Kate

Regia – Cedric Nicolas-Troyan (2021)

Kate è un film che avete già visto almeno un milione di volte a partire, circa, dagli anni ’90; lo avete visto fatto peggio e fatto meglio (il modello di Besson è ancora oggi inarrivabile, e chiunque dica il contrario può accomodarsi fuori dalla porta). Se siete appena appena scaltri, potete prevedere con discreta approssimazione ogni singolo snodo della trama. Come se non bastasse, è un film che si sa già come andrà a finire, perché non lascia spazio ad alternative. 
Quindi sì, in teoria Kate lo conoscete a memoria.  
Però non lo avete mai visto interamente costruito intorno a Mary Elizabeth Winstead, attrice dalla carriera ingrata, mai davvero decollata del tutto, e adesso, dopo tanti anni, protagonista assoluta di un film che esiste solo in sua funzione. 
Era pure ora.

Kate è un’assassina a pagamento che, un bel giorno, si ritrova avvelenata dal plutonio e con poco più di 24 ore da vivere. Decide di impiegarle per trovare i responsabili, far loro molto male e, nel mentre, scoprire i motivi per cui si è ritrovata con una condanna a morte certa sulla testa. Ad accompagnarla in questa ultima, disperata crociata, troviamo la giovane Ani (Miku Patricia Martineau), figlia di un boss della Yakuza che la stessa Kate ha ucciso. 
Come dicevo in apertura: è una storia che già conoscete, soprattutto se avete seguito il cinema d’azione degli ultimi cinque o sei anni, in particolare nella sua diramazione “John Wick incontra Nikita”, che per comodità possiamo far risalire ad Atomica Bionda. 
Soltanto nel corso dell’estate 2021, di film che seguono questa traccia ne sono usciti almeno quattro: Gunpowder Milkshake, Jolt, The Protege e, appunto, il nostro Kate. 

Io li ho ovviamente visti tutti, anche se non nascondo che quello dell’eroina di poche parole che spacca culi a destra e a sinistra con colonna sonora pop e luci al neon è diventato un cliché insopportabile, anche perché, al solito, trattasi di fantasia maschile quando va male, astrazione asettica quando va bene, semplice inversione di ruoli (facciamo John Wick, ma è una femmina) nella maggior parte del casi. Insomma, a questo filone manca un’identità specificamente femminile che giustifichi il genere delle protagoniste e che vada al di là del semplice “guardiamo come mena questa coi tacchi a spillo e la pelliccia di visone”. 
In questo, Kate è molto diverso dai suoi colleghi e non tanto o non solo perché Winstead, nelle scene finali, sembra essere passata attraverso un tritacarne per quanto è pesta e mal ridotta, ma perché a me pare che il regista e lo sceneggiatore (Umar Aleem) abbiano voluto provare a mettere in scena un personaggio femminile vero e proprio, dando appunto alla femminilità di Kate un ruolo narrativo, costruendoci un discorso intorno. 

Kate, e lo si evince da brevi flashback che non necessitano di troppo spazio e non vanno a spezzare più di tanto il ritmo indiavolato del film, è stata addestrata sin dalla più tenera età dal suo mentore (e, di fatto, padrone) Varrick per diventare un’arma letale in qualsiasi circostanza; anche questo, lo sappiamo bene, è un cliché visto decine di volte, e per nostra fortuna, ci viene risparmiato l’antefatto, il motivo per cui Kate sia finita sotto la protezione di Varrick, le fasi più scontate del suo addestramento. È come se il regista ci stesse dicendo: lo avete visto Nikita? Ecco, una roba così, passiamo oltre. 
E tuttavia, è il modo in cui l’addestramento e il “mestiere” hanno influito sulla vita di Kate a essere relativamente una novità: le conseguenze psicologiche di tutto questo hanno un impatto su Kate in quanto donna e tutto il film diventa il racconto della riappropriazione di un’identità negata, che avviene attraverso il sangue e la carne martoriata di Kate. 

È indicativo, per esempio, il fatto che la protagonista si spogli progressivamente degli orpelli di una femminilità che è pura performance (il taglio dei capelli durante una scena d’azione) e agisca sulle prime soltanto per un sacrosanto, ma tutto sommato banale desiderio di vendetta, per poi trovare il proprio scopo ultimo nell’evitare che un’altra donna, molto più giovane, subisca il suo stesso destino. 
Kate resta in piedi fino all’ultimo per evitare che venga creata un’altra Kate: il rapporto con Ani non è infatti riducibile soltanto al sostituirsi alla figura materna per una ragazzina sballottata tra mafia e sparatorie; è solidarietà pura e semplice, anche perché Kate non può sostituire proprio nulla: è un cadavere ambulante, e la cosa è ineluttabile. Ci viene detto sin dall’inizio che non c’è antidoto, non c’è cura. Al massimo le si può alleviare il dolore o allungare di qualche ora la sua permanenza su questa terra tramite iniezioni di stimolanti, ma la conclusione cui andiamo incontro è chiara e non ammette deroghe o deus ex machina dell’ultimo minuto. 

