I Remake del 2000: Chiamata da uno Sconosciuto

Regia – Simon West (2006)

Oggi difendiamo l’indifendibile, o meglio, ciò che è quasi all’unanimità considerato indifendibile. Non solo, ma comincio con un’affermazione forte: rivedendoli entrambi, ho preferito il remake di Simon West all’originale. E ora potete farmi causa. Ma prima datemi il tempo di chiarire.
La prima parte del film del 1979, quella con Carol Kane che riceve le minacciose telefonate del maniaco, si mangia a colazione qualunque tentativo di riproporre lo stesso schema narrativo. È vero che si tratta dell’identico colpo di scena di Black Christmas, e quindi si perde l’effetto novità, oltre a essere anche facile da intuire se si è visto prima il proto-slasher di Clark. La bellezza della messa in scena, tuttavia, è tale da tenere lo spettatore in uno stato di ansia costante, anche perché la conclusione fa gelare il sangue nelle vene e, quella sì, non te la aspetteresti mai. 
Il problema è che, dopo un’apertura col botto e i fuochi d’artificio, When a Stranger Calls si trasforma in un noiosissimo poliziesco: il secondo atto è davvero invecchiato male, mentre il terzo si risolleva un istante, ma arriva troppo tardi, ed è troppo breve per compensare il nulla dei minuti precedenti. Oltretutto, mi tolgono Carol Kane dalla scena, e io questo non glielo posso perdonare. 

Simon West, a cui tutto si può dire tranne che non sappia cosa sia il ritmo, comprende a fondo la debolezza strutturale del film originale e la capovolge a suo vantaggio. Apre il film come se fosse un poliziesco, con l’arrivo degli agenti su una scena del crimine che, è evidente, rimanda a quella del ’79, e poi cambia completamente ambientazione e registro, e protrae per circa un’ora quella che nel suo predecessore era soltanto la parte iniziale.
Abbiamo pagato il biglietto per vedere una baby-sitter tormentata da un pazzo per telefono, non per vedere un ex poliziotto che insegue un evaso. Ci ricordiamo tutti When a Stranger Calls per la storica battuta “Have you checked the children?”, per la povera Jill che diventa ogni minuto più spaventata, fino a essere sopraffatta dal terrore; Simon West lo sa e ci dà esattamente quello che vogliamo: tutto il resto era un peso morto che azzoppava il film di Walton, e il remake del 2006 è un’occasione per liberarcene. 

È quindi molto interessante il dialogo che il film instaura con l’originale: per una volta tanto, un rifacimento non si limita ad aggiornare un’opera vecchia cambiando qualche dettaglio qua e là, o modificando alcune linee narrative considerate superate, ma mira a correggerne i difetti e, allo stesso tempo, a sfruttare al massimo i punti di forza. Credo sia per questo che, all’epoca, Chiamata da uno Sconosciuto ha fatto incazzare così tanta gente. Il solito filtro nostalgico ci pone nei confronti di alcuni film come se fossero dei testi sacri e intoccabili, persino film che non abbiamo visto o di cui abbiamo un ricordo vago. 
In più, sciagura delle sciagure, West firma un raro esempio di horror PG13 in un momento in cui (ne abbiamo parlato) si sperperavano budget incredibili per film estremamente violenti. Non è l’unico caso, ma è anomalo; ce ne saranno altri, molto meno riusciti e anche fuori luogo, come il remake di Prom Night che è davvero una versione annacquata dell’originale con Jamie Lee Curtis. Nel caso specifico, il rating va benissimo, perché non c’è proprio niente da edulcorare o annacquare. 

Quando Chiama uno Sconosciuto non mostra mai la violenza in campo: è suggerita o addirittura raccontata, come nella scena in cui l’investigatore privato Clifford (Charles During) descrive alla dottoressa del manicomio criminale le condizioni in cui sono stati ritrovati i cadaveri dei bambini cui Jill faceva da baby-sitter. La sua versione targata 2006 segue la stessa strada: il PG13 è quindi naturale, non forzato, perché non c’è alcun bisogno di far vedere gli omicidi in campo; nulla verrebbe aggiunto a una vicenda che si gioca essenzialmente sul senso di falsa sicurezza dato dall’essere chiusi in casa, senza sapere che l’assassino è al piano di sopra. 
E qui bisogna parlare del modo magnifico in cui il film sfrutta l’ambiente. 
Se nel ’79 la casa in cui Jill andava a badare ai bambini era in un tipico quartiere di un sobborgo americano, qui ci troviamo all’interno di un villone stratosferico isolato dal resto del mondo: è un’abitazione moderna, dotata di tutte le comodità della tecnologia dell’epoca. Ci sono le luci che si accendono con i sensori di movimento, c’è un sofisticato sistema di allarme, c’è il caminetto che si accende col telecomando, e addirittura un giardino d’inverno con tanto di laghetto interno, carpe e canarini, che viene annaffiato automaticamente ogni tot ore. 

