Zia Tibia Va negli Anni ’90: Vampires

Regia – John Carpenter (1998)

My vampires are savage creatures. There isn’t a second of brooding loneliness in their existence. They’re too busy ripping and tearing humans apart.”
Vi avevo detto che il meglio dell’horror anni ’90 ce lo saremmo lasciato per l’ultimo post della rassegna estiva. E infatti si parla di John Carpenter e di quando aveva deciso di smettere di dirigere perché non lo trovava più divertente.
Vampires è infatti un film su commissione, l’adattamento di un romanzo i cui diritti erano nei cassetti della Largo Entertainment sin dal 1992, in compagnia di svariate stesure del copione, una addirittura ambientata nel futuro.
Carpenter decide di fare il film per un solo motivo: poteva, finalmente, girare un western, anche se mascherato da horror. Insomma, poteva tornare a divertirsi sul set dopo l’esperienza frustrante di Fuga da Los Angeles.

Il romanzo (quasi) omonimo di John Stakley è ormai introvabile e fuori stampa da anni. Se siete fortunati, magari c’è ancora qualche copia usata in giro, ma non fatevi troppe illusioni. Ricordo che fu una piacevolissima lettura estiva, un romanzaccio horror privo di alcuna raffinatezza e perfetto da divorare sotto l’ombrellone. Carpenter, quando gli vengono consegnate le circa venti versioni differenti del copione, le scarta tutte tranne due, poi si riscrive lo stesso il film da solo, nonostante non sia accreditato alla sceneggiatura. Alla fine, il libro è una sorta di punto di partenza su cui imbastire un’opera che, esteticamente, è la quintessenza del cinema di Carpenter: ci sono i campi lunghi e la composizione delle inquadrature da film classico alla Ford e Hawks, c’è la violenza del western di Peckinpah, c’è il suo antieroe ambiguo e discutibile, quasi una versione umana dei vampiri, ma votata al “bene”, per quanto si possa parlare di bene e male in queste circostanze, e c’è una vena anticlericale neanche troppo sottile, che Carpenter si porta dietro dai tempi di The Fog.

Carpenter sceglie James Woods per interpretare il crociato Jack Crow dopo aver interpellato una serie di attori, tutti indisponibili per vari motivi. Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato Vampires con Lee Ermey nel ruolo di protagonista, rifiutato dalla produzione perché troppo poco noto al grande pubblico, ma nonostante la profonda antipatia umana che provo nei suoi confronti, Woods si è rivelato una scelta azzeccatissima, e perfettamente in linea con ciò che Carpenter aveva in mente per la parte: non voleva una faccia troppo hollywoodiana e neppure un attore troppo muscoloso o prestante. Voleva uno con la faccia da delinquente, uno privo delle caratteristiche fisiche di solito associate all’eroe, e Woods sembra essere nato per interpretare personaggi simili, al netto del suo caratteraccio e della fama di persona ingestibile sul set.

Si gira in New Mexico, in piena estate, con temperature spaventose, ma soprattutto si gira spesso di giorno, oppure all’alba o al crepuscolo, il che rappresenta un fattore di novità per un regista notturno come Carpenter. Ovvio che, parlando di vampiri, il calar delle tenebre abbia un ruolo di tutto rispetto, e c’è una sequenza particolare, quella del massacro della squadra di Crow nel motel, che potrebbe essere usata come base per la scrittura di un manuale su come si mette in scena un action-horror; e tuttavia, Vampires lo si ricorda per i paesaggi desertici immersi nel calore martellante o per i tramonti di un rosso violento, per la resurrezione del gruppo di vampiri proprio mentre il sole sta scomparendo all’orizzonte, per le nuvole che si ammassano alle spalle dei personaggi. In altre parole, un po’ come era successo anche con Near Dark, l’estetica propria del cinema gotico viene abbandonata. Ma, per ovvi motivi legati a un punto di vista differente, il film di Bigelow era quasi tutto ambientato di notte. Carpenter, al contrario, sfrutta la desolazione diurna del paesaggio del New Mexico, e il budget di un certo livello a disposizione, per dirigere dispendiose scene con luce a cavallo.

