Seance

Regia – Simon Barrett (2021)

Dietro la macchina da presa, è quasi un esordiente, nel senso che ha diretto un segmento di V/H/S 2 nel 2013 e questo è il suo vero debutto in un lungometraggio. Però voi Simon Barrett lo conoscete lo stesso: è l’autore delle sceneggiature di You’re Next e The Guest, tra le altre cose, ed è un collaboratore fisso di Adam Wingard; o forse sarebbe meglio dire che lo era. Wingard ha spiccato il volo, di recente, non se ne ve ne siete accorti.
Ma, prima di Godzilla vs Kong, Wingard e Barrett erano i nomi di punta del mumblegore, e intorno a loro gravitava un intero microcosmo di giovani attori, registi, produttori, spesso in ruoli intercambiabili, e tutti sotto l’ala protettrice di Larry Fessenden.
Dall’esordio di Barrett ci si aspetterebbe quindi quel linguaggio, quel modo di fare cinema così pesantemente caratterizzato, incarnato alla perfezione dai lavori del primo Ti West, per esempio. E invece Barrett, in combutta con la Dark Castle (sì, quella fondata da Zemeckis), ti gira un teen horror che pare uscito dritto dalla seconda metà degli anni ’90, ma senza le ingenuità e gli elementi tossici tipici di quell’epoca.

Seance racconta di uno scherzo finito malissimo, una premessa tipica dello slasher più o meno dai tempi di Terror Train, ma sempre efficace: nella prestigiosa scuola femminile Fairfield Academy, una delle studentesse, Kerrie, muore cadendo dalla finestra della sua stanza dopo che le sue amiche le avevano giocato un brutto tiro simulando la presenza del fantasma della scuola. C’è chi sospetta un suicidio, chi pensa semplicemente si sia trattato di un incidente, chi addirittura è convinto si tratti di un omicidio soprannaturale.
Pochi giorno dopo il fattaccio, arriva una nuova ragazza a occupare la stanza di Kerrie: trattasi di Camille, interpretata da Suki Waterhouse; Camille entra in contrasto con il gruppo di amiche della defunta, che sono un po’ le bulle dell’istituto. Scoppia subito una rissa, si finisce tutte insieme in punizione e lì scatta la seduta spiritica per evocare lo spettro di Kerrie. Dopo la seance del titolo, qualcuno comincia a fare fuori una a una tutte le ragazze che vi hanno preso parte.

Seance mescola gli elementi classici dello slasher con quelli della ghost story, il tutto da una prospettiva che si potrebbe definire young adult, almeno fino agli ultimi 15 minuti di film o giù di lì, ma ci arriveremo.
Dello slasher, oltre al già citato scherzo come detonatore degli eventi, abbiamo l’ambientazione scolastica, l’assassino misterioso e mascherato, lo schema di successione delle morti e le relazioni che intercorrono tra i personaggi, basate sulla rigida gerarchia delle superiori; la Fairfield Academy è però un collegio esclusivo, separato dal resto del mondo, dalla geografia gotica e ripreso da Barrett come se fosse un luogo di reclusione. Non proprio un carcere, ma quasi. Fairfield è haunted ancora prima che il film cominci: circolano voci di studentesse morte suicide che infestano le mura dell’accademia, c’è un passato oscuro di violenza messo a tacere dalla direttrice per motivi di rispettabilità e per non mettere a disagio i genitori delle ragazze; c’è una forza vendicativa all’opera, che forse è da identificare con il killer, forse agisce in autonomia. E insomma, il pericolo per le protagoniste può essere di natura prosaica o di natura soprannaturale, e spesso i due piani si sovrappongono, in un elegante gioco di rimandi e citazioni che va dall’immediatamente riconoscibile Suspiria, a reminiscenze un po’ più oscure, come quelle che fanno capo a La Residencia o a un bellissimo e poco noto film diretto da Lucky McKee nel 2006, The Woods.