È anche la scelta di metterci di fronte, dopo una decina di minuti introduttivi, a un personaggio con la sorte segnata, a dare al film un’aura tragica che neppure i neon rosa, i ralenty e i combattimenti violentissimi riescono a stemperare. Kate è scritta e, soprattutto, recitata in maniera tale che volerle bene è la cosa più naturale per qualunque spettatore non abbia la sensibilità di un blocco di tufo. Sapere che non sopravviverà ai titoli di coda è un macigno sul nostro stato d’animo, ed è logico che la regia ci giochi tantissimo. Il risultato è che Kate non è neanche un film freddo come poteva esserlo Atomica Bionda. 
Ha, come ci si aspetta dal genere, coreografie spettacolari, grande lavoro degli stunt e della stessa Winstead che credo sia presente in gran parte delle sequenze più concitate. Mi piace molto come Nicolas-Troyan taglia le scene  di combattimento, perché la macchina da presa è sempre al centro dell’azione e gli stacchi sono ridotti al minimo indispensabile. Però queste son tutte cose abbastanza ovvie: bravi tutti, ma non c’è neppure bisogno di starle a sottolineare più di tanto. 
Da sottolineare, e da metterci anche sei o sette punti esclamativi, un’insegna al neon lampeggiante e un post-it di insulti per registi e produttori che ancora non ci sono arrivati, è l’interpretazione di Winstead. 
Il film è lei, e tutto il discorso che abbiamo fatto nei paragrafi precedenti non avrebbe senso se lei non ci fosse: è Winstead a infondere umanità al suo personaggio, è Winstead a caratterizzarla in maniera diversa dalle protagoniste di film simili, ed è ancora Winstead a spezzarci il cuore quando arriviamo in coda al film, in debito di ossigeno e con il desiderio impossibile che abbia una conclusione diversa.
Quindi, signori registi, signori produttori, signori potenti di Hollywood, cosa aspettate a fare di Mary Elizabeth Winstead la regina del cinema d’azione? 

7 commenti

  1. I luci al neon sono diventati uno stereotipo fisso perche ora va di moda mettercelo! Peccato che quando lo fece il compianto Joel Schumacker in collaborazione con la scenografa Barbara Ling ispirandosi alla Tokyo degli anni 20,il povero Joel raccolse solo insulti! Ora il neon nei film notturni li mettono tutti,conpresi anche certi registi molto stimati beccandosi solo elogi come piovessero,ma Schumacker colse prima di tutti gli altri le potenzialita estetiche delle luci notturne al neon nel cinema pop action,ma nessuno lo ammette! Viva Joel Schumacker,cineasta da me molto amato!

  2. Per quanto riguarda invece la questione su Mary Elizabeth Winstead,non saprei rispondere sul perchè la sua carriera non sia mai decollata! Forse potrebbe centrare la sua filmografia,rovistandola non mi pare che abbia preso mai parte a dei film di enorme successo,c’è qualche blockbuster ma tutti più o meno male accolti,qualche discreto successo quà e là,raramente ha ottenuto ruoli da protagonista,è un pò messa all’angolo in questa lista di film a qui a preso parte! E un’attrice in gamba,ma per qualche motivo le produzioni di Hollywood non la tengono molto in considerazione,forse tu Lucia potresti avere una teoria più valida della mia sul suo mancato lancio al successo! Ciao.

    1. Guarda, quando ci sono queste carriere così strane, possono esserci diecimila ragioni alle spalle, la più semplice delle quali è un agente che ti fa sempre compiere le scelte sbagliate.
      Oppure c’è qualcosa sotto che non sapremo mai, o forse sapremo tra qualche anno, magari in occasione di una seconda ondata di MeToo.

      1. C’è da dire che come attrice ha scelto di tenere un basso profilo rispetto a tante altre sue colleghe,e quando non hai molto seguito da parte del pubblico a volte non ti vedono come un buon investimento per un ruolo principale! Potrebbe comunque centrare anche come dici tu un pessimo agente o fattori che non ci è dato sapere per questione di privacy,tutto è possibile!

  3. “le conseguenze psicologiche di tutto questo hanno un impatto su Kate in quanto donna e tutto il film diventa il racconto della riappropriazione di un’identità negata, che avviene attraverso il sangue e la carne martoriata di Kate.”

    Mi ricorda qualcosa…

    Nelle gif Kate sembra irriconoscibile. Che fine ha fatto la paffutella coi ponpon che ci faceva desiderare di adottarla senza dire niente ai genitori in A prova di morte?

    1. Mi ricorda Nikita, ma 30 anni dopo, aggiornato.
      Diciamo che era giovanissima nel 2007, poco più che una bambina, considerando che è nata nel 1984.
      Anche se per me lei resterà sempre la cosa più bella dell’intera saga di Final Destination.

  4. Sì, decisamente Besson è stato il primo, e da lui si poteva solo prendere esempio. Come del resto pure Nicolas-Troyan ha fatto, con questa sorta di remake attualizzato avente il grande pregio di dimostrare che, finalmente, sembra esserci qualcuno disposto a credere davvero in Mary Elizabeth Winstead (meglio tardi che mai, verrebbe da dire) 👍👏👏
    P.S. E di Winstead cantautrice che ne pensi? Io, mea culpa, il duo Got a Girl l’ho scoperto piuttosto tardi…

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