I momenti più memorabili sono sempre in pieno sole, come quella che apre il film e ci consegna la cronaca spietata di una caccia ai vampiri dal ritmo indiavolato e dalla ferocia inaudita.
Il che mi porta dritta al mio aspetto preferito di Vampires: gli antagonisti, i succhiasangue. Anche qui le radici gotiche della creatura vengono messe da parte; niente languidi abbracci, niente mantelli dietro cui nascondere le vittime, soprattutto niente figure tormentate e umanizzate. I Vampiri di Carpenter sono bestie prive di qualunque scrupolo o reminiscenza della loro vita passata. Non sono neppure un gruppo nomade e affiatato come in Near Dark. Non c’è spazio o tempo per romanticismi di sorta (e ci torneremo a breve su questo aspetto): Vampires è una lotta impari e furiosa contro un avversario il cui unico svantaggio è quello di finire carbonizzato di giorno. Manca persino quel pizzico di fascino da non morto che caratterizza tanti vampiri della storia del cinema, anche i più cattivi. E se di sicuro questo tipo di vampiro è molto più raro rispetto ai bei tenebrosi cui siamo abituati, ha comunque lasciato un’eredità interessante. Mi vengono in mente 30 Giorni di Buio e, soprattutto, la serie The Strain.

Eppure, se ci riflettete, Vampires è uno dei pochissimi film di Carpenter dove è presente un accenno di storia d’amore, uno di quegli amori impossibili, tra l’altro, che sono destinati a finire malissimo e sono tipici, quelli sì, di una certa narrativa di ascendenza gotica. Parlo di ciò che accade tra Katrina (Sheryl Lee), la prostituta morsa da Valek, e Montoya (Daniel Baldwin), il braccio destro di Crow e unico superstite della sua squadra di cacciatori.
Il personaggio di Katrina è interessante perché porta a una frattura nel granitico cameratismo che unisce Montoya e Crow, e ci aiuta anche a capire che Carpenter non vede Crow sotto una luce positiva: come dicevamo in apertura, è il rovescio della medaglia dei vampiri, ferino e crudele quanto loro, legato agli altri esseri umani solo da una strana forma di lealtà forgiata nella caccia. Dei vari protagonisti maschili del cinema di Carpenter, Crow mantiene l’individualismo esasperato e un atteggiamento anarcoide di fondo, ma è di sicuro il più sgradevole, un mercenario al soldo del Vaticano condannato alla solitudine il cui solo linguaggio è la violenza. Tanto che alla fine, seppur per cause di forza maggiore, persino Montoya lo molla al suo destino.

Forse tutta la simpatia di Carpenter va al povero Montoya e alla sua Katrina in via di trasformazione, solo che nel mondo di Vampires, ormai dovreste averlo capito, il romanticismo fa la stessa fine delle radici gotiche del vampiro letterario. Sì, finisce lungo lo scarico del gabinetto. E infatti quella tra la prostituta e il cacciatore è un’unione tra disperati e derelitti, cui vengono concessi due giorni di tempo (sempre in nome di quella lealtà che è quanto di più vicino a un codice morale Crow riesca a comprendere) prima di essere cacciati come due animali, prima di diventare a loro volta due animali.
E quindi Vampires sarà pure un film su commissione, ma ha una spiccatissima identità carpenteriana; sarà pure un film di intrattenimento senza troppe pretese, ma mantiene quell’amarezza e quel nichilismo di fondo che sono propri del Carpenter migliore e più genuino.
Ultimo successo di pubblico della carriera del regista, Vampires vanta la bellezza di due seguiti. No, non li ho visti e non li voglio vedere.
Zia Tibia torna nella sua cripta per un altro anno. Ci si risente nel 2021 per continuare a parlare della serie B dei tempi che furono. Alla prossima!

