V/H/S/94

Regia – Simon Barret, Chloe Okuno, Ryan Prows, Jennifer Reeder, Timo Tjahjanto (2021)

Sono passati ben sette anni dall’ultimo V/H/S, l’antologia di found footage prodotta da Bloody-Disgusting che ha portato alla ribalta, tra gli altri, i Radio Silence, David Bruckner e Timo Tjahjanto. Ora i primi sono i registi del quinto capitolo di Scream, il secondo, oltre ad aver diretto lo splendido (ne parleremo presto, giusto) The Night House, è al timone del reboot di Hellraiser, mentre il terzo è una vera e propria potenza del cinema di genere indonesiano. Non sono gli unici nomi pesanti che le precedenti edizioni di V/H/S hanno fatto conoscere al grande pubblico, ma credo siano quelli più eclatanti. E comunque mezzo cinema horror indipendente americano è passato per V/H/S: basta scorrere i crediti dei primi tre film, usciti a scadenza annuale dal 2012 al 2014. 
V/H/S Viral non era stato accolto granché bene, e sembrava che la serie fosse finita nel dimenticatoio. A riesumarla è, a solito, Shudder che la riporta in auge in periodo di Halloween. 
La vecchia me se ne sarebbe infischiata,  ma come chi mi legge sa abbastanza bene, da qualche tempo ho fatto pace con il found footage e aspettavo l’arrivo di V/H/S/94 con tanta gioia, anche perché, per la prima volta nella storia dell’antologia, ci sono anche un paio di registe. Era pure ora, no?

La cornice, dal titolo Holy Hell, è infatti diretta da Jennifer Reeder, di cui ancora colpevolmente non ho visto l’esordio Knives and Skin, e racconta di un’irruzione degli S.W.A.T. in un capannone dove, pare, si sintetizzi una droga potentissima. Quando i poliziotti arrivano, tuttavia, si trovano davanti un luogo deserto, con cadaveri dagli occhi cavati sparsi per ogni dove, soprattutto seduti davanti a televisori con effetto neve; altri morti, mutilati in varie e creative modalità, se ne stanno nei corridoi; una voce registrata dal tono calmo e rassicurante ripete una specie di omelia, il che dovrebbe mettere in guardia i nostri agenti sul fatto che forse non si tratta di un problema di droga, ma di un culto. E invece no, proseguono nell’esplorazione, mentre sugli schermi in statica cominciano a formarsi delle immagini, che ci fanno entrare nel primo segmento. 

Storm Drain (diretto da Chloe Okuno)

Una giornalista televisiva, Holly, è impegnata a realizzare un servizio sul fantomatico Rat Man, una creatura che dovrebbe vivere nelle fogne e, ogni tanto, uscire fuori per essere avvistata dai bifolchi locali. Non è di certo l’inchiesta della vita per Holly, che la prende con una certa sufficienza, è parecchio annoiata e non ha palesemente voglia di avvicinarsi all’ingresso delle fogne per fare delle riprese.
Solo che il suo cameraman avvista qualcosa in fondo a una galleria: un sacco a pelo, il giocattolo di un bambino i segni inequivocabili della presenza di qualcuno che, lì sotto, ci vive. Proprio nelle fogne, tra puzza e liquami. 
A quel punto, Holly sente di avere finalmente per le mani una storia che non è soltanto la versione al profumo di gabinetto del mostro di Lochness; una storia di esseri umani costretti a vivere in condizioni che di umano hanno poso o niente. Decide quindi di inoltrarsi nelle fogne e per scoprire qualcosa di più. Ovviamente ci saranno delle spiacevoli conseguenze. 
V/H/S/94 parte col botto: una manciata di minuti che sono puro caos e terrore ancestrale. Il Rat Man del titolo potrebbe popolare i vostri incubi per qualche notte, mentre l’ambientazione nelle fogne, tra strati di sporcizia e lunghi cunicoli in cui smarrirsi per sempre, contribuiscono a un’atmosfera marcia e soffocante. Il corto di Okuno ha lo spirito giusto per un’antologia di questo tipo. È solido, è breve, è sardonico e l’idea di una leggenda urbana come motore scatenante riporta ai fasti di The Last Broadcast e TBWP, tanto per calarci subito nell’atmosfera e nell’estetica anni ’90. 

The Empty Wake (diretto da Simon Barrett)

