Initiation

Regia – John Berardo (2021)

Credo che il desiderio recondito di ogni appassionato di slasher sia quello di vedere il “nuovo Scream”, non inteso come il clone del capolavoro di Craven, ma come un film che porti lo slasher nel XXI secolo, perché, in fin dei conti, ancora non ci è del tutto arrivato.
La brutta notizia è che Initiation arriva a tanto così dall’essere il nuovo Scream, ma non ci riesce; la buona notizia è che si tratta comunque di un ottimo slasher moderno e, allo stesso tempo, di uno dei film più strani visti quest’anno.
Una cosa, prima di cominciare a parlare nei dettagli di Initiation: con tutto che è stato ricoperto di insulti, il Black Christmas del 2019 sta facendo scuola, proprio perché era, per quanto difettoso e irrisolto, un punto di vista inedito su un genere sfibrato dalla ripetizione continua di cliché vecchi di 25 anni o addirittura di oltre 40, se lo slasher in questione si fregiava dell’etichetta di “retro”. È stato un importante tentativo di rivitalizzare il filone alla luce di tematiche attuali e sentite da una parte importante della popolazione (circa la metà, l’ultima volta che ho controllato). Initiation, più riuscito e compatto, si muove in quella direzione, quindi, se avete visto Black Christmas e lo avete insultato a dovere, magari state lontani da questo, grazie.

La prima inquadratura di Initiation è su una porta chiusa in fondo a un corridoio. Dall’interno provengono delle urla femminili; la porta si apre e un gruppo di ragazze, vestite con i colori e i simboli di una sorority house, corrono lungo il corridoio ridendo e sparandosi con le pistole ad acqua. Già dai primissimi minuti, Initiation ci dice che difficilmente accadrà quanto ci aspettiamo. Poi non mantiene la promessa, perché in alcuni aspetti è un film ampiamente prevedibile, ma da un punto di vista concettuale, dà subito l’impressione di essere diverso, anche se ancora non sappiamo in che modo.
E infatti, per circa mezz’ora non c’è neppure l’ombra di un cadavere: la storia che vediamo svilupparsi davanti ai nostri occhi è molto più adatta alla categoria “film drammatico” che a quella di slasher.
C’è infatti una festa per celebrare l’arrivo delle matricole e quindi dei nuovi membri di una confraternita e della corrispettiva associazione studentesca femminile. Al party sono presenti Ellery (Lindsay LaVanchy, anche sceneggiatrice) e suo fratello Wes, campione di nuoto dell’università e prossimo a candidarsi alle olimpiadi. Quando si fa molto tardi, Ellery va a controllare che fine ha fatto una sua nuova consorella, Kylie, e la trova semi-svenuta nella stanza del leader della confraternita; c’è anche Wes, nella camera. Nessuno sembra particolarmente a suo agio, qualcosa è di sicuro successo. Ma non si fa in tempo a indagare a fondo perché il giorno dopo avviene il primo di una serie di omicidi: un killer mascherato sta facendo fuori, uno a uno, i ragazzi della confraternita.

Non ci sono vittime donne nel film: i corpi smembrati, fatti a pezzi, inchiodati a porte e pareti con un trapano sono tutti maschili. Già questa è una faccenda abbastanza interessante, dato che il campo da battaglia privilegiato dello slasher è da sempre il corpo femminile. Sì, lo so anche io che le statistiche sui morti ammazzati nella storia del cinema horror, e dello slasher in particolare, raccontano una storia un po’ diversa, ma ciò che conta in questa sede è l’immaginario, e nel nostro immaginario, la vittima dell’assassino con maschera incorporata è quasi sempre una giovane donna, la celeberrima “tettona che non sa recitare e sale le scale quando potrebbe aprire la porta e scappare” di Scream.
Vedere quindi uno slasher in cui sono principalmente dei ragazzi a fare una pessima fine fa già un certo effetto, anche se non si tratta di una novità assoluta: Hellbent, del 2004, conosciuto dai più come l’unico slasher totalmente gay della storia del cinema, aveva tutti personaggi maschili. Ma in Initiation il genere delle vittime assume una valenza un po’ diversa, dovuta anche al modo in cui la macchina da presa inquadra i corpi dei morituri prima che arrivi l’assassino a distruggerli.
A questo punto scatta l’ora degli SPOILER. Fate i bravi, guardate il film e poi tornate qui a leggere.

