The Power

Regia – Corinna Faith (2021)

Ci dovrebbero essere molti più horror ambientati negli anni ’70: francamente, gli ’80 sono arrivati alla saturazione da parecchio tempo e, al posto di andare a rimestare nei torbidi e poco interessanti ’90, sarebbe il caso di guardarsi ancora più indietro, perché non credo esista un’epoca la cui resa estetica, nel nostro immaginario di contemporanei, sia più adatta a rappresentare l’orrore. Oltretutto, con gli smottamenti politici e sociali che hanno contraddistinto quel periodo, c’è terreno per tonnellate di horror sociale a buon mercato: è lì, va soltanto preso e messo in scena.
The Power si svolge a Londra durante i blackout programmati del 1974; e qui apro una minuscola parentesi de Ilgiornodeglizombi Educational: in seguito a un prolungato sciopero dei minatori, il governo (conservatore) britannico decise che la corrente elettrica sarebbe arrivata nelle case dei cittadini inglesi non più di tre giorni consecutivi a settimana. Le restrizioni durarono dal gennaio del 1974 al marzo dello stesso anno. Le trasmissioni televisive e radiofoniche chiudevano prima, i pub restavano aperti solo fino alle 22.30.
Parzialmente esentati dalla regola dei tre giorni a settimana erano, per ovvi motivi, i luoghi che offrivano servizi di prima necessità, tipo gli ospedali.
Ed è proprio l’ospedale la principale, anzi, se si escludono dei brevi flashback e i pochi minuti introduttivi, l’unica location del film di oggi.

The Power ha uno spunto iniziale che mi ha ricordato il vecchio Fragile, quello di Balaguerò: a una giovane infermiera alle prime armi tocca il turno di notte in un ospedale in via di smantellamento. Mentre quasi tutti i pazienti vengono trasferiti in una struttura nuova, all’East London Royal Infirmary rimangono soltanto aperti i reparti di terapia intensiva e neonatale, alimentati da un generatore che permette di mantenere in vita i pazienti; il resto dell’edificio sprofonda nelle tenebre. La nostra protagonista, Val (Rose Williams), si ritroverà quasi del tutto da sola, in questo enorme edificio buio e vuoto, a fare i conti con la propria nictofobia, dovuta a un qualcosa di orribile che le è capitato quando era una bambina, e anche con una presenza che infesta le mura dell’ospedale. Aggiungiamoci anche che Rose è alle prime armi, è molto insicura ed è finita a coprire il turno di notte per punizione: si è infatti rivolta a un medico con eccessiva confidenza, e la capo infermiera dell’istituto gliel’ha fatta pagare.

È evidente, e anzi bisogna essere proprio molto distratti per non rendersene conto, che in The Power, ambientazione, scelta dell’esatto momento storico in cui far svolgere la vicenda, e persino il titolo, non sono affatto casuali; partiamo proprio dal titolo perché è interessante, in quanto ha una valenza triplice: The Power è certamente la corrente elettrica che viene a mancare, ed è il Potere soprannaturale che si scatena nell’ospedale e si accanisce sulla povera Val, ma è anche il potere inteso in senso molto terreno, il potere che decide quando staccare la luce perché non ne vuole sapere di alzare il salario minimo ai minatori, per esempio, o il potere che ha insabbiato la brutta storia dell’ospedale, un potere che, comunque lo giri o lo volti, è lì a opprimere i deboli, le persone come Val, insomma, che ha già avuto a che fare con il potere, uscendone a brandelli e con la reputazione distrutta, e ora è una sorta di animaletto spaventato, ma è lo stesso animata da nobili ideali. Si azzarda addirittura a parlare dei suoi studi sul collegamento tra salute e povertà, prima di essere messa a tacere con un’occhiata omicida dalla capo infermiera.

Se già dalla semplice analisi del titolo si possono tirare fuori tutti questi sotto-testi, figuriamoci se la regista e sceneggiatrice Faith ha deciso di ambientare il suo primo film con una produzione “vera” nel 1974 durante i blackout programmati perché si è svegliata una mattina e le è girato così. Se ancora non lo avete capito, io non so più come dirvelo: The Power è un film politico. O almeno prova a esserlo, che già è un punto a suo favore e me lo fa giudicare con occhio decisamente benevolo. Non sempre, questo va detto, è centrato nel suo messaggio politico, forse perché vuole mettere insieme troppe cose, e io capisco che il concetto principale è quello di un’oppressione universale, di una violenza maschile che schiaccia diverse categorie e usa la povertà per tenerle sotto costante ricatto. Però il vero problema del film è che la parte soprannaturale si amalgama poco con l’ambientazione e con la sua portata sociale.

