Spiral

Regia – Kurtis David Harder (2019)

Spiral è il terzo film diretto da Kurtis David Harder. Kurtis David Harder ha anche una decina di crediti come sceneggiatore e produttore. Kurtis David Harder ha 27 anni. Ha esordito dietro la macchina da presa che ne aveva 18; tra le sceneggiature firmate, c’è quella di What Keeps You Alive, che rimane il mio horror preferito del 2018; ha prodotto Harpoon, anche quello un discreto gioiello, Insomma, non è un ragazzo prodigio, perché non mi piace il termine e perché non penso che Spiral sia un film prodigioso, ma è un giovane regista molto in gamba, dedito al genere con passione, e capace di scegliersi i collaboratori giusti.
E infatti qui continua a lavorare con Colin Minihan, che ricambia il favore di What Keeps You Alive e scrive il copione per questa produzione originale di Shudder, servizio streaming purtroppo assente nel nostro paese, che sta facendo tanto tanto bene all’horror di ogni latitudine, soprattutto per quanto riguarda i film originali: pur con dei budget nettamente inferiori, sbaragliano gli horror di Netflix a occhi chiusi.

Ci siamo occupati, qualche settimana fa, di 1BR, e Spiral rientra più o meno nella stessa categoria, quella dei rapporti di buon vicinato nel cinema dell’orrore, il cui progenitore viene di solito indicato in Rosemary’s Baby, ma se vogliamo, si può procedere ancora più indietro fino a La Settima Vittima, così sfoggio un po’ di cultura cinematografica a caso.
Horror e quartieri o condomini per bene, quelli dove si lascia la porta aperta perché ci si conosce tutti quanti e ci si fida dei propri vicini, regali di benvenuto, barbecue organizzati per far sentire a casa i nuovi arrivati; a volte ci scappa anche una torta preparata dalla mogliettina irreprensibile del dirimpettaio. È un tassello fondamentale del sogno americano, dopotutto: tanti nuclei familiari che vivono a una porta di distanza gli uni dagli altri e tessono una rete di conoscenze, amicizie, supporto reciproco.

Malik e Aaron, coppia con figlia adolescente di Aaron a carico, hanno scelto di allontanarsi dal caos della metropoli e di comprare casa in un piccolo centro per stare più tranquilli. Siamo nel 1995, e vedere due uomini che vivono insieme, con una ragazzina al seguito per di più, non è proprio una cosa all’ordine del giorno. Soprattutto se uno dei due, Malik, è pure nero.
Ma a parte qualche piccola incomprensione iniziale, inezie come scambiare Malik per il giardiniere di Aaron, il vicinato sembra accettare senza problemi l’arrivo di questa nuova famiglia nel quartiere. Certo, ritrovarsi la scritta “faggots” a caratteri cubitali sulla parete del salotto non è particolarmente piacevole, ma che ci vogliamo fare? Saranno stati degli stupidi teppistelli, non di certo queste brave persone che addirittura ti invitano a cena.

Solo che Malik vede tutta una serie di campanelli d’allarme che Aaron, al contrario, sembra ignorare. Aaron vorrebbe solo integrarsi, avere degli amici, come li chiama lui “normali”, mentre Malik, avendo subito un brutto trauma legato all’omofobia quando era più giovane, non è propenso come il suo compagno a fidarsi dei bravi borghesi americani. Bianchi, per di più. Che lo scambiano per il giardinere, tipo.
E proprio perché vittima in passato di un episodio di violenza, Malik non viene creduto: è considerato instabile, paranoico, forse anche pericoloso.
Mentre il rapporto tra Aaron e Malik si deteriora, gli indizi sul fatto che ci sia qualcosa che non torna nel quartiere si accumulano. Malik continua a non essere ascoltato, Aaron continua a minimizzare,. e via così, fino alla “rivelazione” finale.