Come avrete intuito, ci risiamo: dobbiamo tornare a parlare di Rape & Revenge, perché ormai ne troviamo tracce dappertutto, declinato in ogni modalità del cinema horror, dalla possessione allo slasher, appunto.
Non sapremo mai, per tutto il film, cosa è davvero successo in quella stanza, che cosa hanno fatto Wes e i suoi amici. Sappiamo però un paio di cose interessanti: è costume diffuso tra i ragazzi della confraternita commentare le foto su Instagram di alcune studentesse con un punto esclamativo, così da marchiarle a uso e consumo dei loro compari: “tag the hoes to protect the bros”; Wes, in passato, è stato accusato di violenza sessuale e ne è uscito pulito grazie alla complicità delle autorità del college; la mattina dopo la festa, Kylie si è ritrovata con un bel punto esclamativo sotto la sua foto profilo, che può essere stato messo da Wes, o dal suo migliore amico che gli ha preso il cellulare per alcuni minuti.
Insomma, l’aria è irrespirabile già prima che gli omicidi comincino, e l’omertà è la regola di base nell’ambiente universitario. Soprattutto se si tratta di confraternite e di promettenti atleti che potrebbero rappresentare la nazione ai giochi olimpici.

E voi direte che sono tutti argomenti già affrontati in altri film, e io sarei assolutamente d’accordo con voi, se non fosse che Initiation si distingue per la scelta di adottare un punto di vista allo stesso tempo esterno e ambiguo: protagonista del film non è infatti Kylie, e non è neanche un ragazzo della confraternita presa di mira destinato a diventare il final boy; la protagonista è Ellery, la sorella di Wes, quindi del presunto stupratore, nonché prima vittima dell’assassino mascherato.
Ellery, laureanda in biologia e “guida spirituale” della sua sorority, se non altro per anzianità, si trova di fronte a una scelta che, credo, spezzerebbe le gambe a chiunque: il fratello che, si vede chiaramente nelle poche scene in cui i due sono insieme, adora, o la scoperta della verità su cosa diavolo sia accaduto la notte del party. La morte improvvisa e violentissima di Wes, lungi dal risolvere il problema morale di Ellery, lo acuisce addirittura.

Il difetto principale di Initiation è quello di non saper bene come miscelare la struttura classica dello slasher con quella, più impegnativa, del dramma a base di trauma, lutto, mentalità distorta delle confraternite universitarie e insabbiamento dei casi di violenza sessuale nell’ambiente accademico. È lodevole, al solito, il proposito, ma la resa a volte scricchiola, anche perché sono troppi i temi, e troppo sensibili, per inserirli in una novantina di minuti in cui devono passare anche due o tre omicidi ad alto tasso di gore. La narrazione risulta quindi vagamente squilibrata e a rimetterci sono i personaggi, per i quali manca anche il minimo sindacale di approfondimento, esclusa Ellery, in parte grazie a un’interpretazione formidabile della a me sconosciuta LaVanchy; vedere la scena in cui la polizia del campus le comunica la morte del fratello, per esempio.
Considerando che il finale è molto carico sul piano emotivo, è complicato per lo spettatore comprenderne fino in fondo la portata, se non si hanno avuti il tempo e il modo di investire sulla miriade di personaggi che passano sullo schermo.
Ma, a parte questo, Initiation va visto, in particolare se si è appassionati di slasher e del percorso compiuto dal filone dagli anni ’80 a oggi. Non è un punto d’arrivo, ma può essere considerato un buon punto di partenza. Forse il nuovo Scream è davvero dietro l’angolo. Noi siamo pazienti, non abbiamo fretta.

4 commenti

  1. parlando di slasher moderni, avete recensito the row? a me è piaciuto molto!

