Tanti Auguri: 40 Anni di My Bloody Valentine

Regia – George Mihalka (1981)

Di canuxploitation ne abbiamo già parlato parecchie volte da queste parti; non mi ripeterò perché non ho voglia di ammorbarvi ancora, ma mi limiterò a dire che, a parte il capostipite carpenteriano, sono stati i canadesi a inventarsi lo slasher. Lo hanno prima fatto con Black Christmas nel 1974, e poi con una serie di film girati in Canada, con cast e troupe canadesi, e tuttavia finanziati dagli studios statunitensi, cui facevano gola le agevolazioni fiscali che il governo aveva messo a disposizione dell’industria cinematografica. È il caso di parecchi slasher con Jamie Lee Curtis nella sua fase post-Halloween, tipo Prom Night e Terror Train, ed è il caso del festeggiato di questo mese, un film ampiamente ignorato ai tempi della sua distribuzione nelle sale (la settimana di San Valentino del 1981), e persino maltrattato dai critici, ma di recente ha subito una rivalutazione postuma, dovuta al solito Tarantino, che lo ha eletto miglior slasher di sempre, e al remake in 3D del 2009, che se non altro è servito a metterne in evidenza le qualità.
La sempre benemerita Scream Factory ha restaurato il director’s cut del film e messo in commercio una splendida edizione extralusso con quei tre minuti in più di gore tagliati dall’edizione uscita nei cinema, che a voi sembreranno pochi, ma vi assicuro che fanno tutta la differenza del mondo.

Mihalka aveva un contratto per due film con la Cinepix Production: la richiesta era quella di dirigere uno slasher sull’onda dei titoli che abbiamo elencato sopra. La sceneggiatura, intitolata all’epoca The Secret, era pronta. E a questo punto che entra a gamba tesa la Paramount, alla ricerca di una saga da affiancare a quella di Venerdì XIII (il secondo capitolo delle imprese di Jason sarebbe arrivato tre mesi dopo My Bloody Valentine) e suggerisce, anzi, impone, il cambio del titolo. Il motivo è il più semplice e paraculo del mondo: gli horror associati a date o a festività di varia natura andavano forti, e in effetti, tra Halloween e Natale mancava giusto San Valentino (Terror Train è ambientato a Capodanno), ricorrenza che in si presta parecchio a mostrare un rovescio della medaglia al sapore di sangue e budella.
Le riprese partono alla fine dell’estate del 1980 e si concludono a novembre, in Nuova Scozia. C’è un aneddoto delizioso a proposito del paesino dove la produzione scelse di girare, e in particolare riguardo alla miniera locale dove si svolge una porzione fondamentale del film: gli abitanti di Sidney Mines, quando seppero che avrebbero girato un film nella loro miniera, si affrettarono a pulirla e a renderla accogliente. E però Mihalka e i location manager avevano optato per Sidney Mines proprio perché era un posto orribile, sporco e spaventoso. Il risultato fu che al budget non proprio faraonico di poco più di due milioni di dollari, bisognò aggiungerne altri 30.000 per riportare le miniere al loro stato originale.

Il film arriva nelle sale tagliato per riuscire a ottenere la R invece che la temutissima X, e anche qui, la vicenda è abbastanza strana: ogni singolo omicidio compiuto dal minatore armato di piccone viene accorciato, eliminandone i dettagli gore, di ottima fattura, tra l’altro, e questo per volere della Paramount, terrorizzata dall’eventualità di ricevere la stessa ondata di critiche già ricevute per Venerdì XIII, nonostante My Bloody Valentine nasca proprio come un emulo di Venerdì XIII, e nonostante critiche e feroci rimostranze non abbiano impedito alla Paramount di portare avanti la storia del bamboccione di Crystal Lake per altri sette film, prima del passaggio dei diritti alla New Line. Le produzioni e distribuzioni hanno da sempre avuto questo rapporto ambivalente con gli horror, soprattutto con i loro horror: da un lato sapevano quali fossero gli elementi in grado di portare il pubblico in sala (boobs & blood), dall’altro avevano un sacro timore di usarli. Succede, quando un filone è agli albori e ancora non è stato codificato.
My Bloody Valentine è uno dei principali responsabili della creazione della formula slasher, ma allo stesso tempo non ne fa parte al cento per cento, perché evita uno dei cliché più riconoscibili di tutta la categoria, quello dell’ambientazione, che si tira dietro a ruota l’età e il milieu dei protagonisti.

