The Stylist

Regia – Jill Gevargizian (2020)

Quando capita di seguire la lavorazione di un lungometraggio dalla sua genesi alla sua uscita per il grande pubblico, è normale sviluppare una certa benevolenza, quando non un affetto vero e proprio nei suoi confronti. Con The Stylist è andata così: ho guardato con crescente interesse alla carriera di Gevargizian a partire dal 2016, anno in cui ha diretto il corto The Stylist, da cui poi sarebbe disceso il suo film d’esordio, e da allora ho prestato parecchia attenzione a quello che questa giovanissima (è del 1984) regista stava facendo. Aspettavo The Stylist, lo bramavo quasi, e ora che finalmente è disponibile, se non vi sbrigate a guardarlo, potrei anche togliervi il saluto, perché Gevargizian possiede uno stile unico e, se forse c’è ancora qualcosina da registrare per quanto riguarda la scrittura e la gestione del ritmo, abbiamo per le mani un’artista dall’estetica fuori del comune, una che con pochissimi soldi (The Stylist è stato in parte finanziato grazie a una campagna di crowdfunding) riesce a girare come se avesse a disposizione centinaia di milioni di dollari. È una qualità non solo importante, ma fondamentale nel cinema indipendente di oggi, con budget e tempo a disposizione che si contraggono sempre di più, e un pubblico che, al contrario, si è fatto molto più esigente e consapevole.

The Stylist può contare, oltre che su un’ottima regia (su cui torneremo) su due protagoniste in gran forma: una, Brea Grant, la dovreste oramai conoscere molto bene; l’altra, Najarra Townsend è, in un certo senso, la rivelazione del film. Magari ve la ricordate per Contracted, dove si decomponeva sotto i nostri occhi, ma qui ha un ruolo molto diverso, è Claire, la stylist del titolo, e se su Brea Grant non c’è quasi più niente da dire, tanto l’abbiamo lodata nelle settimane precedenti, Townsend offre un’interpretazione che non fatico ad accostare a quella di Angela Bettis in May, tanto per farvi capire il livello.
E in effetti, non è soltanto l’interpretazione dell’attrice protagonista che mi fa pensare a May: ci sono tanti punti in comune tra The Stylist e May, come ce ne sono anche con Maniac e con Single White Female (tradotto in Italia col discutibile titolo di Inserzione Pericolosa) di Schroeder.

Claire (Townsend) è una parrucchiera con abitudini omicide. La vediamo fare lo scalpo a una cliente ricevuta a tarda sera nel salone di bellezza dove lavora, portarsi lo scalpo a casa e indossarlo per appropriarsi momentaneamente dell’identità della sua vittima. Quando Olivia, cliente di vecchia data, le propone di occuparsi dell’acconciatura per il suo matrimonio imminente, Claire all’inizio è molto restia, ma poi accetta a causa dell’atteggiamento amichevole di Olivia, per la quale svilupperà una vera e propria ossessione, a metà tra il voler stare con lei e voler essere lei.
Abbiamo accennato, nella brevissima sinossi anti spoiler gentilmente offertavi dalla sottoscritta, all’identità. Ecco, Claire non ne possiede una, di lei non sappiamo niente, tranne ciò che racconta a Olivia e che, con ogni probabilità è in larga parte inventato. Claire vive in una bolla di isolamento totale ed è come se fosse nata priva degli strumenti indispensabili anche per le più insignificanti interazioni sociali. È invisibile, se non quando si tratta di sistemare i capelli di queste donne che, mentre sono sedute sulla sedia del parrucchiere, magari si confidano anche con lei, le raccontano dettagli intimi della propria vita, ma poi escono dalla porta del salone e si dimenticano della sua esistenza.

