King al Cinema: Ep 31 – 1408

Regia – Mikael Håfström (2007)

Stiamo attraversando un’altra fase difficile della storia degli adattamenti kinghiani, quella che arriva subito prima del rinascimento degli ultimi anni. Ci saranno cose pregevoli, questo è certo, ma in generale sembra che il cinema e la tv stiano ancora cercando di capire come mettere in scena King nella maniera giusta. La buona notizia è che ci scorderemo il piccolo schermo, perché con Desperation finisce l’era delle sciagurate miniserie; dopotutto, la televisione stava cambiando, ma si sarebbe avventata su King con un lieve ritardo: la prima serie “importante” (e fallimentare) arriva solo nel 2013, e noi non ce ne occuperemo perché si tratta di TRE stagioni da ventordici episodi. Perdonatemi, non ho la forza.
Per quanto riguarda i lungometraggi, il 2007 ne vede uscire ben due di un certo peso, a livello produttivo. Il primo ad arrivare nelle sale in ordine cronologico è, purtroppo, 1408.

Il racconto da cui il film è tratto appare per la prima volta, incompiuto, in coda a On Writing. Era a malapena un incipit che King aveva scritto per dimostrare la differenza tra la prima bozza di una storia. e la sua successive stesure. Poi è diventato un racconto vero e proprio e, nello specifico, la versione kinghiana della stanza infestata nella locanda.
Come spesso succede quando si tratta di narrativa breve, è un racconto che vive di una situazione estremamente circostanziata, non ammette divagazioni di sorta, è breve e rapido e, se lo dovessi associare a un genere cinematografico, direi che si tratta di un found footage. 
Il protagonista, Mike Enslin, è uno scrittore di libracci dozzinali, tipo: “Dieci notti in dieci case infestate”, e così via. Pretende di dormire nella famigerata camera 1408 (sommate voi le cifre) di un albergo di New York, il Dolphin; il direttore dell’hotel tenta di dissuaderlo raccontandogli il passato maledetto della stanza, Mike non sente ragioni, si reca spavaldo nella 1408 e ne esce poco più di un’ora dopo. In fiamme. Non c’è necessità di approfondimento psicologico per Enslin: è un arrogante e borioso scribacchino che non rispetta ciò che gli dà da vivere, e per questo viene punito. 
La stanza, a sua volta, è un’entità quasi aliena, una mostruosità antica e crudele, cui preme più di tutto il resto, la sofferenza dei suoi ospiti. Ci si sente male solo a respirare l’aria che circola tra quelle quattro pareti. La 1408 è malvagia. 

Ma si sa che a Hollywood le cose semplici ed efficaci piacciono fino a un certo punto. Hollywood richiede sempre il dramma e tende a complicarsi la vita. 
Esiste un regista di nome Mike Flanagan che, all’inizio della carriera, voleva tanto realizzare una versione cinematografica di 1408. Non potendo permetterselo (e vallo a sapere che, da lì a qualche anno, sarebbe diventato un regista kinghiano), ha diretto Oculus, lo specchio maledetto che ammazza la gente modificando la percezione del reale delle proprie vittime. Esattamente come fa la camera del racconto di King. Oculus è una trasposizione molto più onesta di 1408 di quanto non lo sia il film che ne porta il nome. Sono cose che capitano quando c’è di mezzo la Dimension Film. Quando c’erano di mezzo i Weinstein. 

È una produzione a budget medio-alto, 1408, come era consuetudine per gli horror all’inizio del secolo: gli studios investivano perché con il cinema dell’orrore c’era da guadare un sacco di soldi; è un discorso che abbiamo già fatto e saremo destinati a ripetere spesso; solo che 1408 va un po’ in controtendenza rispetto alla direzione presa dal nostro genere preferito in quegli anni. Non che le ghost story o le case infestate se la stessero passando benissimo; ancora la Blumhouse (anche se Paranormal Activity esce nel 2007) non era la corazzata PG13 che è oggi, ancora Wan non era una potenza e Insidious e The Conjuring erano molto al di là da venire. Da un certo punto di vista, 1408 gioca d’anticipo. Certo, aiuterebbe se si trattasse di un buon film, ma non lo è, poveraccio, e non è neanche del tutto colpa sua. 

C’è un vizio di forma a prescindere, che arriva dritto dalla sceneggiatura ed è quindi molto difficile da correggere in corsa. Il film è stato sottoposto a diverse riscritture da quando la Dimension film acquisisce i diritti del racconto, nel 2004. Credo sia lecito ipotizzare che tali riscritture avessero come obiettivo quello di addolcire il personaggio di Enslin, di fare di tutto perché non risultasse troppo sgradevole. 
Al cinico scrittore di paperback popolari, che disprezza il proprio pubblico e il suo stesso mestiere, si sostituisce quindi il tipico protagonista con trauma, il cui cinismo è soltanto uno schermo che lo protegge dal dolore. 
Nel film, Enslin è un padre disperato per la morte della figlia, un ex marito ancora innamorato e uno scrittore che ha scelto di darsi alla narrativa, chiamiamola così, dozzinale, perché ossessionato (segretamente) dalla ricerca di un’aldilà. Non ho alcun pregiudizio negativo a riguardo, intendiamoci, e neppure ne faccio una questione di originalità: è che un eccessivo retroterra, in certi casi, smorza l’orrore. E soprattutto, la stanza 1408 con l’aldilà e i fantasmi non c’entra niente. 

