Slumber Party Massacre

Regia – Danishka Esterhazy (2021)

Se visitate questo blog abitualmente, dovreste sapere più o meno tutto su The Slumber Party Massacre, lo slasher del 1982 che, nelle intenzioni della sua sceneggiatrice, l’attivista Rita Mae Brown, doveva essere una sovversione in chiave femminista del filone. Poi è passato di là il solito Roger Corman, si è accorto che qualcosa non andava (leggi: il corpo femminile non veniva sessualizzato abbastanza; semplifica ancora: non c’erano abbastanza tette) e ha fatto in modo di normalizzare un copione che, tuttavia, di normale aveva troppo poco perché ne venisse disinnescato il potenziale. Anche perché, con tutto il bene che voglio a Corman, temo non avesse proprio gli strumenti per capire un certo tipo di sottigliezze.
Il risultato è molto particolare: uno slasher che aspira a essere tradizionale e a spuntare tutte le caselle che portavano il pubblico (leggi: giovani maschi bianchi) in sala, ma allo stesso tempo è quasi una consapevole e raffinata satira dei suoi stessi cliché.
Questo perché Corman affida la regia a una donna, Amy Holden Jones, che riesce a barcamenarsi con una certa classe tra le esigenze della produzione e quelle di fare un buon film, magari diverso dal solito. Dopotutto, si trattava di un’occasione quasi irripetibile: una donna a dirigere uno slasher? Inaudito, chissà di questo passo dove andremo a finire!

Siamo andati a finire che nel 2021, il canale SyFy produce un remake di The Slumber Party Massacre, lo fa scrivere a Suzanne Keilly e dirigere a Danishka Esterhazy, e ora abbiamo lo slasher femminista, esplicitamente femminista, che ci meritavamo da anni. 
In origine c’è sempre il Black Christmas del 2019 che, come vedete, è stato molto più influente di quanto le critiche feroci ricevute ai tempi della sua distribuzione in sala avevano fatto presagire. In sostanza, quando quel film è uscito, i suoi più accesi detrattori gli hanno augurato un rapido oblio e, soprattutto, per carità del loro dio maschio, di non fare proseliti. E invece li ha fatti, e ne ha fatti anche parecchi. Credo che da queste parti abbiamo più o meno parlato di tutti gli slasher post-Black Christmas. 
Eppure, Slumber Party Massacre è di un’altra categoria, proprio perché discende da un film che, già nel 1982, mirava a decostruire la formula slasher classica cambiandone in maniera radicale il punto di vista, e riuscendoci soltanto in parte per motivi indipendenti dalla volontà delle sue creatrici. Quasi 40 anni dopo, Slumber Party Massacre esiste quasi soltanto per raggiungere il traguardo che al suo predecessore era stato negato. 

In questi ultimi anni, la differenza tra remake e sequel spirituale non è poi così marcata: i remake dei primi anni ’00 erano rifacimenti, e non era possibile equivocare sulla loro natura. Definire Slumber Party Massacre un remake è limitante, perché il film di Esterhazy non si limita a ripercorrere la storia dell’originale, ma instaura un dialogo con esso, fatto sì di rimandi e citazioni varie, il più delle volte ribaltate, ma soprattutto di riconoscimento reciproco. In altre parole, il trucco alla base della versione del 2021 è rendere i suoi personaggi consapevoli delle famose “regole” di uno slasher, attivamente in grado di scardinarle e analizzarle e rivolgerle a loro vantaggio. 
Si racconta infatti di un gruppo di quattro amiche, più la sorella minore di una di loro che si è imbucata nel bagagliaio della macchina, in partenza per il classico fine settimana in una casetta sul lago. 
La mamma della principale protagonista (e probabile final girl?), Dana, da adolescente, è stata aggredita insieme alle sue amiche da un killer armato di trapano. Soltanto lei è sopravvissuta, ed è quindi un filino paranoica quando si tratta di proteggere sua figlia. La lascia andare con la promessa di frequenti telefonate, e perché sa che le ragazze si stanno dirigendo in un luogo sicuro. 
Soltanto che, circa a metà strada, l’auto su cui viaggiano ha un guasto, dal meccanico del paesino sperduto in cui sono finite non è possibile effettuare la riparazione prima di 24 ore, e alle nostre tocca fermarsi lì, in una “cabin in the woods” bordo lago, che ricorda quella dove è avvenuta la strage che ha coinvolto la mamma di Dana. Anzi, è proprio la stessa, si scoprirà poi. Manca solo l’assassino armato di trapano. Anzi no, non manca neanche lui. 

DA QUI IN POI QUALCHE SPOILER

Ma questo è soltanto il prologo del film, che fa accadere tutto quello che ci aspettiamo accada nei primi venti minuti, e poi comincia a mescolare le carte, sempre più veloce, con furia sempre maggiore, fino a scaraventarle tutte in aria perché tanto non servono più.
E persino ciò che qualunque spettatore un minimo smaliziato sa già in anticipo che sta per succedere, avviene in maniera tale da essere comunque destabilizzante: questa volta sono i ragazzi le vittime principali dell’assassino col trapano, e sono le ragazze a spiarli dalla finestra mentre si dedicano a una battaglia a cuscinate a ralenty, una sequenza che deve essere stata benedetta da una qualche divinità camp, per com’è riuscita. Questa volta, a togliersi la maglietta senza alcuna motivazione plausibile e a spogliarsi in campo per farsi una doccia non richiesta, è un maschio che offre generosamente alla macchina da presa le proprie forme, per poi essere fatto fuori pochi istanti dopo. 
E fin qui sono tutti elementi o volutamente fuori posto o dal punto di vista cambiato, ma comunque di natura formale: la sostanza dello slasher pare non essere ancora scalfita, le ragazze, dopotutto, corrispondono agli stereotipi che conosciamo, e se l’assassino fa per primi fuori gli uomini, può darsi che sia soltanto per togliere alle sue vere vittime qualunque forma di “protezione”.  Alla fine, tutto può rientrare nell’alveo rassicurante del summer camp slasher senza creare troppi danni o troppi scossoni. 