Non siamo in un campeggio, infatti, non siamo al ballo scolastico e non siamo neppure a una festa di fine anno organizzata da studenti universitari un po’ troppo inclini agli scherzi crudeli; siamo in una cittadina mineraria, i nostri personaggi sono tutti minatori e My Bloody Valentine è un raro caso di slasher adulto e “operaio”.
Come in ogni slasher che si rispetti, la vicenda è molto semplice: a Valentine’s Bluff non si festeggia il giorno di San Valentino da vent’anni, ovvero da quando i supervisori di un gruppo di minatori avevano abbandonato il loro posto di lavoro per andarsene al ballo e un’esplosione aveva lasciato sepolti a ottocento metri sotto terra i minatori per giorni. Soltanto uno di loro era sopravvissuto: Harry Warden, che aveva dovuto ricorrere al cannibalismo per restare in vita. L’anno successivo, Warden uccide i due supervisori negligenti, minacciando di continuare a uccidere se qualcuno si fosse azzardato a organizzare un ballo al prossimo San Valentino.
Con il tempo, si sa, gli eventi, anche traumatici, si dimenticano o diventano folclore locale. Warden, posto che sia mai esistito davvero, è rinchiuso in un ospedale psichiatrico e il ventennio trascorso fa sentire il sindaco di Valentine Bluffs tanto al sicuro da dare l’autorizzazione per una festa il giorno degli innamorati. Ovviamente, i giovani minatori non vedono l’ora di ubriacarsi e rimorchiare le fanciulle locali. Ma Warden, o chi per lui, è in agguato ed è lì apposta per rovinare i piani a tutti.

In teoria non dovrei essere io a dirvi quanti dettagli di questa trama hanno fatto scuola, o comunque erano già presenti, seppur in modo meno rigido in altri film dell’era primordiale dello slasher, quella che va dal 1979 al 1983 circa: un fattaccio del passato che torna a mordere il presente; un gruppo di persone, in questo caso un po’ più grandi della media, ma pur sempre giovani, che vuole buttarsi alle spalle il fattaccio e pensare a divertirsi e finisce per pagare cara la propria mancanza di rispetto; l’aspetto iconico dell’assassino, quindi con la sua divisa vera e propria che tuttavia, Halloween escluso, è una relativa novità: lo stesso Jason non ha ancora ucciso nessuno e, prima di vederlo indossare la maschera, toccherà aspettare il 1982; le unità di tempo, luogo e azione rispettate rigorosamente. Si svolge il tutto nell’arco di tre giorni, dal giovedì al sabato, in quattro ambienti in tutto, con gli ultimi 40 minuti su 90 tutti nella miniera o nelle sue immediate vicinanze e via così.
Però, se fosse davvero tutto qui, non credo che meriterebbe di essere celebrato per il quarantennale.

Dell’ambientazione abbiamo già parlato, ma ci sono altre caratteristiche degne di interesse, in My Bloody Valentine; è molto pudico in fatto di nudità, mentre è efferatissimo nell’esecuzione e nella creatività degli omicidi, persino nella versione tagliata uscita nelle sale. Se si visiona il director’s cut, il film spicca come lo slasher più violento della sua epoca, roba che Venerdì XII impallidisce al confronto. È inoltre diretto e messo in scena molto meglio dei suoi contemporanei, specialmente nelle sequenze in miniera, che devono essere state un vero inferno da girare. La veridicità del luogo, dà al tutto un tocco di realismo da non sottovalutare, e si nota l’impegno di Mihalka nel voler sfruttare al massimo i cunicoli e le zone d’ombra della miniera per aumentare al massimo il fattore claustrofobia. La sporcizia, la polvere, il buio, il peso di circa 800 metri sulla testa: ogni cosa è tangibile e permette anche di passare sopra a certi passaggi logici che rendono l’identità dell’assassino un po’ complicata da accettare, anche se mai come nel remake del 2009.
Anche i personaggi sono diversi dallo slasher classico, e non solo perché si tratta di minatori e non di studenti delle superiori o del college; certo, c’è una final girl, perché la sua presenza è d’obbligo, ma non ha un vero arco narrativo, è lì solo per riempire una casella indispensabile. I veri protagonisti sono i due rivali in amore Axel e T.J., e le dinamiche tra loro due reggono l’intera struttura narrativa del film in maniera piuttosto anomala rispetto a quanto siamo abituati a vedere nello slasher classico.

