His House

Regia – Remi Weekes (2020)

La tentazione di disdire l’abbonamento a Netflix è sempre molto forte, soprattutto in tempi duri come quelli che stiamo vivendo. Mentre aumenta la quantità di roba disponibile, la qualità dell’offerta cala paurosamente, e questo riguarda in particolare i film originali, che ormai hanno tutti la stessa pasta visiva e soffrono di un appiattimento nello stile che andrebbe studiato e colpisce anche registi insospettabili, come Ben Wheatley, che sbaglia il suo primo film proprio quando va a collaborare con Netflix.
Poi però capita una produzione come questo His House, dell’esordiente Remi Weekes, un horror inglese capace di ripagare mesi e mesi di visioni mediocri, e pensi che alla fine i soldi dell’abbonamento sia valsa la pena spenderli.

His House è un horror da camera, come la tradizione ormai consolidata della Blumhouse ci insegna. Non perché Jason Blum c’entri qualcosa, ma perché si tratta di una modalità di economia produttiva e narrativa che ha preso piede nell’horror, non soltanto indipendente e di nicchia, proprio a partire dai successi Blumhouse, e oramai è diventata quasi un genere a sé. Due attori e una casa infestata, quindi location ridotte all’osso, per una rigorosa unità d’azione.
La storia è quella di una coppia di richiedenti asilo in Gran Bretagna. Bol e Rial (la divina Wunmi Mosaku) arrivano dal Sudan, dove hanno passato l’inferno; la traversata che li ha portati in Europa è stata un’ordalia e in mare hanno perso qualcuno, la cui scomparsa ha segnato profondamente entrambi, anche se in modi differenti. Ora il governo inglese ha assegnato loro una casa alla periferia di Londra, a patto che si integrino e seguano una serie di regole. Soggetti all’accondiscendenza pelosa di chi lavora nel sistema e al razzismo strisciante del vicinato, i due se la devono anche vedere con un’entità che abita tra le mura dell’appartamento.

Che l’horror sia un genere politico credo sia ormai un fatto acclarato, su cui non vale la pena neppure porre dei dubbi. Si vede di rado un film dell’orrore contemporaneo che non abbia dei forti contenuti di critica sociale o satira politica, eppure His House prende la questione dei rifugiati da un punto di vista “interno” che di rado si è visto nel cinema occidentale, ed è importante che si trovi su Netflix alla portata di tutti, perché parla con un linguaggio semplice, arriva dritto al cuore e ci costringe a posare il nostro sguardo lì dove spesso non abbiamo il coraggio di vedere, senza concederci appigli comodi cui aggrapparci, come il tipico personaggio del bianco “buono” con funziona salvifica messo lì di solito allo scopo di farci sentire migliori di ciò che siamo.

Facevo il paragone, prima, con lo stile tipico della Blumhouse, perché secondo me, il segreto di questo film è proprio quello di aver creato la trappola perfetta per un pubblico non avvezzo a un certo tipo di narrazioni: tende la rete con un qualcosa che è diventato molto familiare, e poi ti accoltella alla schiena a tradimento, facendoti precipitare in un territorio che è l’esatto opposto del familiare e dove l’orrore è molteplice e arriva da ogni lato, e per ogni personaggio assume un volto e un carico d’angoscia differenti.
La coppia di protagonisti, e le relative problematiche, è gestita in maniera impeccabile a livello di scrittura: sulle prime sembra che lui sia più propenso a integrarsi di lei, che lo accusa di voler essere assimilato, di provare un’eccessiva ammirazione per questi bianchi che sono lì per giudicarli, per stabilire se siano brave persone o no, se siano degni di restare in Inghilterra o se dovranno essere rispediti da dove vengono, con ogni probabilità a morire.

Andando avanti, si capisce che il rapporto tra i due è molto più complicato di così, come del resto lo sono le circostanze che li hanno portati in Inghilterra, e non solo quello che hanno dovuto subire per arrivarci, ma anche quello che sono stati costretti a fare, un trauma che si può rimuovere del tutto, sostituire con un altro tipo di trauma, forse più doloroso, ma più accettabile, e che può suscitare una reazione di rifiuto completo, come un’altra che ti spinge a fare di tutto per non tornare indietro, anche a girare per grandi magazzini comprando abiti che speri ti facciano somigliare il più possibile a quei modelli bianchi visti nelle foto appese alle pareti del negozio.
Un mondo dove ogni punto di riferimento è bianco, dove la pelle di chi deve decidere della tua sorte è bianca, dove persino la bambola di una bambina partita con te dal Sudan è bianca.

E, in tutto questo, His House è pure un film che, per usare un termine tecnico tipico della critica cinematografica più colta, ti fa cagare addosso. Non risparmia alcun colpo basso tipico del genere, e ci sono un paio di jump scare che non vedi arrivare e sono dei veri e propri attentati alle povere coronarie dello spettatore. Il giovane Remi Weekes si dimostra un maestro nel dosaggio della tensione, sa quando farla salire a livelli insostenibili e quando al contrario, aggredire a sorpresa. Non c’è alcuna ridondanza dell’effetto sonoro, per esempio. Lo spavento non è, di conseguenza, mai meccanico, ma deriva dalla messa in scena, dall’uso delle luci, del fuori campo, dallo stacco di montaggio giusto al momento giusto.
His House è un film di genere, non si vergogna di esserlo, e quindi bada a terrorizzare, perché il suo mestiere è quello, la sua funzione primaria, se vogliamo. E non la dimentica mai. Ma, in questo, sa anche aprire a degli improvvisi squarci di poesia quasi (perdonatemi) visionaria, sfumando i confini tra sonno e veglia. Soprattutto, trattandosi di un’opera in cui l’infestazione è una leva per riportare alla luce il rimosso, gioca sul contrasto che si viene a creare tra i fatti e i ricordi distorti o edulcorati che abbiamo di essi.

