Zia Tibia va negli Anni ’90: La Sposa di Chucky

Regia – Ronny Yu (1998)

Chucky fa il suo ingresso trionfale nell’horror post-moderno due anni dopo l’uscita di Scream e sette dopo La Bambola Assassina 3, ma lo fa a modo suo e adottando una linea di condotta molto diversa da quella degli slasher del periodo: Don Mancini, creatore del bambolotto più famoso al mondo, e mente al timone di ogni singolo film su Chucky (escluso il reboot dell’anno scorso), compie una scelta ben precisa quando si tratta di far risorgere la saga dal cimitero delle icone horror anni ’80 in cui era sepolta, ovvero abbracciare il camp più spinto ed estremo. Di conseguenza, invece di guardare all’horror che era stato la culla di Chucky, rivolgersi ancora più indietro, a colui che il camp lo aveva inventato, James Whale.
Una scelta che si rivela vincente: Chucky è l’unico, tra i celebri assassini degli anni ’80, a essere arrivato più o meno indenne, e niente affatto snaturato, fino ai giorni nostri. La stessa cosa, per esempio, non si può dire di Freddy e Jason, anche loro soggetti a un tentativo di resurrezione nel 2003, e sempre per la regia di Ronny Yu, ma destinato a rimanere lettera morta e a non rilanciare nessuna delle due saghe. Parziale eccezione può essere Michael Myers, ma il suo percorso di sopravvivenza è molto tortuoso e accidentato, quello di Chucky è lineare: Don Mancini lo ha inventato, Don Mancini ha mantenuto i diritti del personaggio, Don Mancini lo ha fatto arrivare nel 2020 in forma smagliante. Ma tutto questo passa attraverso La Sposa di Chucky, e soprattutto, passa attraverso l’arrivo di Tiffany.

Se a mantenere Chucky ancorato alla tradizione ci pensa il sempiterno Brad Dourif, che presta la voce alla bambola dal 1988, la novità è rappresentata dall’arrivo di Jennifer Tilly, anche lei destinata a restare Tiffany più o meno in pianta stabile (sarà presente anche nell’imminente serie tv in arrivo su Shudder nel 2021). In questo film è lei The Bride, la compagna del serial killer Charles Lee Ray quando era in vita, psicopatica quanto e più di lui, ma con una vena di sincero romanticismo, e per questo decisa a rianimare Chucky ancora una volta, per convolare a giuste nozze con lui.
Solo che Chucky non ha mai avuto alcuna intenzione di sposarla e la povera Tiffany giustamente si incazza e lo rinchiude in un box per bambini, con un giocattolo del Grillo Parlante come unica compagnia. Dato che stiamo parlando di Chucky, sappiamo che non ci metterà molto a liberarsi, a uccidere Tiffany e a trasferire la sua anima, con l’ausilio del manuale Voodoo for Dummies, in una bambola vestita da sposa.
Segue rocambolesco viaggio per acquisire un amuleto in grado di attivare l’incantesimo atto a dotare i due assassini di due corpi nuovi, al seguito di ignara coppietta in fuga d’amore, con relativa scia di cadaveri sempre più ampia e sanguinosa.

È evidente che della coppietta (lei è Katherine Heigl agli esordi) non ce ne freghi proprio niente, perché i protagonisti di Bride of Chucky non sono i due piccioncini cui vengono attribuiti i delitti invece commessi dalle bambole, ma Chucky e Tiffany, la premiata ditta omicidi creativi e liti domestiche, animati magnificamente dal solito Kevin Yagher, che in questo caso si sobbarca, insieme al suo staff,  un lavoro enorme, data la presenza più o meno costante dei due pupazzi in campo, entrambi particolarmente espressivi e con una gamma di reazioni e movimenti facciali che raramente si vede anche con gli effetti speciali più moderni e all’avanguardia.
Se il film è un’autoparodia consapevole, il reparto animazione è preso molto sul serio. Il che sembrerebbe un dettaglio da dare per scontato, ma se riflettete un secondo su come oggi funziona la serie B di stampo autoironico e autoreferenziale (qualcuno ha detto Asylum?) capirete che scontato non è affatto e che il riempire un film di idee bizzarre e folli non è una buona scusa per non realizzarlo come si deve.

La Sposa di Chucky è uno dei pochi aggiornamenti di un modello nato negli anni ’80 proprio perché mischia gli ammiccamenti meta e la consapevolezza a un artigianato di alta classe. Prende, in altre parole, quello che di ottimo c’era nel decennio precedente, gli dà una ripulita contemporanea e lo traghetta nell’era moderna, con distacco ironico, ma comunque affettuoso, e senza caricarlo di un peso nostalgico eccessivo, anzi. Soprattutto, Mancini ha avuto l’idea molto interessante di cambiare il punto di vista della narrazione, e quindi di non ricominciare a raccontare la solita storia del bambino alle prese con il giocattolo che si crede innocuo quando invece è posseduto. Dopo tre film, quel filone si ritiene esaurito, e si passa a mostrarci il mondo così come lo vedono Chucky e Tiffany. La transizione da horror puro a commedia appare naturale, come nel 2016 apparirà ugualmente naturale che il bambolotto torni a fare paura; Chucky resiste agli sfregi del tempo adeguandosi, ma restando sempre fedele a se stesso.

Come dicevamo in apertura, se i punti di riferimento di Williamson e compagnia cantante sono gli slasher degli anni ’80, Mancini guarda molto più indietro, va a ripescare i classici degli anni ’30 e, in particolare, La Moglie di Frankenstein, chiamata in causa direttamente in un paio di sequenze, ovvero la “morte” di Tiffany, che guarda il film di Whale nella vasca da bagno prima di essere uccisa da Chucky, e il finale, quando la bambola Tiffany ripete la storica battuta della creatura: “We belong dead”. Ma non è necessario andare a recuperare una a una le citazioni: è a partire dal titolo che è evidente l’ispirazione, e dal look di entrambi i bambolotti (e della stessa Tiffany da viva, se è per questo).
Chucky, qui e nel film successivo (prima di tornare liscio e nuovo in Curse of Chucky), ha un patchwork di cuciture e cicatrici al posto della faccia, ed essendo, di fatto, un cadavere rianimato, è una versione in miniatura del mostro di Frankenstein. Più complicata la relazione di Tiffany con la Sposa: la sua creazione è altrettanto traumatica e portata a termine senza considerare la sua volontà, e fin qui ci siamo. Ma Tiffany gode di una presenza sullo schermo molto più lunga rispetto alla povera Moglie di Frankenstein, cui vennero concessi sì e no 5 minuti.

In realtà Tiffany, che si commuove quando la Sposa rifiuta la creatura nel film di Whale, è una sorta di sovrapposizione delle caratteristiche dei due mostri presenti ne La Moglie di Frankenstein: ama non corrisposta Chucky e, quando capisce, troppo tardi, di aver sbagliato a seguirlo nella sua follia, è lei a mettervi fine, o a provarci fino al sequel successivo, ovvio. È di sicuro una Sposa con un pizzico di autocoscienza in più, ma dalla Sposa mutua il fatto di subire le decisioni altrui invece di prenderne di proprie. Tutto questo è ovviamente virato in chiave comica, sguaiata addirittura, come nella sequenza dell’albergo, dove i due bambolotti, “anatomicamente corretti”, concepiscono il figlio del film successivo.
Nelle intenzioni di Mancini, Bride of Chucky è una commedia romantica deviata, con al centro una relazione altamente disfunzionale e tossica: più che una parodia horror, è una neanche troppo velata satira di quelle commedie romantiche incentrate su un personaggio femminile che si innamora dello stronzo di turno e lo cambia attraverso l’amore.
Ma Chucky non cambia e Tiffay lo impara a proprie spese.
Come vedete, c’è parecchia carne al fuoco, anche se si tratta di un film che, nelle parole del suo stesso creatore, “abbraccia l’assurdo” e non se ne vergogna neanche un po’.
E, a pensarci bene, pur essendo un parto tipico dell’horror anni ’90, ne costituisce lo stesso un’anomalia. Non esiste un film che somigli, anche alla lontana, a La Sposa di Chucky: è il figlio strambo, un po’ queer, e casinista degli anni ’90. E noi gli vogliamo bene proprio per questo.

10 commenti

  1. Si può solo volere bene a qualunque cosa contenga (aha, visto cosa ho fatto?) Meg Tilly.

    1. Però lei è Jennifer! Meg la trovi in in altro post del ciclo sull’horror anni ’90 😅

      1. Il caldo mi fa sragionare.

  2. Adoro questo film. Sono riusciti a creare un sequel di una saga horror migliore dell’originale senza tradire quel che è sempre stato Chucky e mettendoci in tributo immenso a La moglie di Frankenstein. Stupendo!

  3. Alberto · · Rispondi

    Delizioso, e Jennifer Tilly è magnifica in carne, ossa e anche plastica. Adesso mi toccherà recuperare anche figlio, maledizione e culto (mi ero colpevolmente fermato ai primi due capitoli, oltre al reboot dell’anno passato).

    1. Guarda, secondo me Seed e Curse sono un po’ così così, ma Cult è una roba meravigliosa. A questo punto ho grandi aspettative per la serie tv prossima ventura.

      1. Alberto · · Rispondi

        Visto il Culto. Persino troppo sofisticato per il mio povero cervello a caccia di facili spaventi. Comunque divertitomi un mondo 🙂

        1. Il Culto è particolarissimo. Secondo me è proprio la rinascita di Chicky. Poi l’idea di metterci Fiona Dourif è geniale.
          Ci sarà anche lei nella serie, insieme a Jennifer TIlly. Credo che, nella testa di Mancini, dovrebbe essere un proseguimento ideale della sua timeline di Chucky.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Un gioiellino senza tempo che se la giostra con intelligenza e ironia fra i classici degli anni ’30 e il meglio (aggiornato al decennio successivo) degli anni ’80, con una Jennifer Tilly da applauso 👏👏👏👍

    1. Per fortuna che La Sposa ha una nutrita schiera di fan dai gusti impeccabili come noi!

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