Sono tutti tasselli di un mosaico che rende My Bloody Valentine un film peculiare, con un’identità propria e un modo tutto suo di interpretare un filone che stava diventando di maniera già alle sue origini, quando ancora non era stato definitivamente codificato. In seguito la formula sarebbe stata così rigida che per forzarla sarebbe stato necessario entrare nel regno del soprannaturale e inventarsi Fred Krueger. Ma nel 1981 non c’era saturazione di killer mascherati e anzi, sembrava che il pubblico non ne avesse mai abbastanza.
Purtroppo ill film non ha avuto lo stesso successo dei suoi cuginetti slasher. Ha incassato più del doppio del suo budget, ma non è stato sufficiente a garantirgli un seguito che il finale aperto (e decisamente sinistro) fa presagire. Warden non è mai assurto alla gloria delle icone del genere, pur potendo contare su un look indovinatissimo e possiamo ammettere, pur controvoglia, che quello di My Bloody Valentine è uno dei rari casi in cui la nostalgia degli anni ’80 ha fatto un buon servizio al cinema: tra tutta la spazzatura riesumata nell’ultimo decennio o giù di lì, My Bloody Valentine spicca per essere uno slasher sì dimenticato, ma tra i più interessanti della sua stirpe. Guardatevi il director’s cut, se potete, e buon San Valentino a tutti!

12 commenti

  1. Ne ho tanto sentito parlare ma mai riuscito a guardare

    1. Il weekend di San Valentino capita proprio alla bisogna!

      1. eh
        il mio special è su una serie tv, un episodio
        ma poi dove lo potrei trovare?

  2. un’amica mi fece vedere il remake al tempo dell’uscita nelle sale. una roba che ricordo oggi come immonda; non so se sono troppo severa io o se effettivamente non fosse un granchè, dovrei riguardarlo ma chi ne ha la voglia? XD questo invece, colpevolmente, mi manca, e mi hai messo una gran curiosità addosso. credo proprio che rimedierò alla lacuna 😀

    1. Guarda, il remake, rivedendolo, ha qualche merito, ma è anche orribilmente stupido. Funziona perché amplifica all’ennesima potenza il gore dell’originale.
      Però questo sì, è molto molto meglio. Visione obbligata per il giorno di San Valentino 😀

      1. Ma infatti il remake preso come giro al luna Park, con tutte le inquadrature assurde imposte dall’allora imperante moda dal 3D, secondo me non è da buttare via

        1. L’ultima volta che l’ho visto ero nella fase di inferocimento nei confronti di qualsiasi remake. Ora che mi sono molto ammorbidita, potrei provare a rivederlo proprio la sera del 14!

      2. Eh, io ormai arrivo tardi per riuscire a farcelo stare nella ricorrenza, ma lo recupererò comunque (magari proprio il director’s cut) 😉

        1. Assolutamente il Director’s Cut. Non bisogna mai sprecare il buon gore!

  3. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Sai che la cosa delle festività nell’ horror è talmente un elefante nella stanza che ci avevo pensato raramente? Dato che hai accennato alle festività fino ad allora mancanti mi è venuto da pensare a che horror ci sono ambientati il 4 luglio. Mi viene in mente solo “So cos’hai fatto” . e la fotografia del 1921 che chiude Shining.
    Per quel che riguarda la parte in miniera, da speleologo (esiste pure la speleologia urbana, oltre che in cavità naturali) confermo: è TUTTORA la roba meglio girata e più realistica nell’ambito. Considerando che è passato “The Descent” è un discreto complimento.

    1. Ci sarebbe anche Lo Squalo, che è tutto basato sulla preservazione del fine settimana del 4 Luglio. E poi ci devo pensare. O devo googlare…

  4. Da un lato meglio che il buon Warden non sia diventato un franchise, credo avrebbe fatto la stessa (ingloriosa) fine di altri, diventati poi la parodia di se stessi

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