A molti Seance non è piaciuto proprio per il bizzarro amalgama tra film gotico e slasher che, va detto, non è sempre fluidissimo: tutta la prima parte del film è troppo trattenuta per essere uno slasher (mentre va benissimo per un gotico o una ghost story), e il finale è un tripudio di gore e violenza che starebbe bene in uno slasher, ma stona un po’ con il resto dell’impalcatura gotica. Ma sapete che vi dico? A me è piaciuto proprio per questo, per come riesce a spiazzare aggirando la formula di entrambi i generi e usandoli a suo piacimento: Seance è una contaminazione continua, come se Barrett avesse preso tutti i racconti dell’orrore ascoltati, letti, visti nel corso della sua vita e li avesse compressi insieme in un unico film. Il risultato è una baraonda kitsch che nasce dalle stesse esigenze di tantissimi slasher degli ultimi due o tre anni, a partire da Black Christmas 2019 e proseguendo lungo quella scia: portare il filone nel XXI secolo, perché ancora non ci è entrato del tutto e bisogna dargli qualche spintarella, anche e soprattutto contro la volontà dei suoi appassionati più duri e puri. Non è un caso che Seance abbia fatto storcere parecchi nasini.
Eppure non si tratta di un instant movie per rincorrere le tendenze dell’horror più moderno: Barrett sta dietro a questo progetto da una decina d’anni, e si vede che ci tiene, che è roba sua.

Già il fatto di optare per una regia tutta di atmosfera, priva dei tocchi ruvidi dei colleghi cui è solitamente associato, fa capire quanto Barrett voglia provare a distinguersi nel momento in cui gli viene finalmente data l’occasione di esordire; conoscendo inoltre piuttosto bene la filmografia della Dark Castle, ci si aspetterebbe un’adesione a quello stile da luna park dell’orrore tipico di titoli come I 13 Spettri o Il Mistero della Casa sulla Collina, tanto per citare i più famosi. E invece no: Barret non abusa mai di jump scares (molte recensioni ne lamentano la quasi totale assenza), quasi non fa ricorso agli effetti speciali se non negli ultimi minuti di film, e si gioca tutto su due elementi: il carisma della protagonista e la resa visiva del collegio, dove si ha luogo il 99% di Seance.

Camille potrebbe essere benissimo la sorellina minore di Erin in You’re Next, se non fosse che Sharni Winson, nel 2011, era di un anno più giovane rispetto a Suki Waterhouse nel 2021, che a quasi 30 anni interpreta una diciottenne. Anche se vi assicuro che non me ne sarei mai accorta se non fossi andata su IMDb. Lasciando perdere questi curiosi dati anagrafici, Waterhouse è una di quelle attrici in grado di interpretare qualunque ruolo e di essere sempre credibile, in particolare quando il suo personaggio deve riservare tutta una serie di sorprese nel corso del film, e deve tenere nascoste al pubblico la sua vera natura e le sue motivazioni, senza tuttavia risultare troppo misteriosa, altrimenti ne risentirebbe l’intera impalcatura del film. Camille si presenta a noi spettatori, e alle altre protagoniste, come la tipica ultima arrivata di decenni di film adolescenziali statunitensi, e con le altrettanto tipiche difficoltà a inserirsi in un contesto molto rigido, dove ogni studentessa occupa il proprio posto nella catena alimentare dell’istituto. Aggiungiamoci che Camille è anche codificata come queer, il che aumenta il divario con l’ambiente circostante.
Ecco, vedere un personaggio del genere non solo protagonista e probabile final girl in uno slasher (si accettano scommesse su chi sarà l’ultima sopravvissuta), ma anche eroina gotica è una grossa novità, che andrebbe salutata con un certo entusiasmo.

