I Remake del 2000: The Hitcher

Regia – Dave Meyers (2007)

Dopo l’exploit di Aja le cose cominciano a farsi un tantino complicate: lo stesso anno de Le Colline Hanno gli Occhi, escono The Omen e Black Christmas. Il primo non sono riuscita a finire di vederlo perché mi sono addormentata due volte mentre ci provavo, e ho pensato fosse superfluo scriverci un articolo; il secondo l’ho rivisto proprio lo scorso dicembre e, nonostante io abbia cambiato idea nel corso degli anni su parecchi remake, preferisco stendere un velo di impietoso disprezzo e passare oltre. A questo punto, arriviamo dritti al 2007 e ci ritroviamo subito di fronte allo scoglio The Hitcher che, ve lo confesso, avrei saltato senza esitazione se non fosse stato per i ragazzi di Aughtsterion
Al che vi chiederete cosa diavolo sia Aughtsterion: è un podcast che si occupa di horror usciti tra la fine degli anni ’90 e i primissimi anni ’10 del secolo successivo, al fine di stabilire un canone, una sorta di Criterion Collection degli horror di inizio millennio. A parte che vi consiglio di ascoltarlo perché i due host sono di una simpatia e di una competenza fuori scala, in questo frangente è importante che il primo episodio di Aughtsterion sia proprio dedicato a The Hitcher.

È lecito porsi il quesito sul perché, volendo stabilire il canone di un periodo nel nostro genere preferito, di solito molto bistrattato dalla critica e da una certa fascia di età di appassionati, si sia scelto di cominciare proprio con The Hitcher. La risposta è, allo stesso tempo, semplicissima e molto complicata. La si può ridurre a sei parole in croce: The Hitcher è gli anni ’00, ma un’affermazione di questo tipo va pure argomentata in qualche modo, ché a parlare per dogmi sono buoni tutti, e io vorrei provarci, fresca di visione recentissima: la terza, dopo quella al cinema (sì, io c’ero), e un’altra che risale a circa una decina di anni fa. 
Cominciamo col dire che, nel 2007, ci troviamo verso la fine del decennio, e quindi The Hitcher si va a inserire in un sistema produttivo ben consolidato, e ha alle spalle parecchi film a fargli da modello. Non si deve inventare niente, The Hitcher: Nispel, Collet-Serra, Aja,  persino Snyder, gli hanno spianato la strada, hanno predisposto il linguaggio, gli hanno fatto trovare la pappa già pronta, insomma. Ma proprio per questo è utile per tirare le somme del modo di vedere l’horror di un intero decennio, perché prende tutte le novità (erano novità a prescindere da quello che ne possiamo pensare su un piano artistico) e le usa come una formula già scritta. Spunta ogni possibile casella, è così caratteristico che pare la cartolina brutta e manierista di un luogo che, tutto sommato, non è poi così male. 

Non solo, ma quelle caratteristiche che abbiamo messo in evidenza nei mesi scorsi, The Hitcher le esaspera a dismisura, senza tuttavia rielaborarle come avrebbe fatto un altro remake di cui parleremo a breve. Non ci riflette sopra: sono lì, le imbottisce di steroidi e le usa. Facciamo una bella lista, così capiamo di cosa stiamo parlando. 
Patina sudaticcia alla Nispel: c’è. 
Filtro arancione alla Aja: c’è, però smarmellato ovunque senza un minimo di criterio. È così perché i protagonisti sono nel deserto del New Mexico e ogni cosa deve essere arancione. 
Produzione di lusso scintillante alla Bay: c’è, anzi, abbiamo una sequenza di inseguimento che sarà costata, da sola, quanto il film del 1986. 
Protagonista femminile che parte passiva e anonima e diventa una belva: c’è.  Sophia Bush che sfonda a calci lo sportello del blindato armata di fucile è, a suo modo, un’immagine che fa parte della storia del genere. 
Semplificazione delle tematiche del film originale con allegata perdita di sostanza: c’è, perché qui John Ryder non ha alcun simbolismo alle spalle, è solo un killer con tendenze autodistruttive. 
Infine, estremizzazione della violenza esplicita perché siamo sempre in tempi di torture porn: anche questo c’è; basta vedere la morte di Jennifer Jason Leigh nel film di Harmon e il suo corrispettivo qui. 

Il regista, Meyers, ha diretto un film negli anni ’90 e poi questo. Per il resto della sua carriera è stato, ed è tutt’ora, uno stimato regista di videoclip. So che si tratta di un concetto molto banale e ripetuto svariate volte, anche quando non aveva molto a che spartire con l’oggetto della discussione, ma The Hitcher 2007 è un videoclippone lungo 84 minuti. Nel suo caso, tuttavia, non si tratta necessariamente di un difetto. Anzi, è proprio nella sua astrazione estetica che il film acquisisce una certa dignità. Ciò non lo rende un buon film, ma gli dà almeno un senso che va al di là dell’essere una copia arancione di un grandissimo horror degli anni ’80. È così stilizzato che a stento si tratta di cinema narrativo, quasi che a Meyers non interessasse (o non fosse capace?) di raccontare una storia, ma di mettere insieme una serie di sequenze a effetto. 