Se Rosemary’s Baby lo si può classificare come un esempio di paranoia urbana, Spiral è pura paranoia rurale, ma i due film condividono degli elementi strutturali che val la pena far notare: in entrambi abbiamo la presenza di una coppia “sedotta” dai vicini di casa, in entrambi uno dei partner è più restio dell’altro a farsi integrare nel nuovo ambiente, e ancora, quello più estraneo alla piccola società formata dal vicinato (che si tratti di un condominio o di un complesso di villette adiacenti è, da questo punto di vista, irrilevante) è costretto a restare molto tempo chiuso tra quattro mura, mentre l’altro esce per lavorare; infine, in entrambi, quindi, i protagonisti sperimentano un forte sentimento di isolamento e alienazione nei confronti del compagno. Qui, tuttavia, il sentimento è molto più forte, perché Malik soffre di tutta una serie di problematiche che lo configurano come il “diverso” nel contesto comunitario in cui si trova a vivere. Non è soltanto gay, ma è di colore, e pare che, a un certo punto, Aaron glielo faccia pesare. In un contesto interamente popolato da bianchi eterosessuali, Aaron ha molte più possibilità di mimetizzarsi rispetto a Malik, e questo è un fattore che il film evidenzia senza gridarlo. È vero che l’omosessualità è il motivo scatenante del destino di Malik e Aaron, ma è il colore della pelle di Malik a rendere il tutto ancora più sinistro.

Spiral parla di un’America bianca ed etero che, letteralmente, prospera nutrendosi della diversità, e di vittime che si lasciano divorare nel tentativo disperato di assomigliarle, di farsi assimilare a uno stile di vita che viene loro concesso dall’alto, anzi, dato in prestito con interessi pesantissimi.
Forse, a causa del suo contenuto politico, è un film meno compatto e meno riuscito rispetto a 1BR, che funziona su un livello differente, è più un horror classico con dei risvolti che possono essere applicati alla nostra contemporaneità; Spiral usa il tipico canovaccio del film su culti e patti con Satanasso (e lo usa anche molto bene) per parlare di argomenti di attualità stringente. In questa caratteristica risiedono sia il suo pregio maggiore che il suo peggior difetto: è infatti molto puntuale nel descrivere la natura sistemica e pervasiva della discriminazione: se (ed è un se enorme), nel 1995 non si reagiva più a una coppia di due uomini prendendo in mano spranghe e fucili, almeno non nella maggior part dei casi, lo stigma sociale agiva in maniera più sottile: un’accettazione di facciata che nasconde una realtà da incubo.

E tuttavia, la lucidità e la precisione di Spiral a livello politico hanno un prezzo, e lo si paga tutto in ritmo, perché un conto è la scelta di essere uno slow burn, un altro è trascinare i primi 40 minuti di film con sequenze che, purtroppo, si somigliano tutte e non portano da nessuna parte a livello narrativo. La seconda parte è molto più dinamica, finalmente entra in campo l’elemento di orrore soprannaturale e si segue il film con un certo grado di apprensione, ma la prima è davvero faticosa, stenta a decollare. Non aiuta neanche che il personaggio di Aaron non sia particolarmente gradevole, e se è molto interessante anche il fattore del divario economico che lo separa da Malik (in pratica, Malik è mantenuto da Aaron in attesa che la sua carriera di scrittore decolli, e non c’è giorno in cui Aaron non glielo faccia notare), è un aspetto che forse andava approfondito un po’ di più, tanto per aggiungere al privilegio scaturito dall’essere bianchi pure quello che deriva dall’essere benestanti.
Ma, a parte questi difetti, Spiral è un ennesimo horror importante, che porta sempre di più il genere a essere una delle migliori lenti attraverso cui guardare alla nostra realtà, anzi, forse l’unica vera cifra interpretativa dei tempi che stiamo vivendo.

5 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Grazie per la segnalazione, quel poco che ho letto (preferisco non leggere tutto il tuo articolo prima di avere visto il film) mi ha molto incuriosito.
    Ps vagamente off topic: hai visto Hosts (con la s finale, non lo Zoom-horror di cui hai parlato qualche tempo fa)? L’ho visto ieri e mi farebbe piacere leggere un tuo parere.

    1. Devo vederlo. Ho l’hard disk letteralmente gonfio di nuove uscite, tra cui anche questo. Credo che alla fine farò una specie di super edizione delle pillole per Halloween!

      1. Blissard · · Rispondi

        Mi trovo nella stessa identica situazione 🙂
        Urrà per le pillole!

  2. Sono rimasto impressionato. Ha delle tematiche che mi piacciono veramente tanto e quel tipo di ambientazione è perfetta per parlare di questi problemi legati alla nostra società. E’ un film che voglio assolutamente recuperare.

  3. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    Devo ancora recuperare 1BR, ma anche questo lo voglio assolutamente guardare. Comunque “un’accettazione di facciata che nasconde una realtà da incubo”, questo è un atteggiamento che purtroppo, secondo me, persiste ancora oggi. Il che è allucinante.

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