Se May cercava disperatamente un amico, Claire aspira, con la stessa disperazione, ad avere un’identità, delle caratteristiche che le assegnerebbero un ruolo sociale: una famiglia, una rete di conoscenze, qualcuno con cui essere in intimità. E tuttavia, proprio perché le mancano i mezzi di base per avere a che fare con le persone, fallisce di continuo, e l’unica soluzione che trova consiste nello spogliare gli altri di ciò che a lei manca, sperando di acquisirlo.
Durante la visione di The Stylist ci si sente in costante imbarazzo per la sua protagonista, si vorrebbe girare la testa dall’altra parte per evitarlo, questo imbarazzo, gridare a Claire di smetterla. Esattamente come accadeva in May, si tratta di un personaggio respingente, che mette a dura prova la nostra empatia. Noi siamo quelli normali, noi siamo Olivia, siamo gentili con lei perché ci fa i capelli, ma alle prime richieste di un rapporto più stretto, avvertiamo la sua stranezza, la sua assoluta alterità, e scappiamo. Per questo i film come The Stylist sono difficili da gestire: ci vorremmo identificare nella solitudine del personaggio principale, ma non è una solitudine affascinante, non è la solitudine dell’eroe o del villain, è una solitudine imbarazzante e squallida, e non ci permette alcun processo di identificazione. Al massimo, ci possiamo rivedere negli altri personaggi, quelli che parlano male di lei alle sue spalle, quelli che fiutano le sue mancanze, pur non identificandole in maniera razionale, e reagiscono di conseguenza.

In tal senso, torna utile anche il paragone con Maniac, originale e remake, e non soltanto per la discutibile abitudine che ha Claire di conservare gli scalpi delle donne che uccide, proprio come faceva Frank Zito, ma perché assistiamo anche qui al tentativo illusorio di comunicare con qualcuno a un livello più profondo: Claire si illude che Olivia la voglia nella sua vita, a un certo punto arriva persino a sperare che il matrimonio non si verifichi, e per qualche tempo, l’impulso a uccidere si quieta, ma di fronte al rifiuto (rifiuto soltanto percepito, tra l’altro: Olivia non l’ha mai considerata né un’amica né una potenziale rivale del futuro marito), si scatena ancora più potente di prima, e ci conduce a un finale coerentissimo e allucinante.
Gevargizian sceglie di raccontare questa vicenda adottando uno stile pulitissimo e geometrico, anche abbastanza in controtendenza rispetto all’estetica del cinema indie americano a bassissimo costo. La macchina da presa è stabile, i suoi movimenti studiati e armoniosi, la costruzione delle inquadrature complessa ed elaborata. Insomma, c’è una ricercatezza nella messa in scena a che mi ha fatto pensare, più che all’indie americano, a certe opere estreme provenienti dalla Francia.

A livello narrativo non tutto gira per il verso giusto e, nella sezione centrale, il film si siede un po’, perde interesse e diventa vagamente ripetitivo. Forse sarebbe stato necessario insistere di più sulla relazione tra Claire e Olivia, perché quando sono in scena insieme, Townsend e Grant fanno davvero i fuochi d’artificio e la dinamica che si instaura tra i due personaggi è la cosa più interessante del film, ma davvero, sono minuzie: The Stylist è un debutto potente e feroce che ci consegna l’ennesima regista di talento in un genere sempre più vitale, con sempre più cose da dire e storie da raccontare. Rendersi poi di quanti progetti come questo si sono realizzati o sono in via di realizzazione, è anche segno di una vivacità a livello produttivo che sfrutta tutti i canali possibili. L’horror è ormai industria a sé: non esiste un corrispettivo in nessun altro genere cinematografico.
E quindi, lunga vita all’horror e lunga vita a Jill Gevargizian e alle sue colleghe, sempre più numerose.
Siamo Legione. Sono cazzi vostri.

2 commenti

  1. Mi attira non poco!

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Molto difficilmente la vera solitudine (quella che non ti scegli, in genere) può essere qualcosa di affascinante, anche se qui siamo a un livello patologico tale da ostacolare seriamente qualsiasi intento empatico nei confronti della protagonista… Un debutto interessante, sì, al netto di comprensibili e tutto sommato trascurabili difettucci narrativi.

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