitare tutti gli stereotipi e i luoghi comuni del caso: la facile retorica dell’emarginato che supera la “linea rossa”, la falsa e pericolosamente fuorviante visione romantica della solitudine, la stigmatizzazione della malattia mentale e quant’altro… magari non nell’immediato, no, ma un’opportunità gliela concederò anch’io.

  4. Non conoscevo il film ne la vicenda di cronaca, recupero senz’altro

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