  2. Blissard · · Rispondi

    Bellissima analisi Lucia.
    L’ho visto ieri e devo dire che i minuti finali mi hanno lasciato spaesato, non ho veramente capito cosa volesse dirci il film con quel bailamme di informazioni comunicate sullo schermo e dalle voci off. A me è piaciuto molto fino al finale dentro la scuola, che secondo me manca di intensità e di tensione, problema non da poco per un film che, sebbene ellitticamente, è ascrivibile al genere slasher.
    Mi sento chiamato in causa visto che ho trovato molto brutto il remake 2019 di Black Christmas, che dal mio punto di vista svilisce il tema emancipatorio femminile scivolando man mano in territori limitrofi al ridicolo e alla fandom ottusa; di tutt’altra caratura mi è sembrato questo Initiative, pur con tutti i suoi difetti.

    1. A me il remake di Black Christmas non è dispiaciuto, come sai, però riconosco che sia molto difettoso e troppo urlato. Ma il mio discorso è a prescindere dalla qualità del film: credo che un approccio più consapevole al genere sia partito da lì ed sia stato un inizio. Initiation è di gran lunga superiore, senza alcun dubbio.

  3. Un film strano e sorprendente, che si guarda molto bene e che spiazza (in positivo e negativo) per i motivi che hai elencato tu. Mi è piaciuto. Provo a fare una domanda/riflessione: Initiation in termini di empowerment, non riporta la vittima femminile in uno spazio passivo, dove subisce sia la violenza maschile, sia la protezione/vendetta, sempre maschile?

    Faccio una deviazione. Finalmente ho recuperato Black Christmas (2019). Provo a dire due parole. Sono contento di averlo visto (tutti e tre i BC sono interessanti – molto meno il secondo ma uncut mi ha intrattenuto e inquietato non poco). Non ho ancora recuperato il podcast dedicato, per cui scusate se non porto nulla di nuovo. Tanta roba per essere un PG-13, tanti spunti da portarsi a casa dopo la visione. La messa in discussione della tradizione quando è ritenuta problematica e oppressiva; (il riferimento ad Hawthorne è anche spiazzante: negli USA si legge nelle scuole, no? Tra l’altro con con un’opera “La lettera scarlatta” considerata “dalla parte delle donne” – interessante vedere l’uso che se ne fa in “Easy A”, ad esempio – e col nome “Calvin”, poi, si tira in ballo anche la religione); la minimizzazione della cultura dello stupro; l’attivismo politico di genere… Spesso BC è didascalico? Anche Essi vivono lo è! Il film è divertente e alcune trovate soprendenti possono anche essere viste come un pregio (il potere soprannaturale che condiziona gli uomini come una dolorosa frequenza psichica; la battaglia finale a la “Harley Queen”…). Ci sono le citazioni e i rimandi (pure a l’Esorcista III? Ho visto giusto?), si creano cortocircuiti con l’immaginario (nel primo omicidio la vittima lascia un “angelo sulla neve” cercando di difendesi, sovvertendo un classico passaggio da film romantico natalizio)… Io ci leggo anche una riflessione sulla difficoltà di interpretare un ruolo “maschile” senza avere dalla propria parte una coscienza di genere positiva: ad esempio, il ragazzo di una delle sorelle è in difficoltà a sostenere le posizioni della partner e successivamente si fa uccidere maldestramente gridando che il suo ruolo di uomo è quello di proteggerla.
    Non male, direi.
    Al solito faccio dei collegamenti più o meno sensati. Il film mi ha fatto venire in mente The Craft Legacy, ma pure Eyes wide shut. E poi questo: Clark ha diretto il capostipite, ma anche un’altro film che amo molto (e che, a suo modo, come BC, non ha un solo genere cinematografico di riferimento): Murder by decree. Anche in questo film una violenza inaudita colpisce delle donne (violenza di genere, ma anche di classe) è rappresentata da una sorta di “possessione nera” e dall’appartenenza a gruppi di potere.

    Spero di non aver esagerato con lo spazio:-)

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