Era questo il film cui si riferiva Flanagan nel suo discorso (già citato qui di recente) a proposito delle cicatrici: “Si vedono le cicatrici sulla pelle del film”. 1408 è piano di cicatrici, in particolare nel finale, che è stato rigirato e rimontato in fretta e furia dopo degli screen test andati male. In quello originale (ora presente nel director’s cut, da me visionato in occasione di questo post) Enslin moriva nella camera d’albergo, dopo averle dato fuoco per mettere fine al suo regno di terrore, e si ricongiungeva con la figlioletta defunta; in quello poi imposto dalla produzione, Enslin sopravvive, torna insieme alla moglie e, negli ultimi secondi di film, il nastro da lui registrato nel corso del suo breve soggiorno nella 1408 dimostra in maniera inconfutabile l’esistenza del soprannaturale. 
Non vado matta per nessuno dei due finali, ma credo che quello pensato da Håfström fosse un po’ più coerente. 
Con mio enorme scorno, la Dimension ha dimostrato di avere ragione: 1408 ha incassato la bellezza di 123 milioni di dollari a fronte di un budget di 25, è stato accolto con favore persino dalla critica, e ai tempi venne considerato persino uno dei migliori horror dell’anno. 

Io ho un’opinione molto divergente: lo trovo noioso, forse il peccato più imperdonabile per un horror pensato a uso e consumo del grande pubblico. 
Non solo, ma credo sia uno spreco enorme di potenzialità. Il film parte benissimo con una sequenza, quella del dialogo tra Enslin (John Cusack) e il direttore d’albergo Olin (Samuel Jackson) presa pari pari dal racconto e, non so se proprio per questo motivo, efficacissima nell’impostare un’atmosfera di inquietudine. Se solo fossero riusciti a tenere tutto il film su quella nota così sinistra, ecco, magari sbaglio, ma ci avremmo tutti guadagnato parecchio. Forse i Weinstein no, ma il cinema sì. 
Sta di fatto, tuttavia, che se bisogna cercare un precedente per la fioritura di horror soprannaturali che ancora oggi ci accompagna, è da qui che ci conviene partire. 
Se proprio sono costretta ad assegnare un merito a 1408, questo è l’unico che mi viene in mente. 

6 commenti

  1. Il plot di questo film e affascinante,ed effettivamente la scena del dialogo tra il protagonista e il direttore dell’hotel e notevole,ma come molte grandi produzioni tocca spesso avere a che fare con i compromessi,soprattutto quando i produttori sono dei veri guasta feste,ma devo dire che quando un film riesce ad avere sia degli ottimi budget che il pieno controllo creativo nelle mani giuste,puo davvero venire fuori il filmone,e a volte anche il capolavoro!

  2. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Aggiungo che in the Haunting of hill house del nostro Mike un personaggio è il protagonista di questo racconto/film, solo con uno spessore molto più ampliato.
    Sto guardando Midnight Mass (non ce l’ho fatta a fare una visione unica di 7 ore di lungometraggio qual è, tornavo da un’esercitazione in grotta a -700 di profondità, perdonami) e ho pensato che Mike Flanagan è più King di King. Anzi è King entrato nell’età adulta. Perchè in Stephen, nonostante l’anagrafe, PERSISTE il bambino spaccatutto che gira “Brivido” e pretende gli AC/DC e il Camion Goblin (non nego sia maturato negli anni). Lo ha dimostrato in Gerald’s Game e in Doctor Sleep ma ANCORA DI PIU’ nei lavori “non Kinghiani” (che poi…Midnight Mass…Isola Isolata Isolerrima, tempesta…Eppure c’è qualcosa di molto più complesso). Tornando a 1408.Senza infamia e senza lode. Che per l’epoca era già da stappare bottiglie..

    1. E tu hai ragione, e aggiungo che Falanagan è sempre stato maturo, ma dai tempi di Absentia. È davvero un King svuotato dal lato un po’ puerile di molte cose che ha scritto, e che comunque gli è rimasto appiccicato addosso.
      Credo sia anche parte del suo fascino, un suo tratto distintivo a cui ho finito per affezionarmi.

  3. mi ricordo che mia sorella e mia mamma (porella lei XD) andarono a vederlo al cinema
    io ho visto solo Oculus e ho gli incubi ancora adesso; sono curioso di sapere come ne parlai sul blog, dopo vado a rileggere

    ma cusack non mi piace molto come attore

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Addirittura miglior horror dell’anno sembra eccessivo anche a me, pur non avendo grosse critiche da fare nei suoi confronti… conoscendo entrambe le versioni, devo dire di preferire di gran lunga il director’s cut che paradossalmente, pur allungando il minutaggio, riesce a darmi l’impressione di essere addirittura più scorrevole -oltre ad avere un finale più sensato- del theatrical’s cut (visto solo dopo l’altra versione).

    1. Sì, il director’s cut ha molto più senso di quello uscito in sala, assolutamente. Non funziona proprio che Mike sopravviva.

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