In un piccolo ruolo (non vi dico quale, altrimenti è spoiler) c’è anche il nostro amato Javier Botet, e voi sapete tutti bene che, quando lui si trova a fare capolino in un horror, sono quasi sempre incubi assicurati.
Il budget è basso, ma il film è lo stesso molto elegante, e vi sfido a non restare a bocca aperta per le soluzioni visive adottate in una scena in particolare. Come bonus finale, i due protagonisti sono di una bravura fuori scala in due ruoli difficilissimi e pieni di sfumature quasi impercettibili.
Ve lo giuro: sarebbe da farsi l’abbonamento a Netflix soltanto per vedere questo film, che è arrivato per Halloween e rischia seriamente di insidiare Relic sul podio di horror dell’anno. Io ve l’ho detto. Poi fate voi.

12 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Il film di Halloween che non ti aspetti!
    Concordo praticamente su tutto: un film che fa paura, che non si vergogna ad esplicitare la sua natura “politica” ma che non per questo risulta manicheo a “a tesi”, e oltretutto emotivamente pregnante. Ho trovato particolarmente rimarchevole la scena nell’ufficio di Mark nella quale Bol chiede di essere trasferito: una tensione insostenibile senza bisogno che ci siano fantasmi o jump scares di mezzo. Anche il poetico finale è da brividi, grazie alla splendida musica che lo accompagna.

    1. Quella scena mi ha ricordato tantissimo The Babadook, quando lei va alla polizia. La tensione è molto simile.
      Comunque è un film pazzesco.

      1. Blissard · · Rispondi

        Verissimo, così come alcune cose mi hanno fatto pensare a Candyman (sempre la scena nell’ufficio immigrazione, lai che si perde nei cunicoli del quartiere) o al j-horror (le apparizioni fantasmatiche), ma il regista ha la personalità per renderle congrue al contesto.
        Domanda: hai già visto Possessor?

        1. Non ancora. Credo lo vedrò tra stasera e domani, e se tutto va bene, ne parlerò a fine settimana. Sono curiosissima.
          Tu l’hai visto?

          1. Blissard · ·

            Sì, mi era molto piaciuto Antiviral e su Possessor mi ci sono fiondato 🙂

  2. Che sorpresa!..che film potente e insolito..mi ha colpito molto e mi ha lasciato con una sorta di tristezza che si è posata su di me come un velo.. quando l’horror è motivo, veicolo di metafore e suggestioni che portano a vedere le cose sotto molteplici angolazioni.. stupenda recensione e grazie ancora!

    1. Sì, molto insolito, non siamo abituati a una narrazione di questo tipo qui in occidente, secondo me. Siamo sempre abituati a vederla filtrata attraverso gli occhi di qualche personaggio che ci è familiare (leggi bianco).
      grazie a te!

  3. Se c’è anche Botet nei paraggi, immagino rivesta un ruolo non esattamente o, comunque, non del tutto umano 😉
    In effetti, è comprensibile come His House possa arrivare a tallonare (e, se non superare, starne almeno alla pari) Relic: entrambi trattano di tematiche -immigrazione, vecchiaia- che tendono ad essere pesantemente rimosse dal vissuto quotidiano oppure filtrate attraverso gli occhi di chi non ne ha esperienza diretta, traducendosi di fatto ancora in rimozione e emarginazione. Stando così le cose, l’approccio diretto (senza filtri di parte “bianca”) adottato qui da Weekes era l’unico possibile.
    P.S. Vedo che c’è pure Matt Smith…

    1. Sì, c’è Matt Smith in un piccolissimo ruolo, credo che abbia partecipato quasi a titolo di favore. Però è interessante la sua presenza. Poi quanto lo vedrai, mi saprai dire 🙂

      1. Un piccolissimo e assai antipatico ruolo quello di Smith, emblematico di un’assistenza “sociale” (volutamente fra virgolette, dato il livello di socialità e accoglienza che Bol e Rial sono costretti a sperimentare sulla loro già fin troppo martoriata pelle) basata sulle stesse premesse razziste del vicinato…
        Bravissimi Mosaku e Dirisu, credibili in ogni sfumatura che riescono a dare ai loro personaggi e bravissimo Weekes, capace di creare un perfetto equilibrio fra orrore umano -la necessaria, indispensabile componente “politica” del film- e orrore soprannaturale, dimostrando soluzioni visionarie che in più di un’occasione mi sono sembrate essere omaggi diretti a Lucio Fulci 😉

  4. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    Tra l’altro secondo me è un film che ha anche il merito, non affatto scontato e soprattutto inaspettato, di rendere in qualche modo “originale” il tema della casa infestata.

    1. Sì, originalissimo perché è la prospettiva da cui fruiamo il racconto che cambia e quindi anche la storia risulta più fresca e originale.

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