E invece no: il vero, sostanziale ribaltamento di campo, regista e sceneggiatrice se lo giocano dopo pochissimo che le nostre protagoniste sono arrivate nella catapecchia sul lago, quando a malapena l’assassino col trapano lo abbiamo visto in azione: a parte Alix, sorellina minore aggiunta al gruppo all’ultimo istante, Dana e le altre non sono lì per caso o perché manca un pezzo di ricambio per aggiustare la macchina. 
L’idea è che siano andate lì di proposito, recitando ognuna un ruolo specifico per mettere in scena il rituale tipico dello slasher, e far fuori una volta per tutte un assassino che è riuscito a farla franca, ed è con ogni probabilità responsabile della morte di non si sa quante altre donne, oltre alle amiche della mamma di Dana. 
Le nostre vittime designate non sono vittime neanche per sbaglio, anzi hanno preso loro l’iniziativa di passare la notte nella tana del lupo. In questo, e non tanto in tutti quei micro-smottamenti estetici e formali di cui il film è costellato, Slumber Party Massacre compie quel salto ideologico che dovrebbe ammazzare una volta per tutte lo slasher classico: toglie alle donne protagoniste la passività come tratto distintivo, caratteristica che possiede anche la stessa final girl, almeno fino a quando non comincia a reagire alle aggressioni che subisce. 
Le ragazze di Slumber Party Massacre non reagiscono, semmai sono gli altri attori in campo che devono reagire a loro.

“Sì, va bene Lucia, ma ora che ci hai fatto il solito sermone, com’è ‘sto film?”
È un film per la tv a basso costo e, a seconda della versione che riuscirete a recuperare in giro, potrebbe capitarvi qualche taglietto nelle parti più violente o un fastidioso blur a coprire alcune parti anatomiche dei personaggi; è quindi un prodotto con dei limiti, ma Esterhazy è bravissima ad aggirarli tutti e a tirare fuori il meglio sia dai mezzi non proprio faraonici sia da un cast formato nella sua totalità da sconosciute. 
Nel dirigere le ragazze, quasi tutte con poca o nulla esperienza, la regista bada moltissimo alla naturalezza delle loro interazioni: non devono funzionare tanto individualmente, ma in senso corale.  Tra loro spicca la giovanissima Mila Rayne, esordiente assoluta, e con un’energia e un carisma che mi hanno ricordato Heather Langenkamp nel primo Nigthmare. Ma si tratta di un gruppo molto affiatato, e l’amicizia che le lega sullo schermo sembra reale e sentita, e questa è davvero la cosa più importante, l’impalcatura su cui regge l’intero film. Senza la loro amicizia, che è il presupposto di tutto ciò che accadrà nel corso degli 86 minuti di durata, crolla tutto il resto. 

Lo stile scelto da Esterhazy per raccontare questa storia è quello della commedia horror, categoria in cui non si fa alcuna fatica a far rientrare anche il suo predecessore. Vengono ripetute alcune delle gag più famose del film del 1983, come quella del frigorifero con il cadavere dentro, ma anche qui, il contesto è talmente diverso che riescono ancora a coglierci di sorpresa; la messa in scena è ordinata e pulita, il gore è, per ovvi motivi, dosato col contagocce, ma quando c’è è molto ben fatto; non tutti i momenti comici sono riusciti e, a volte, alcune metafore sono un po’ troppo gridate, mentre il film procede spedito proprio quando riesce a essere sottile. 
La rivelazione finale su chi sia l’assassino veramente è appena appena citofonata un’ora prima, ma sa essere, a suo modo, gustosa, perché si tratta di una delle tante citazioni dalla storia dello slasher tutto di cui questo film è una miniera. 
Alla fine, Slumber Party Massacre versione 2021 è una gioia e una delizia, ma soprattutto è un omaggio a un vecchio e scalcinato classico che, se non si fosse messa di traverso una produzione con obiettivi ben precisi e con requisiti da soddisfare, forse avrebbe spinto l’horror nel futuro con un anticipo di quasi 40 anni. 
Non lo sapremo mai, però ora abbiamo un film che ripristina un minimo di giustizia. 

2 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Forse te l’avevo già confessato, ma lo Slumber Party del 1982 mi ha deluso tantissimo, ero partito con le aspettative a mille (uno slasher femminista, wow) e mi sono trovato davanti un horror anemico e noioso, con uno dei villains più scialbi che il genere ci abbia regalato.
    Pur con i suoi limiti, il remake mi è piaciuto di più, un pò perché molto più coerente con le premesse, un pò perché più divertente, anche se devo dire che esteticamente non mi ha fatto impazzire e che nella parte finale a mio parere un pò arranca.

    1. Allora, io di quella saga preferisco il secondo che è una follia totale (e anzi, molto carino l’inside joke sul secondo film in questo remake) però apprezzo anche il primo per ciò che è: il risultato di tanti compromessi e di tanti rospi ingoiati.
      Questo è migliore, di sicuro. Tecnicamente risente del budget e della sua destinazione televisiva.

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