10 commenti

  1. bellissimo film^^

  2. Blissard · · Rispondi

    Ottima recensione.
    Visto all’epoca su Stream e innamoratomene all’istante; rivisto varie altre volte e non è mai sceso di mezzo gradino nel mio apprezzamento, l’ultimo grande capolavoro del Maestro.
    Il romanzo lo lessi poco dopo, credo che uscì in edicola a 5.900 lire (god, i’m old), ma contrariamente a te non lo apprezzai per niente, mi sembrò un libraccio inconsistente e triviale del quale, credo, Carpenter mantenne un solo elemento nella sceneggiatura (il crudo metodo di uccisione dei vampiri).

    1. Ma infatti il libro è un romanzaccio di serie B. Io avevo la tua stessa edizione, credo di averlo letto verso i 16-17 anni, se ricordo bene.
      Carpenter ha preso soltanto un leggerissimo spunto dal romanzo, per il resto sì, è tutta roba sua, giustamente!

  3. Visto al cinema con mio fratello, primo spettacolo pomeridiano.
    Metto qui solo una noticina volante per segnalare anche la colonna sonora, forse una delle migliori del buon Carpenter.
    (sul nichilismo carpenteriano in Vampires discuteremo a lungo quando ci faremo una puntata di Paura & Delirio 😉 )

  4. Stefano69 · · Rispondi

    Film splendido, il Maestro decide (pur su commissione) di parlare di vampiri, e lascia una pietra miliare nel genere.
    Hai perfettamente ragione quando richiami l’attenzione sulle scene “di giorno”: ho visto diverse volte questo film, e sempre ciò che mi colpisce e di cui mi ricordo è la luce accecante del sole, i cieli azzurri e maestosi… solo il Maestro avrebbe potuto fare un film così sui vampiri!

  5. Io l’adoro.

    Woods è Woods, che altro aggiungere?

  6. Credo che John aka DIO abbia volutamente fatto autoironia sul suo antieroe anarcoide, vagamente machista, e sul suo senso di amicizia virile (ad esempio Napoleone Wilson è un gran fidiputt, più di Snake Plissken, però gli si vuol bene). E’ proprio la battuta finale, trivialissima, della pellicola, tra il Crociato (prete) e il Crociato Woods (che fondalmente non crede in nulla) a rendercelo.
    Quando parli di “anticlericalismo non troppo sottile” usi un eufemismo bello grande eh. E’ un anticlericalismo SFACCIATO.
    Infine, sulle storie (poche) di amore impossibili, io ci vedo più quella di They Live. Ma in quel caso è LEI a “tradire”. Qui la neovampira possiamo considerarla “innocente”. Nel suo essere fracassone, divertentissimo, godibilissimo, lo considero una riflessione di Carpenter sui suoi stessi temi.
    Anyway, perfetta, come sempre.

    1. Sì, però Napoleone Wilson, con tutto il suo essere un gran fidiputt è più “umano” di Crow. Hai ragione tu, è quasi una parodia del perfetto antieroe di Carpenter. Diciamo che Vampires esaspera tutte le tematiche della sua filmografia fino a quel momento, ma non raggiunge i livelli di astrazione di Fantasmi da Marte e quindi è già più appetibile per un pubblico generico, ecco.
      Grazie!

  7. Vampires di Zio John, ovvero come finire in bellezza il viaggio di Zia Tibia negli anni ’90 😉
    Ottima recensione alla quale niente ho da aggiungere se non che, in questo caso, l’antieroe Jack Crow (uno stronzissimo James Woods) è talmente e volutamente antieroico che più di una volta è riuscito quasi a farmi parteggiare per il capovampiro Jan Valek (un Thomas Ian Griffith perfettamente in parte)… I due seguiti? Fingiamo che non siano mai esistiti, punto.

    1. ma io faccio in effetti sempre un po’ il tifo per Valek, e soprattutto per la futura vampira Katrina, che possa staccare la testa dal collo al crociato maledetto 😀

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