Lucia e il Found Footage: Behind the Mask: The Rise of Leslie Vernon

Regia – Scott Glosserman (2006)

In realtà un vero e proprio found footage ancora non lo abbiamo trattato, e qui oltretutto ci troviamo in un territorio ibrido, dove la tecnica delle riprese dal vero lascia spesso il posto a un racconto cinematografico più tradizionale. Ma non stiamo a sottilizzare troppo: convenzionalmente parlando, found footage è oramai una sorta di termine ombrello da adattare a tutti quei film che si avvalgono dell’espediente della simulazione di realtà, e tanto ci basta per inserirli nella rubrica; anche perché il confine tra found footage puro e mockumentary è davvero molto sottile e anche sfumato. Forse l’unica discriminante applicabile è quella della natura amatoriale del filmato in oggetto. Se si tratta del filmino delle vacanze di un gruppo di amici è found footage, se dietro le quinte ci sono dei professionisti o aspiranti tali, allora è mockumentary.

Detto ciò, mi sono sempre domandata perché Behind the Mask non gode dello stesso credito riservato, per esempio, a The Cabin in the Woods, o persino allo stesso Scream, di cui è un cugino di primo grado, se non proprio un fratellastro minore. L’impostazione metacinematografica è più o meno la stessa: si analizzano i codici dello slasher, se ne espongono le regole, si gioca con la sua prevedibilità allo scopo di metterne a nudo la formula. Qui l’operazione è ancora più smaccata e dichiarata, in quanto il film si presenta come un falso documentario sui preparativi di una notte di omicidi da parte di un emulo di Jason, Michael e Freddy, che in questo universo narrativo sono esistiti veramente. L’assassino classico dello slasher è quindi un personaggio pubblico, reale, con un suo ben preciso ruolo sociale. Leslie Vernon sta cercando di diventare un’icona del genere e ha una troupe di documentaristi che lo segue passo passo nell’impresa.

Uno sguardo a tutto ciò che accade nelle settimane precedenti ai proverbiali Venerdì XIII o Halloween, in cui ci viene concesso di assistere alla meticolosa pianificazione di eventi di cui conosciamo soltanto il risultato finale: l’eccidio di un gruppo più o meno nutrito di giovani gaudenti. Non si tratta neppure della genesi di un serial killer, perché Leslie non è un serial killer (nonostante il titolo italiano lo definisca così), ma piuttosto di un dietro le quinte. Come sceglie un assassino slasher le sue vittime? Cosa comporta essere una final girl? Perché tutti i personaggi che gravitano intorno ai due poli, assassino e ultima sopravvissuta, sembrano sempre agire secondo uno schema predeterminato? Avrete la risposta a tutte queste domande se guarderete Behind the Mask, più un paio di sorprese che vanno a rompere la struttura apparentemente molto rigida entro cui deve muoversi Leslie per compiere il suo destino.

Così come nel successivo The Cabin in the Woods, si tratta in effetti di un rituale con delle regole ben precise e tutta serie di caselle da spuntare affinché riesca. In questo, a mio avviso, Behind the Mask è ancora più teorico di The Cabin in the Woods e ha una comprensione dei ruoli e degli stereotipi dello slasher di gran lunga superiore. C’è anche da dire che Behind the Mask non usa il distacco ironico come principale cifra stilistica. Non siamo lì per ridere dello slasher, siamo lì per riflettere sulla sua struttura immutabile nei secoli dei secoli e amen.
Prendiamo, per esempio, la figura della final girl, il polo opposto del killer, colei che rappresenta innocenza e purezza dove Leslie, o chi per lui, rappresenta male e corruzione. L’intero documentario su Leslie si basa su un grande equivoco, ovvero che la final girl sia stata individuata da Leslie nel personaggio di Kelly, diciassettenne vergine perseguitata dal nostro protagonista.

In realtà, non è così, la vera final girl è un’altra, noi ne eravamo all’oscuro, così come la troupe. Ma non ne era all’oscuro Leslie, che infatti instaura con la giornalista Taylor (Angela Goethals) un rapporto privilegiato, quasi una storia d’amore, platonica per esigenze di copione. Taylor è certa che, spezzando il piano di Leslie riuscirà a impedire la strage; l’assassino, tuttavia, ha previsto tutto e tutto va secondo lo schema, confronto finale incluso.
Il destino di Leslie è morire per mano di Taylor nel frutteto, e lui ne è consapevole dalla prima inquadratura: il senso ultimo dello slasher è la dipartita violenta dell’assassino, che rinforza la purezza della vergine armata di oggetto fallico a caso, e ripristina lo status quo. Almeno fino al sequel.

Final girl e assassino sono due facce della stessa medaglia, come splendidamente sintetizzato dal personaggio dell’anziano killer, Eugene, e da quello di sua moglie, che si fa intuire al pubblico essere stata la sua final girl. Che sia consapevole o no, ognuno ha un ruolo da rispettare nello schema ritualistico di predestinazione che è un film slasher e, una volta caduta la prima tessera del domino, non sarà più possibile sottrarvisi, neanche per l’assassino stesso, che conosce le regole e vi si attiene scrupolosamente, andando incontro alla propria fine.
Credo che, insieme a Scream, Behind the Mask sia una delle più interessanti dissertazioni sullo slasher, ma forse, e qui rispondo al quesito posto in testa all’articolo, è davvero troppo specializzato, troppo rivolto a un pubblico (passatemi il termine) “colto” per avere il successo popolare del suo predecessore e di alcuni suoi successori. Se infatti, anche uno spettatore a digiuno di slasher può godersi Scream e The Cabin in the Woods, altrettanto non può accadere che Behind the Mask, che presuppone una conoscenza approfondita tanto quanto quella dei suoi creatori per essere apprezzato.

