I Remake del 2000: Dawn of the Dead

Regia – Zack Snyder (2004)

Il problema di Snyder, quello principale che a mio parere vizia irrimediabilmente la sua intera filmografia, è che lui il materiale su cui lavora non lo capisce. O, ancora peggio, magari lo capisce pure, ma pensa di saperla più lunga e, di conseguenza, fa danni a destra e a manca da 17 anni a questa parte. 
Tuttavia, e non immaginate quanto mi costi ammetterlo, il suo primo film è anche la sua opera migliore, forse perché ancora non era stato pompato a dovere da un fandom sordo e cieco, o forse perché, essendo un regista alla sua prima esperienza in un lungometraggio, non trasudava arroganza e protervia da ogni poro. 
Detto ciò, lui il film di Romero comunque non lo ha mai capito, lo ha sfruttato, ci si è aggrappato addosso come un parassita, succhiandone via la linfa vitale, e ne ha approfittato per mettere in scena il primo tassello della sua epica muscolare e reazionaria a base di machismo e survivalismo un tanto al chilo. 
Solo che tutto questo, forse grazie anche alla sceneggiatura scritta da James Gunn, funziona, sta in piedi, si lascia guardare e diverte pure, se si passa sopra all’ideologia raccapricciante che sottende. 

Perché vedete, e ancora una volta, sto facendo una fatica infernale ad ammettere questa cosa, Dawn of the Dead 2004 è l’esempio perfetto e adamantino di come un remake andrebbe fatto. Sempre. Poi è ovvio che, a seconda di come la pensiamo sul genere di riferimento (e ci sono milioni di cose da dire) è un’operazione che può irritare: contraddice la visione di Romero dal primo all’ultimo fotogramma, pur restando sulla carta un film molto rispettoso dell’originale; ci sono persino i cammeo di Ken Foree e Tom Savini (tra gli altri). Come si può volergli male?
Ma Romero e Snyder sono troppo distanti, anzi, sono antitetici, perché una storia come quella di Dawn of the Dead, nelle mani del secondo, non venga radicalmente trasformata in qualcos’altro. Questo qualcos’altro può non piacerci, ma se un remake va fatto, preferisco che abbia un taglio diverso, che aggiorni in qualche modo il materiale di partenza. Non so che farmene delle fotocopie. 

Snyder (che Dio mi perdoni) lo aggiorna anche bene, nel senso che coglie in pieno lo spirito dei tempi, la sfacciata crudeltà degli anni ’00.  E non solo: prepara il terreno per il boom di zombie movie che culminerà nel 2010 con la messa in onda di The Walking Dead. Io lo so che, nel 2002, erano usciti Resident Evil e, soprattutto, 28 Giorni Dopo, da cui Snyder rubacchia più di un paio di spunti, ma Dawn of the Dead ha un impatto ancora più violento sul genere. Non riporta solo in auge i morti viventi, li inserisce nel contesto contemporaneo, poggia le basi per l’individualismo sfrenato e il vuoto di umanità che avrebbe poi caratterizzato l’intero filone. È, in sostanza, un film d’azione mascherato da horror, con un feticismo sospetto per le armi da fuoco e in cui la legge del più forte la fa da padrona. 
Se la filosofia di Romero può essere sintetizzata in “quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere o si perde la guerra”, quella di Snyder, e di quasi tutti gli zombie movie successivi, è molto più semplice: “io sopravvivo perché sono più stronzo, ho il fucile più grosso e ti spappolo il cervello”.

Quindi credo sia normale se, a una persona come me, questo tipo di evoluzione susciti un certo grado di fastidio, ma capisco anche che, nel 2004, la mentalità corrente negli Stati Uniti, e non solo, era quella, e spesso i film, in particolare quelli di genere, rappresentano un’eccellente testimonianza del modo di pensare della collettività nel momento in cui sono stati realizzati. Dawn of the Dead, pur essendo un caso abbastanza unico all’interno dell’ondata di remake dei primi anni del secolo, è una testimonianza, e analizzata sotto questa luce, acquisisce parecchi meriti, anche se temo per larga parte involontari.
È un film anomalo perché, e lo vedremo in seguito, sono gli slasher e i survival degli anni ’70 il terreno di caccia dove gli studios vanno a recuperare le storie da rimettere in scena per il pubblico del 2000, ed è anomalo anche perché la fascia di età dei suoi spettatori è un po’ più alta rispetto a quella dei vari Texas Chainsaw o Le Colline Hanno gli Occhi. 
Eppure si nutre delle stesse paure e delle stesse idiosincrasie: sfiducia nell’autorità, che qui assume la connotazione conservatrice del governo come tuo nemico che ti abbandona a cavartela da solo, ma tanto meglio perché senza patto sociale è una pacchia; perdita progressiva delle certezze, che però sono per i deboli, e quanto era più bello quando ci si poteva sparare in faccia senza troppi dilemmi morali; diffusa precarietà dell’esistere, risolta tuttavia magicamente dall’uomo forte col fucile a canne mozze, e via così, verso un avvenire di super uomini muscolosi e statuari, che prima ti ammazzano e poi chiedono chi è là.