Un pochino più debole è l’episodio firmato da Barrett, o forse risente in negativo della disposizione all’interno dell’antologia, subito dopo il concentrato di adrenalina e gore di Okuno.
È la storia di una giovane donna, impiegata in una ditta di onoranze funebri, che si ritrova a presiedere una veglia da sola: i parenti del defunto hanno chiesto che la veglia venisse ripresa da telecamere piazzate in ogni angolo della stanza, la bara è chiusa perché la morte è avvenuta in un brutto, e non specificato, incidente e il cadavere è sfigurato. 
Peccato che alla veglia non si presenti nessuno e la nostra protagonista si ritrovi lì, completamente da sola, mentre all’esterno infuria una tempesta che sta per sfociare in un uragano.  Qualcuno, in effetti, si presenta, ma resta per pochi minuti. Giusto il tempo di chiuderla dentro e fuggire via. 
A quel punto va via la luce, e dalla bara cominciano ad arrivare degli strani rumori. 
The Empty Wake è soffre un po’ del fatto di essere una vicenda molto tradizionale, classica: c’è una donna da sola in una stanza vuota con un cadavere a tenerle compagnia, e per quasi tutta la durata del segmento, ci chiediamo cosa le succederà. Quando lo scopriamo, si tratta di un colpo di scena un po’ banale, ma è reso davvero bene, è pauroso, e gli ultimi due minuti sono di pura ansia claustrofobica. Barrett è appena svogliato nella scrittura, o meglio, si adagia su meccanismi arcinoti, però è ottimo nel costruire la tensione fino alla rivelazione finale e gli va dato atto di mettercela tutta per spaventare lo spettatore. 

The Subject (diretto da Timo Tjahjanto)

Tjahjanto prende l’artiglieria pesante e ci regala, al solito (neanche mi stupisco più) l’episodio migliore e più esplosivo di tutti quelli presenti nell’antologia. Al centro di The Subject c’è uno scienziato pazzo fissato con le ibridazioni tra corpo umano e macchine: l’intero corpo è la soggettiva di una sua “paziente” cui il dottore ha impiantato una telecamera. Non vi sto a dire dove o come l’abbia impiantata perché è una orrenda scoperta che dovete fare da soli.
L’uomo è ricercato dalla polizia, che irrompe nel suo laboratorio e lo uccide, facendo tuttavia scattare un meccanismo di difesa che chiude dentro agenti e vittime degli esperimenti. Alcuni dei soggetti sono particolarmente aggressivi.
Io non voglio fare le solite iperboli per cui poi finisco di perdere in credibilità, ma il corto di Tjahjanto è un piccolo capolavoro. Piccolo per la durata, intendiamoci, perché come ambizioni e resa visiva è colossale. C’è tutto: la brutalità insensata della polizia, la disperazione di perdere il controllo del proprio corpo e la propria identità, la domanda su che cosa ci renda umani; c’è il gore estremo, la violenza agghiacciante, ma c’è pure una partecipazione emotiva alla sorte di questa povera ragazza prima abusata dal dottore e adesso perseguitata dai poliziotti, che davvero ti spezza l’anima. 
Se non conoscete Tjahjanto, questo è un ottimo modo per avvicinarsi al suo cinema e cominciare ad amarlo; se invece lo conoscete e lo apprezzate già, allora The Subject ve lo farà apprezzare ancora di più. 
Da incorniciare e trasmettere con orgoglio ai posteri. 

The Terror (diretto da Ryan Powers)

Arrivare dopo che lo spettatore è ancora rimbambito dopo i ceffoni presi da The Subject non è un’impresa facilissima, e infatti io The Terror ho dovuto vederlo due volte, perché la prima non sono proprio riuscita a seguirlo, e non per suoi demeriti, ma perché la mia testa era ancora piena delle immagini create da Tjahjanto. Il mio consiglio è di aspettare una mezz’oretta tra i due segmenti, dedicarsi ad altro, smaltire bene l’inferno messo in scena dal regista indonesiano e poi gustarsi questo The Terror, che sta benissimo in chiusura, è divertente, satirico e basato interamente sull’ottimo concetto di quanto è bello fare a pezzi i fasci. 
Un gruppo paramilitare di estrema destra sta preparando un attentato contro un ufficio governativo. I membri di questa organizzazione vivono tutti insieme in una fattoria in mezzo alla neve, fanno esercitazioni, si ubriacano, si lamentano della decadenza dei costumi e si preparano a prendere il potere su una nazione perduta e ormai governata da Satana in persona. All’interno delle stalle tengono legato un poveraccio a cui sparano in testa ogni sera per raccogliere il suo sangue. Il giorno dopo, il poveraccio è di nuovo vivo e integro e loro ripetono il procedimento da capo, perché il suo sangue ha delle proprietà particolari: esplode alla luce del sole, e questi mostri di intelligenza sono certi di aver trovato l’arma ideale per colpire il loro obiettivo. 
Essendo di estrema destra sono tuttavia stupidi come la merda e, una notte in cui sono tutti ciucchi persi, combinano un disastro e fanno la fine che meritano tutti gli scarti dell’umanità della loro risma. 
The Terror, se avete un senso dell’umorismo deviato simile al mio, vi farà ridere a crepapelle. Ci potete anche fare un drinking game: un bello shottino ogni volta che un fascio crepa malissimo urlando e soffrendo. 
Grande simpatia per Ryan Prows. 

In chiusura, si torna nel capannone pieno di cadaveri e videocassette e si viene finalmente a conoscenza della natura del culto dei filmati maledetti. Non vi aspettate grandissime cose, perché non è quello il punto di V/H/S/94 (o di qualunque V/H/S in generale): queste antologie sono sempre servite a portare il found footage alle sue estreme conseguenze estetiche e narrative e mi sembra (non rivedo gli altri da un po’) che con questo quarto capitolo, abbiano fatto centro in maniera più precisa rispetto al passato. Per un Halloween truculento e da mal di mare, non credo ci sia niente di meglio. 