Una cosa che hanno in comune molti slasher e molte vicende gotiche, e di solito non viene sottolineata più di tanto, è l’unità di luogo: sono storie che si svolgono in spazi limitati, e spesso più che posti reali diventano dimore di simbolismi più o meno palesi.
Barrett non ha dunque troppa libertà di movimento: non può, di fatto, mettere mai piede fuori dall’accademia ed è quindi obbligato a renderla sempre interessante, a dare un peso e un senso estetico a ogni stanza, a ogni corridoio, a ogni propaggine di questa entità tentacolare e oppressiva che si chiude sulle ragazze e non le lascia uscire se non da morte. In questo, Seance è molto più gotico che slasher, molto più soprannaturale e viscerale di quanto la sua apparenza pulita ed elegante lasci intendere a un primo sguardo.
Credo che si tratti di uno di quei film ignorati al momento della sua uscita, ma destinati a diventare piccoli cult in futuro, un po’ come Jennifer’s Body, se capite il paragone.
Per ora, si tratta di una delle visioni più fresche e sorprendenti del 2021, perfetta per il mese del Pride.

4 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Mi associo alla schiera di chi non ha apprezzato; condivido varie cose che hai scritto, inclusa una certa sorpresa nel constatare la maturità registica di Barret, ma al contrario sono rimasto basito dalla pochezza della sceneggiatura, salvo poi considerare che anche quella di The Guest mi era sembrato un pasticcio.
    In particolare non mi trovi d’accordo sulla questione “portare il filone nel XXI secolo”: ok, c’è una protagonista queer, va bene, ma permane la parte deteriore dello slasher, ovvero il suo disinteresse nel tratteggiare personaggi minimamente approfonditi. Senza dover ricorrere a spoiler, basta la premessa: uno scherzo va male e indirettamente (forse) causa la morte di una studentessa; ora, senza bisogno di essere Freud, ci si aspetta che le altre studentesse siano scosse dell’accaduto e invece cosa troviamo? Sgallettate fresche come le rose che continuano a fare le bulle e non vedono l’ora di fare un altro scherzo a qualche altra compagna… Personalmente io a un film che vorrebbe “rimodernare lo slasher” questa cosa non mi sento di condonarla

  2. Questa recensione mi ha interessato. Effettivamente unire gotico e slasher è qualcosa di veramente particolare e bisogna essere molto bravi per riuscire a unire due elementi così in contrasto tra di loro. Voglio dargli un’occhiata. Ottima recensione!

  3. Sono d’accordo con te…il film parte molto bene,poi a mio avviso va avanti un po’ con il freno a mano tirato..qualche ingenuità e situazioni prevedibili…poi il film accelera e diventa molto interessante.Mi è piaciuta molto l’ambientazione e il cast si muove disinvolto..un piccolo gioiellino a mio avviso… bellissima recensione 😍.

  4. Me lo sono goduto. Questo tipo di ambientazione mi piace tantissimo e il modo in cui è girato il tutto mi ha permesso di immergermi fino in fondo, con lentezza, pazienza… e la splatterosità finale non mi ha disturbato, anzi: in che altro modo doveva finire? Un po’ di cose telefonate che se sei smaliziato riesci pure ad aspettarti o indovinare (compreso il segreto della protagonista), alcuni personaggi di contorno che forse ti scivolano addosso senza prenderti davvero (tranne uno) però, boh, non ne sono stato disturbato più di tanto. E forse è pure voluto. Se penso a ciò che mi è rimasto c’è il senso di chiuso, di isolamento, di alienazione e dentro questa cornice fredda quello che forse è il cuore del film: un amore andato, un altro che nasce, una carezza, un bacio… Grande! E poi, da “proletario”, ci voglio leggere pure un “ehi, non è che ste scuole super esclusive, super isolate, monogenere, per super riccone siano proprio una grande idea!”. Ma qui mi allargo troppo…
    Però, in effetti, ora che ci penso: ma i collegi da “Gli orrori del liceo femminile” in poi non sono cambiati
    ? Potrebbe essere una domanda per la posta del cuore…

    Per il pride mouth forse potrebbero essere interessanti anche Knife and Skin e Alena.

    A tema slasher, niente di nuovo, ma questi mi son piaciuti: (in ordine di gradimento) Red Screening, School Spirit, Dead body, Let it snow.

    Scusate: ci son periodi in cui guardo molti film (mi aiuta a riflettere) e altri in cui non ne vedo per mesi:-)

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