L’idea di Gunn e dei produttori Newman e Abraham era quella di fare un film che inserisse gli zombi in un contesto realista, forse per differenziarsi dalla saga di Resident Evil, forse per sfruttare il successo di 28 Giorni Dopo; Snyder è stato tirato a bordo perché, secondo loro, era un regista molto concreto. Ora, a me pare che il supposto realismo del film sia soltanto una facciata: Dawn of the Dead è, in realtà, un’utopia, propone un modello di società che con il reale non ha molto a che spartire. Si presenta, come stile, messa in scena e taglio generale, come un horror realistico, spogliato dell’elemento fiabesco e ben piantato con i piedi per terra, nel fango della “gente vera”, e l’illusione regge fino a quando non ci si accorge che tutti i sopravvissuti nel centro commerciale sanno sparare come se si fossero allenati ogni giorno della loro vita per l’apocalisse. Persino il personaggio di Sarah Polley, presentata come il lato umano del gruppo, appena impugna una pistola diventa un’arma di sterminio di massa. Un’utopia machista e survivalista in cui è il concetto stesso di fine del mondo così come noi lo conosciamo ad assumere una luce paradossalmente positiva. Che poi vada tutto a finire malissimo, è uno sbocco narrativo naturale per il genere, ma è tutto ciò che accade prima a essere significativo: un gruppo di superstiti fortificati e, in un certo senso malato e distorto, resi migliori dal tramonto della società civile.

Come abbiamo fatto un paio di settimane fa per il film di Nispel, anche questa volta ci ritroviamo a farci la domanda essenziale: è un buon film, Dawn of the Dead?
Sì, a suo modo lo è, e molto è merito di Sarah Polley: non so come sia finita un’attrice come lei in questo postribolo, forse aveva bisogno di soldi per finanziare il suo magnifico esordio alla regia, forse il suo agente le ha consigliato un film di cassetta. Non lo sapremo mai, ma sono comunque contenta che sia riuscita a portare la sua sensibilità dove ce n’è, di base, pochissima. Se resistono un briciolo di anima e di verità, in Dawn of the Dead, è merito della sua recitazione misurata e fatta di minuscole sottigliezze. Certo, bisogna dare il giusto merito a Snyder per aver scelto un’interprete dalla fisicità spesso assente in film di questo tipo, ma ci troviamo comunque di fronte a una stella costretta a sguazzare nel letame. 

Per il resto, ha delle cose visivamente molto belle, come la scena iniziale, e discutibili o proprio ignobili come il famigerato parto zombie (fissazione di Snyder, e un giorno spero ce ne spieghi il motivo). Come film d’azione tutto sparatorie, esplosioni e teste che saltano, fa il suo lavoro in maniera egregia: intrattiene, disgusta, fa saltare sulla sedia e ha tutti gli elementi posti nei giusti scaffali, se capite cosa intendo. È un remake che può tranquillamente prescindere dall’originale e camminare sulle sue gambe. Se ci si mette a fare confronti con Romero, ne esce con le ossa rotte, ma anche qui, credo si tratti di una mia percezione soggettiva, perché si tratta di due modi di concepire il cinema, la vita, l’universo diametralmente opposti. Di Dawn of the Dead, questo film ha soltanto il titolo, e un paio di apparizioni straordinarie per ricordare che, un tempo, è esistito un certo George Romero. 

8 commenti

  1. Penso che la buona resa di questo suo esordio sia una pura casualità,e credo che il resto della sua filmografia davvero pessima ne sia la prova inconfutabile!