Preso così, The Hitcher ha un alto valore di puro intrattenimento. Se si fa finta che non sia un remake, e lo si guarda come un’opera a sé stante, lo si riesce persino ad apprezzare e a goderselo, facendoselo scivolare addosso in una serata in cui non si ha voglia di impegnarsi più di tanto. 
Che Sean Bean non sia Rutger Hauer è scontato, ma è pur sempre un ottimo attore, e credo che anche lui prenda il film per ciò che è: gigioneggia e fa lo psicopatico con gran piacere. Non è mai quella presenza di assoluta minaccia quasi soprannaturale che era il John Ryder del 1986, ma il film non richiede che lo sia, perché non siamo nel The Hitcher che conosciamo, siamo in un’altra dimensione, quella del cinema horror dei primi anni ’00, dove il cattivo ha da essere almeno un paio di chilometri sopra le righe, il nichilismo è così esasperato che fa il giro e diventa di cartapesta, e l’eroina è tale solo quando imbraccia un’arma da fuoco e ristabilisce le priorità della società americana. 

Va detto, tuttavia, che The Hitcher nemmeno ci prova, a seguire le orme del suo predecessore: cambia completamente la situazione di partenza (non più un ragazzo da solo lungo la strada, ma una coppia in viaggio per lo Spring Break), inverte i ruoli maschile e femminile, annullando il sotto testo omoerotico del film del 1986 e sostituendolo con un duello western finale tra uomo nero e final girl, non parla più, quindi, di solitudine e di non-luoghi sperduti lungo le strade desolate degli Stati Uniti, ma racconta un più lineare gioco del gatto e del topo tra un assassino e due persone che hanno avuto l’ardire di non farlo salire a bordo all’inizio del film. È tutto talmente diverso che persino quando il film sceglie di rivisitare alcuni storici snodi narrativi, come la famiglia in macchina, il motel, la tortura dei camion, li modifica in maniera tale da renderli quasi irriconoscibili. 

Alla fine, chi ne esce molto bene è proprio Sophia Bush, l’unica che pare crederci sul serio e offre un’interpretazione sofferta e genuinamente incazzata, e questo nonostante il suo personaggio abbia tutte le caratteristiche più retrive che venivano appiccicate alle donne nei film di quell’epoca: per la prima mezz’ora sta lì a esasperare il fidanzato perché deve fermarsi a fare pipì ogni cinque minuti, gli rinfaccia poi di aver caricato Ryder alla stazione di servizio, e non è assolutamente in grado di fare nulla da sola, senza che l’uomo-patata con cui si accompagna la guidi. Questo fino a che non è all’improvviso inebriata dall’impugnare una pistola formato cannone, e allora cambia tutto, ed eccola ad affrontare Ryder a testa alta, con la solita canotta (top tank horror, ricordate?) e gli stivali da cowboy che danno quel tocco texano che sempre ci scalda il cuore. Ma non dobbiamo né stupirci né tantomeno indignarci: questo era l’empowering anni ’00, prendere o lasciare.
Sophia Bush ci offre tuttavia un momento di profonda catarsi quando spara in faccia a Sean Bean declamando la celeberrima battuta: “I don’t feel a thing”. Al di là di ogni facile ironia sulla scrittura, lei è davvero una rivelazione. 
Non so se è la distanza temporale, la vecchiaia o cos’altro, ma non ce la faccio ad avercela troppo con questo The Hitcher. Tanto è spudorato che gli si vuol bene. Da qui a dire che mi piace, ci passa comunque una fossa oceanica. 

2 commenti

  1. Non saprei dire se oggi l’operazione dei remake abbia ottenuto meno fischi ed insulti da parte degli spettatori rispetto a quei primi anni 2000,facendo mente locale potrei pensare che l’odio nei confronti di questi rifacimenti riguardi principalmente l’abito del genere horror,ovviamente anche nella sci-fi e nel fantastico ci sono state sentenze di odio nei loro confronti,ma che io ricordi mai al livello degli horror anni 70 e 80 rifatti.A volte i fan possono essere molto possessivi nei confronti dei loro amati cult,ovviamente io stesso sono lontano mille miglia dal considerarli al livello degli originali senza tuttavia detestarli, perchè tanto l’originale non me lo toglie nessuno,ma se lo chiedono a me gli direi che c’è stato almeno un remake di un cult horror anni 80 da me molto apprezzato,che a parer mio abbia superato ampiamente l’originale,mi riferisco a “MANIAC”!

  2. Sì, il film di Meyers è proprio tutt’altra storia rispetto all’originale e su questo non ci piove! Il problema è che portarne l’illustre nome ha reso molto difficile evitare il confronto, o comunque -come hai saggiamente fatto- riuscire a considerarlo un’opera a sé stante… ecco, alla fine forse sarebbe bastato presentarlo al pubblico con un titolo diverso: se visto come del tutto indipendente dall’originale di Harmon, e SOLO in quest’ottica, allora sì che ci si può pure permettere un occhio critico meno severo.

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