Nel 2006 i telefoni cellulari erano presenti, ma non così fondamentali come sono oggi, quindi la linea fissa non è affatto anacronistica, anzi. La protagonista Jill (Camilla Belle) possiede un cellulare, ma ha sforato coi minuti, facendo arrivare ai suoi una bolletta telefonica da infarto (ah, i bei vecchi tempi). È stata messa in punizione, il telefonino le è stato tolto e non le rimane che l’apparecchio di casa Mandrakis per sentire le sue amiche (Katie Cassidy e Tessa Thompson) e l’ex fidanzato stronzo. 
Ora, nella villa c’è un cordless, e questo consente a West una libertà di movimento all’interno della casa che il povero Walton, nel 1979, poteva soltanto sognare. 
West combina tutti questi elementi, la tecnologia che fa funzionare la casa, le geometrie sofisticate della sua particolare struttura architettonica, la possibilità di far spostare la sua protagonista per stanze e corridoi mentre sta al telefono, e non soltanto tra una telefonata e l’altra, per dare corpo all’azione del film. Un veterano del cinema di cassetta come lui sa esattamente come rendere dinamica una situazione statica, e usa tutti i trucchi del mestiere affinché uno scenario con delle pesanti limitazioni tenga per circa un’ora. 

Un altro motivo per cui il film di West è stato subissato di critiche negative riguarda il destino finale dei bambini affidati a Jill, che nell’originale muoiono, e anzi, suppongo siano già morti quando la baby-sitter riceve la prima chiamata, mentre qui sopravvivono, perché la Jill del 2006, a differenza di quella del ’79, li va a controllare e arriva in tempo per salvare loro la vita. L’accusa è di non aver avuto il fegato di far fuori due ragazzini, ma è infondata: la sequenza dei titoli di testa ricalca infatti in circa due minuti la prima parte del film originale, senza svelarne il twist per ovvi motivi. Quindi il film ha il fegato di fare fuori due ragazzini, solo che non lo vediamo, vediamo i sacchi mortuari portati dalla polizia giù per le scale. Esattamente come nel 1979. 
Quello che cambia è il personaggio di Jill, che da figura completamente passiva, che si limita a subire gli eventi, nel 2006 diventa attiva e si adopera in prima persona per portare i bambini al sicuro e mettere fuori combattimento il maniaco, che oltretutto vediamo in faccia a malapena quando lo arrestano alla fine, e nessuno ci obbliga a seguirne le gesta per interminabili minuti. Cambia, in altre parole, il fuoco su chi sia davvero il personaggio principale del film: l’investigatore e il killer nell’originale, Jill nel remake. 
Non voglio di certo convincervi che When a Stranger Calls versione 2006 sia un gran film, perché non lo penso nemmeno io: penso, tuttavia, che sia un film dignitoso e divertente, diretto con classe e consapevolezza e non si meriti l’ignominia da cui è stato colpito 15 anni fa. 
Per finire, c’è un bellissimo gattone nero che sopravvive tranquillo lungo tutta la durata del film, e qui son già parecchi punti simpatia dati a Simon West, che già ne aveva parecchi sulla fiducia: ha diretto Con Air. Il regista di Con Air può fare di me ciò che vuole. 
Rivedetelo e, se potete, rivalutatelo. 

5 commenti

  1. Onestamente non l’ho mai visto, me ne sono sempre tenuto alla larga proprio per via di tutte le recensioni negative che aveva ricevuto. Però mi fido del tuo giudizio e potrei vederlo. Sono incuriosito.

    1. Non è che è il film più bello del mondo, ma è interessante per come dialoga con l’originale.

  2. Diciamo che quando un vecchio film non e poi questo gran chè,e c’è un ampio margine di manovra per migliorarlo,ci sta l’idea di realizzarne un remake,al limite quando invece l’originale è perfetto così com’è,in quel caso se si fa un remake lo si cambia in modo netto per non sembrare una copia carbone fatta e finita,ovviamente anche in quel caso le persone direbbero che è così diverso dall’originale che potevano anche fare direttamente un altro film invece di un proclamato remake del suddetto prodotto cinematografico! Come al solito l’argomento dei remake è un dannatissimo campo minato,e vero che che è piacevole lanciarsi in progetti originali invece di rifare film del passato,ma soprattutto all’epoca i rifacimenti horror portavano più pubblico nelle sale rispetto ai soggetti nuovi,fortunatamente ora la situazione è diventata più elastica,in ogni caso alla fine come sempre l’importante e che il film sia bello! Ciao.

  3. Andrea Lipparini · · Rispondi

    Non è affatto male questo rifacimento..anzi.. l’originale aveva davvero dei momenti di stanca,a parte la parte iniziale e il finale,che ricordo fece urlare mia madre al cinema 😁👍

  4. L’originale non è invecchiato benissimo, in effetti, mentre il remake ammetto di non averlo mai visto (non tanto per le recensioni negative quanto perché, in un modo o nell’altro, me lo sono sempre fatto sfuggire), quindi è arrivato il momento rimediare…

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