  2. Ricordo benissimo invece quando vidi al cinema il primo “Resident Evil”,quello si che mi aveva esaltato,tra l’altro realizzato in un momento in qui l’interesse per gli zombi era decisamente calato! Poi figurarsi io adoro Paul W.S.Anderson(siamo in pochi ad amarlo),con lo scopo di realizzare un prequel del videogame facendo incazzare tutti i fan videogiocatori(chi lo avrebbe mai detto!),Anderson se ne uscì con il suo personale omaggio a Lewis Carrol,con la protagonista Alice che piomba letteralmente nel regno sotterraneo della regina rossa,geniale! Ho poi un legame particolarmente affettivo con esso,poichè era il film che mi fece conoscere Milla Jovovich! Ps.il 6 ottobre uscirà pure il blu ray del bellissimo “Monster Hunter”,che merita assolutamente di essere supportato!

  3. Se la filosofia di Romero può essere sintetizzata in “quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere o si perde la guerra”, quella di Snyder, e di quasi tutti gli zombie movie successivi, è molto più semplice: “io sopravvivo perché sono più stronzo, ho il fucile più grosso e ti spappolo il cervello”.

    Perfetto, poco da dire.
    Il film l’ho rivisto di recente e l’ho trovato divertente, ma da un bel po’ di tempo a questa parte ho dei problemi con l’immaginario zombistico moderno.
    Snyder è uno dei colpevoli, ma non è il principale nè tantomeno il primo (“onore” che spetta a qualche videogame tipo Blood o Resident Evil, con annessa riduzione cinematografica, ma se vogliamo anche alla rilettura di vari b-movies italiani degli anni 80): se Romero gioca sul paradosso (se uccidi generi zombi) e sull’emozione (sparare agli zombi non è un’azione semplice, spesso in vita sono stati tuoi cari o amici, in ogni caso persone, e non è facile distruggere secoli di civiltà introiettata e diventare un killer implacabile dall’oggi al domani), i suoi epigoni hanno frainteso il suo messaggio prediligendo la prospettiva dei buzzurri del finale de La Notte dei morti viventi, che vedevano l’ammazzatina di zombi come uno sport allegro e goliardico.
    Gli zombi, nell’immaginario recente, sono diventati “ciò che si fa fuori senza sensi di colpa”, e ha buon gioco Snyder a veicolare il suo reazionarismo in un contesto del genere.

    1. Ma infatti lo zombie, proprio a partire da questo film, cambia completamente ruolo e diventa un comodo bersaglio da tiro.
      Ci sono pochissimi film che tentano di vederlo da un’altra prospettiva, e spesso sono commedie, tipo Fido.
      Resident Evil io non lo trovo così colpevolee da un punto di vista ideologico perché deraglia nella fantascienza pura, non ha alcuna pretesa di realismo, e neppure gioca più di tanto con il survival post-apocalittico.
      Però Snyder ha proprio dato il via allo sfacelo.

      1. In effetti, quello che la figura dello zombie e, in parallelo, la carriera dello stesso Snyder sarebbero poi diventate lo si poteva già intuire bene da questo Dawn of the Dead, comunque ancora un buon film, in special modo se considerato rispetto al complesso della produzione successiva del regista. Di certo rimane imparagonabile all’originale romeriano del quale è davvero l’antitesi, sotto praticamente ogni punto di vista. Ecco, la nostra grande fortuna è che qui ci sia stato James Gunn (tutt’altro che un reazionario) a “supervisionare” e riuscire a tenere in qualche modo sotto controllo la distruttiva filosofia di fondo di Snyder…

  4. Bel post però le GIF animate fanno venire l’ipertensione. Solo fotine magari…

    1. Mi dispiace, a me le gif piacciono e sul blog le ho sempre usate molto.

  5. Per come me lo ricordo avete super ragione voi. Mi pare di essermi divertito, quello sì, ma non di più. Non sapevo di Gunn.

    E’ questo il film che da il via agli zombi ostacolisti centometristi?

    Gli zombi li ho scoperti NON con il cinema (anche se ho sempre saputo che c’erano) ma prima con Zio Tibia a fumetti proprio da bambino (grazie papà!), poi con Dylan Dog e via via con Romero.
    Ecco, da bambino non potevo vedere gli horror, giustamente (una volta ho “fregato” i miei e mi sono pentito perché ero troppo piccolo e non ho dormito per giorni: un film con Savalas, morti che escono dalle tombe e un gatto segato a metà… almeno, ricordo così) però Zio Tibia lo leggevo senza problemi.
    E’ incredibile quanto gli zombi funzionino ovunque li metti:-)

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