Concludo cercando di inserire il film all’interno del filone cui appartiene, non lo slasher, di cui abbiamo detto a sufficienza, ma il mockumentary: non è soltanto un fatto di linguaggio scelto per raccontare una determinata storia; anzi, è la storia che spesso chiama il linguaggio. E, di solito, quando questo accade, il film si rivela ben riuscito. Molti registi, nel periodo d’oro del found footage, li realizzavano perché erano prodotti a basso costo e fattibili con mezzi molto limitati, ma non si ponevano un problema fondamentale: il linguaggio era necessario alla storia? Nel caso di Behind the Mask la risposta è sì, una vicenda del genere può essere portata in scena soltanto tramite l’espediente del falso documentario, che ti permette di spiare dal buco della serratura la genesi di un mostro da film dell’orrore e, allo stesso tempo, di sezionare il linguaggio del cinema stesso. Alla fine, il falso documentario è la sola tecnica che ti permette di conciliare la vicinanza assoluta e il distacco analitico del narratore esterno. Ci sono film, anche non disprezzabili (Cloverfield, per esempio) che sono found footage o mockumentary perché sì. Behind the Mask lo è perché non potrebbe essere altrimenti, e questo, a mio avviso, presuppone una grossa intelligenza da parte dei suoi autori. Guardatelo, riscopritelo, riservategli un po’ d’affetto. Se lo merita.

11 commenti

  1. Bellissimo film, che purtroppo – credo – non si è filato nessuno. A me, in particolare, era piaciuta anche l’idea del serial killer in pensione che trasmette la propria esperienza al serial killer di nuova generazione. Ottima recensione, come sempre!

    1. Non se lo è filato nessuno perché all’epoca non ci si aspettava una roba così intelligente da un mockumentary. Considera anche che Behind the Mask arriva prima di Paranormal Activity, che il genere lo ha rilanciato, ed ecco che siamo proprio di fronte a un film sfortunato.

      1. E, infatti, non l’ho mai visto, che in caso contrario di un mockumentary dall’impostazione così elaborata e brillante me ne sarei certamente ricordato. Urge recupero!
        Sempre riguardo a metacinematografiche dissertazioni sullo slasher, credo che assieme agli altri titoli da te citati nella rece possa andare bene anche The Final Girls… 😉

  2. Non lo conoscevo per niente e dopo la tua recensione voglio assoluta ente recuperarlo. Un film che riesce a far riflettere sugli stilemi dello slasher in maniera così intelligente e profonda merita assolutamente attenzione.

    1. È un gioiellino di film, davvero. Lo conoscono in pochi, ma merita tanto affetto.

  3. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Un’ analisi impeccabile di questo gioellino per una Carpenteriana praticante come te è quasi semplice..
    Ah, non ti chiedo una risposta per non spoilerare la tua stessa rubrica… Son curioso di vedere se inserirai The Atticus Institute da queste parti..

    1. In realtà, The Atticus Institute è uno dei pochissimi found footage/mockumentary che si sono meritati un articolo ai tempi della loro uscita. Lo trovi tra i post del 2015, mi pare 😉

  4. Io lo considero uno dei migliori e più densi mockumentaries mai realizzati; dopo la prima visione l’avevo trovato divertente, quando l’ho rivisto mi è sembrato semplicemente geniale. Riporto quanto scritto dopo la seconda visione:

    Al nutrito gruppo di icone di assassini seriali (Freddy Krueger, Michael Myers, Jason Vorhees) intende aggiungersene un’altra: Leslie Vernon. Per riuscire nell’impresa, fondamentale risulterà l’apporto di Taylor e della sua troupe.

    Se “Scream” deve il suo successo anche allo svelamento delle dinamiche insite al film horror, “Behind the mask” muove ulteriori passi avanti in quella direzione: si è più volte citato “Il cameraman e l’assassino” quale ispirazione principale, così come semplicisticamente è stato inserito all’interno del filone dei mockumentaries, ma in realtà “Behind the mask” è qualcosa di diverso, è una rilettura dell’horror anni 80 attraverso la lente deformante di “Sei personaggi in cerca d’autore”. L’idea che il protagonista gestisca l’omicidio seriale (e la mitologia ad esso connessa) come se si trattasse di un planning lavorativo (con annessi simbologia, etica professionale e bon ton) è assolutamente vincente, e la spavalderia con cui il regista ci propone l’implausibile come ineluttabile non fa che rendere questo piccolo film un gioiellino grezzo.

    1. Ma infatti temo di aver già toccato il picco con il caro Leslie. Ora andiamo a scendere e basta.

  5. Che piacere leggere recensioni su questa gemma purtroppo passata troppo inosservata! Recensione sempre fantastica ovviamente!
    Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui, da dipendente di Blockbuster e appassionato di horror, vidi arrivare il DVD: noleggiato immediatamente e acquistato subito dopo!
    Piccolo aneddoto: qualche anno fa era partita una campagna su indiegogo per finanziare il sequel, sotto forma di graphic novel: dopo alcune peripezie era tutto andato a buon fine, e sono felice possessore del numero 1 del fumetto e del poster autografato del film!

    1. Grazie!
      Pare stiano per girare anche il sequel cinematografico. Io ci spero tantissimo, anche perché la storia di Leslie non può finire qui.

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