Questo non significa che si tratti di un brutto film: voi sapete che, a parte quando una rubrica lo richiede, io qui di brutti film ho smesso di parlarne da anni. È un film affascinante e irrisolto, un film che vibra di rabbia e di sacrosanta indignazione, terribilmente sincero, forse pure troppo, e appassionato come la sua protagonista. Quindi è per forza un film destinato a fare breccia nel cuore di pietra della vostra affezionatissima, che si sente molto vicina alle esperienze qui narrate e comprende a fondo l’operazione compiuta da Corinna Faith, anche da un punto di vista estetico: Val viene a più riprese posseduta dall’entità che si nasconde nei sotterranei dell’ospedale e, per motivi che qui non posso rivelare, si ritrova sporca dalla testa ai piedi di fuliggine, come se, appunto, fosse appena uscita da una miniera di carbone. È una buona idea, di natura totalmente visiva, per mettere insieme i due tipi di oppressione, quella sofferta dai minatori in sciopero, e quella sofferta da Val e da tutte quelle come lei, in questo caso le bambine pazienti del reparto pediatrico dell’ospedale, di solito a loro volta figlie della classe operaia o addirittura di genitori non di puro sangue britannico. Neanche parlano correttamente inglese, queste “bestioline”, come le definisce una delle colleghe di Val.
DA QUI IN POI QUALCHE PICCOLO SPOILER. SIETE AVVISATI.

Ci troviamo quindi di fronte a un film che rientra a pieno titolo nella nuova ondata di horror consapevoli della portata rivoluzionaria del genere: anche The Power è, in fin dei conti, un rape & revenge, ma di stampo soprannaturale, e in cui non ci si vendica in maniera diretta di un singolo perpetratore, ma la vendetta assume, soprattutto nel finale, una portata universale, e la possessione, chiamiamola così, demoniaca, si rivela essere un elemento positivo nel racconto. L’impianto gotico, tutto giocato sulla paura del buio e sull’uso dell’assenza di luce per generare paura nello spettatore, è di conseguenza solo di facciata: il vero orrore risiede altrove, abbiamo temuto le persone e le cose sbagliate per tutta la durata del film.
È un’operazione simile, per esempio, al recente Amulet, ma senza la potenza espressiva del film di Romola Garai; The Power ha una struttura e una messa in scena più tradizionali, più “normali”. Per questo il rischio è quasi quello di confonderlo, a prima vista, con un prodotto di seconda fascia della Blumhouse, quando è invece molto di più.
Al netto dei difetti, innegabili, è comunque una visione che mi sento di consigliare, sempre per capire dove sta andando l’horror, come ha intenzione di evolversi, quali storie sta scegliendo di narrare, e in che modo le registe stanno partecipando a questo continuo cambiamento nel nostro genere preferito.

2 commenti

  1. Bel film (e ho pure paura del buio) e bel pezzo.
    Al solito, provo a dire qualcosa un po’ goffamente…
    Tra le varie sfumature del potere, pensavo alla capo infermiera (mi ha colpito empatizzando con la protagonista: io sono un po’ insicuro e in difficoltà nei contesti autoritari): nel sistema è come se avesse assimilato la sua oppressione (o magari più di una: genere, razza, classe…) diventando oppressore a sua volta. E che la vendetta passi attraverso una possessione… che cosa potente (appunto). Con le dovute differenze, mi ha ricordato i cinque minuti di pugni e calci che Frank si deve beccare prima di aprire gli occhi su Essi Vivono.
    E di rimando in rimando, ho ripensato ancora a Stigmate (purtroppo di film con possessioni ne ho visti pochi:-): anche qui una presenza “non convenzionale” si appropria di una ragazza proletaria e lavoratrice (la protagonista è una parrucchiera) per “vendicarsi” di un grande potere (mi sa che è uno di quei lavori che piacciono solo a me:-)

    OT: ho recuperato Freaks (2018): una bomba!

    1. No, in realtà Stigmate è un bel film, o almeno io ne ho un bel ricordo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: