Cinema degli Abissi: Deep Blue Sea 3

Regia – John Pogue (2020)

Lo so, questa settimana si vola altissimo sul blog, ma è estate, credo che per quest’anno le vacanze non ci saranno (e quindi continuerò a postare per tutto agosto, salvo imprevisti) ed è anche giusto proporre una programmazione un po’ più leggera; non credo ci sia niente di meglio, per iniziare il mese col piede giusto, di un film con gli squali, o con qualche bestiaccia. È tradizione annuale, ormai, che in sala esca almeno una di queste pellicole: The Shallows nel 2016, 47 Metri nel 2017, The Meg nel 2018 e Crawl l’anno scorso. Solo che lo sapete meglio di me in quale situazione versano i cinema e, mentre tutti aspettiamo con ansia il ritorno di Andrew Traucki ai suoi coccodrilli estuarini con Black Water: Abyss, in arrivo a giorni, ecco che la Warner ci fa un regalo davvero prezioso e sorprendente, ovvero un nuovo capitolo nella saga degli squali potenziati e super intelligenti cominciata nel 1999 da Renny Harlin.
E qui bisogna fare un passo indietro, perché sul blog siamo passati dalle innumerevoli magnificazioni del primo capitolo direttamente al terzo, lasciando un bel buco in mezzo.
Il motivo è che il secondo film, uscito nel 2018, era una cosa così imbarazzante che persino io, di solito indulgente quando si tratta di squali, non riuscivo a credere ai miei occhi: una specie di remake del primo, ma con gli squali toro al posto dei mako, con attori recuperati in qualche discarica ed effetti speciali che facevano rimpiangere uno Sharknado a casaccio.
Dopo un fiasco di tale portata, ho pensato che un franchise di Blu Profondo (fa un po’ ridere, anzi, fa sghignazzare scompostamente) sarebbe rimasto un’idea morta sul nascere. E invece dalle parti della Warner non si sono arresi, hanno cambiato regista e sceneggiatore, assoldato un ottimo montatore, e sono riusciti a confezionare un dignitosissimo film di puro intrattenimento con gli squaloni. Che io dico, cosa volete di più nell’agosto del 2020?

Deep Blue Sea 3 racconta di un gruppo di ricercatori, capitanati dalla dottoressa Emma Collins (Tania Raymonde), che si trova sull’isoletta di Little Happy per studiare il comportamento degli squali bianchi, che lì vanno a riprodursi, in seguito al cambiamento climatico. Ora, la piccola isola non ha più nulla di anche lontanamente happy, perché sta per scomparire sepolta dall’innalzamento dell’oceano, tutti gli abitanti se ne sono andati, tranne due irriducibili, e l’intera fauna marina è a rischio. A peggiorare la situazione, arrivano tre squali toro con un’intelligenza di gran lunga superiore alla media, e un piccolo esercito di mercenari con il compito di catturarli prima che raggiungano la maturità sufficiente a riprodursi.
Da dove provengano i tre squali è purtroppo materia dello sciaguratissimo secondo capitolo, ma non preoccupatevi, non avete alcun bisogno di vederlo: vi raccontano tutto in un dialogo che, in altre occasioni, avrei bollato come il classico riassunto delle puntate precedenti non necessario, ma qui torna utile per risparmiarsi l’agonia di quei 94 interminabili minuti. Credo ne fosse consapevole anche la troupe di Deep Blue Sea 3, per cui inserire la scena spiegone è stato un gesto di riguardo nei nostri confronti.

Com’è lecito aspettarsi, per far fuori tre squaloni dall’intelligenza abnorme, non sono sufficienti dei mercenari sommozzatori, che anzi, creano più problemi di quanti non ne risolvano. Toccherà infatti a Emma e ai suoi colleghi sventare la minaccia rappresentata da un superpredatore libero di causare danni irreparabili all’ecosistema e, allo stesso tempo, cercare di portare a casa la pelle.
Come vedete, la trama del film è semplice e lineare: ci sono i buoni, ovvero i ricercatori, e ci sono i cattivi, ovvero i militari, come nella migliore tradizione da The Abyss in giù, stupidi e carogne fino al midollo. Gli squali toro sono il fattore scatenante del conflitto tra due visioni opposte del problema ecologico, quella degli scienziati da un lato, e quella delle grandi corporazioni dall’altro, di cui i mercenari sono soltanto il braccio armato. Capisco che prendere sul serio un film che si intitola Deep Blue Sea 3 richiede un certo sforzo d’immaginazione, ma ho apprezzato molto il tentativo, anche se piuttosto superficiale (ma non è forse il genere di film a richiedere un certo grado di superficialità?), di inserire il film in un contesto, se non del tutto credibile, almeno attuale, rendendo parte integrante della vicenda la gravissima questione del clima.

Oltre a questa precisa volontà di ancorare il film a una problematica reale, che gli fa già guadagnare parecchi punti rispetto al suo predecessore, Deep Blue Sea 3 si distingue da molta robaccia appartenente alla sua stessa categoria per una caratteristica fondamentale, la competenza, che di solito è il minimo sindacale richiesto a un film, ma in questo caso le cose sono un po’ più complesse e sfumate, perché a partire più o meno dai tempi di Jaws 3D, i film con gli squali sono diventati sinonimo di sciatteria, povertà della produzione, errori marchiani che neanche al primo mese della scuola di cinema, bruttezza diffusa, fino a quando la Asylum ed epigoni vari non hanno fatto diventare tutta questa mancanza di professionalità nella gestione del film un marchio di fabbrica, un fatto voluto, e anche auspicato dai fan; Deep Blue Sea 2 andava proprio nella direzione Asylum, ma qui si è optato per un approccio diverso, un approccio, appunto, competente. In altre parole, Deep Blue Sea 3 è un film vero, non lo scimmiottamento di quel prodotto dell’ingegno umano noto come film.
Il budget è basso, e la cosa si vede, ma gli effetti speciali e, soprattutto, la CGI degli squali oscillano dall’ottimo di alcune sequenze all’appena sufficiente di altre, senza mai scivolare nel grottesco o nel ridicolo volontario; la fotografia è in linea con la maggior parte delle produzioni indipendenti americane, quindi è curata, così come la messa in scena; persino la recitazione di quasi tutto il cast funziona bene, forse perché hanno dei veri personaggi da interpretare, e non delle ignobili caricature; la location ricorda vagamente, ed è un gran bel ricordo, un Waterworld su minuscola scala: questo atollo artificiale assediato dall’oceano e dagli squali ricostruito per l’occasione in Sud Africa, non solo rappresenta un gradevole ammiccamento all’Aquatica del primo film, ma è anche una maniera brillante di restringere l’azione in un unica location senza che ciò renda evidente la scarsità delle risorse a disposizione.

Passiamo poi alla parte che più mi interessa, e no, non sto parlando delle abbuffate da parte degli squali, che a quelle ci arriviamo in conclusione: parliamo delle riprese subacquee, che non saranno dirette da Cameron, ma fanno lo stesso la loro figura perché girate in un vero ambiente marino, con della fauna (tra cui svariati tipi di squali) vera che nuota insieme al cast, aggiungendo un ulteriore tocco di realismo alla vicenda. Mi sembra sia da ammirare, in particolare per una produzione di questo tipo, la scelta di utilizzare una location naturale (una laguna a Cape Town) al posto di una piscina come sempre più spesso accade, o addirittura in totale assenza dell’elemento acquatico. Poi sì, ci sono alcune sequenze che evidentemente richiedevano un ambiente più controllato, ma ciò non toglie che tutti gli attori abbiano dovuto prendere il brevetto prima di cominciare le riprese e che le scene sott’acqua rappresentino la sezione più riuscita e spettacolare del film.

Che è comunque un tripudio di azione senza sosta, sgranocchiamenti over the top, decapitazioni acrobatiche, tuffi finiti malissimo, lunghe scene di combattimento corpo a corpo (ispirate, pare a  The Deep, così facciamo contento anche il mio amico Davide), una morte che richiama quella, credo, più famosa del primo, storico, Deep Blue Sea, e tre mostri dall’intelligenza diabolica e un morso da 48 kg per centimetro quadrato.
Insomma, io non so davvero cosa altro dire per spingervi a vedere Deep Blue Sea 3, a dispetto del titolo e della brutta eredità che si porta dietro. Logico che i film belli e importanti siano altri, ma non se ne avrà a male nessuno se dico che devo al signor Pogue un pomeriggio estivo di gran divertimento e sono qui pronta per un quarto capitolo.
Come postilla finale, devo ammettere che più di tutto il resto mi ha conquistata la presenza di un grande squalo bianco di nome Sally che è quasi un animale da compagnia della protagonista. Lì mi si è sciolto il cuoricino e Deep Blue Sea 3 è entrato di diritto tra gli horror migliori del 2020.
Scherzo.
Ma non del tutto.

9 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    già mi avevi convinta l’altro giorno, ora che ci hai dedicato addirittura un post non ho più scuse 😀 oggi parto con la maratona ‘squalesca’, verrò a riferire una volta finita 😀

    1. Sì, ma il secondo saltalo, devi volerti bene!

  2. Lo spiegone come gesto di riguardo nei confronti dello spettatore!

    1. “Guarda, spettatore, ho fatto un film di merda, una vera sciagura in immagini: ti giuro che il sequel è meglio, ma purtroppo devo legarlo al film precedente, però stai tranquillo, spettatore, non sei costretto a vedere lo scempio, te lo racconto in cinque minuti”.
      Questo si chiama essere cortesi, cavallereschi, quasi. 😀

      1. Davvero una cortesia d’altri tempi, quando essere sgarbati poteva essere un’onta indelebile su tutta la famiglia.

        1. E chi se lo sarebbe mai aspettato che gli autori di Deep Blue Sea 3 fossero dei tali gentiluomini.

          1. Eppure, nelle profondità degli oceani, vedi cosa esce fuori!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    OK, allora salto direttamente il secondo (considerata la cortesia dello spiegone misericordioso) e passo a questo 😉

    1. Sì, davvero, ve lo dico per il vostro bene 😀

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