6 commenti

  1. Andrea Lipparini · · Rispondi

    Come sempre bellissima recensione..non vedo l’ora di vederlo,ho amato tantissimo gli altri VHS e sicuramente anche questo sarà fantastico..che ottobre bulimico di horror!!!😊😍👍

    1. Grazie!
      Infatti non riesco a star dietro a tutte le uscite! Recupereremo a novembre, quando si calmeranno un po’ le acque!

  2. Ciao, bellissima recensione, oltre al film che sembra molto bello e degno della trilogia, di cui posseggo il, magnifico, cofanetto editato da Midnight Factory. Temo che ancora non potrò vedere il film in quanto non si trova in SUB ITA, Mi auguro che prossimamente Midnight Factory lo porterà im patria come per i precedenti, magari con un’altrettanto bel cofanetto. Grazie per questa bella recensione.

    1. Ciao! Purtroppo il film per ora sì, è solo su Shudder che in Italia si riesce a vedere tramite vpn e carta di credito, un macello solo per attivare l’abbonamento.
      Speriamo che la Midnight porti da noi pure questo!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Recensione che invoglia decisamente a cercarsi e vedersi questo nuovo V/H/S! Peccato che, essendo su Shutter e non altrove, dovrò aspettare anch’io occasioni migliori… già da ora, però, posso prevedere che l’episodio anti-fascio -The Terror- farà divertire assai pure il sottoscritto (“Essendo di estrema destra sono tuttavia stupidi come la merda” è da incorniciare) 👍

  4. Un prodotto interessante! Intendiamoci, niente di nuovo sotto il sole (o quasi) ma in fondo non importa poi tanto perchè il divertimento è assicurato e qualche spunto gradevole appare.
    A mio parere:
    1. l’episodio “cornice” dice poco, ovvio, come dici tu, e non c’è da farne un dramma. E’ comunque divertente da vedere.
    2. Raatma è molto carino; simpatico il concetto, simpatica l’idea, interessante il concetto (non so quanto voluto, chi lo ha scritto potrebbe anche non averci pensato) che la protagonista si tuffa nell’orrore solamente perchè con la speranza di fare qualcosa di utile e significativo. Oltre ai soliti idioti che non sanno quello che fanno, oltre alle solite persone curiose, oltre ai soliti tizi che si perdono, oltre a chi incespica nell’orrore senza neppure rendersene conto, è interessante e – credo – a suo modo significativo vedere che c’è anche qualcuno che si rovina perchè spinto dalla speranza di fare qualcosa di utile al mondo. Ma ecco la novità: al mondo non interessa la tua pietà, la tua speranza, i tuoi rimedi, la tua fiducia, perchè è abietto e abietto vuole restare. Concetto non so quanto nuovo ma che credo bisognerebbe approfondire.
    Peccato che in fin dei conti il corto non porti a nulla, termina “a tarallucci e vino”, con grottesca allegria, rimandando sempre a cose accadute prima o che accadranno dopo, di fatto senza chiudere nulla del suo racconto.
    3. Empty Wake l’ho trovato infatti più carino proprio in virtù del fatto di essere compiuto come racconto. Certo, ci sono molte cose che non sappiamo, ma in questo caso il non conoscerle rende tutto più inquietante, e comunque l’episodio è completo in sé stesso, chiude il cerchio, se così si può dire, dimostrando che si può scrivere una storia bella da vedere ma soprattutto che inizia e finisce in modo compiuto. Troppo facile, io credo, andare avanti fino a che ci sono le idee pazzerelle; meno facile mettere in scena un breve dramma con un finale acconcio.
    4. Subject. Bah. Niente di nuovo sotto il sole. Begli effetti, tanto sangue e mostrazzi ed effettacci che possono divertirti solo se sei rimasto un ragazzino e da un film non pretendi altro… nessuno sforzo di aderire al leitmotif degli anni 90 visto che appare tutto troppo moderno (perfino le immagini girate dalla polizia), recitazione sopra le righe tipica di certo cinema orientale che non amo – compreso il personaggio che più che il puro di cuore pare il comico della situazione – e poco altro. Trent’anni fa mi avrebbe esaltato, probabilmente. Oggi mi pare sia legittimo chiedere di più da un corto horror, e commentare che uno spezzone del genere è sicuramente divertente ma non un capolavoro.
    5. The Terror non è il più divertente, non è il più sorprendente, non è il più innovativo ma sicuramente è il corto migliore a livello di contenuti. Armi di distruzione di massa molto improprie in mano a Fasciorivoluzionari Americani: è davvero una bella idea, significativa, e per certi versi specchio dei tempi, con in più anche un tentativo di approfondire i personaggi e perfino l’antagonista. Se uno ragiona con lo stomaco, il premio per la parte migliore va data a uno qualsiasi degli altri corti, a puro gusto personale; ma a ragionare con il cervello credo che il premio debba essere dato proprio a questo. Ah, ma magari sarà quello che è piaciuto meno, perchè “il mostro si vede poco”, chissà.
    Comunque buon lavoro.

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