Zia Tibia Va negli Anni ’90: Urban Legend

Regia – Jamie Blanks (1998)

Non mi è mai piaciuto più di tanto tanto il termine guilty pleasure usato per definire quei film che, non importa quanto siano considerati all’unanimità brutti, occupano comunque un posto di riguardo nell’elenco delle preferenze cinematografiche di chicchessia; il gullty pleasure è differente dall’altra etichetta appiccicata ai film pessimi il cui fallimento è così evidente, e in alcuni casi voluto, che fanno il giro e diventano belli: il guilty pleasure è una cosa sporca, di cui ci si deve un po’ vergognare, perché davvero, come fa a piacerti quella roba?
Ora, si dà il caso che a me Urban Legend piaccia proprio tanto, e non mi sono mai sentita in colpa per questo. Non è un film che necessita alcuna difesa d’ufficio in tribunale, sono molto conscia dei suoi difetti, degli odiosi stereotipi di cui è disseminato, degli innumerevoli elementi problematici in esso presenti, nonché di uno degli assassini più  improbabili di tutta l’ondata di slasher degli anni ’90. Diavolo, persino lo spunto, chiamiamolo così, “meta” è forzatissimo. Eppure, ogni volta che lo rivedo, mi inchioda allo schermo e lo seguo divertendomi come una selvaggia e senza sentirmi in colpa neanche un po’.

Dopo Scream, lo sapevi dal poster che film saresti andato a vedere: l’era delle locandine coi faccioni del cast di giovani promesse, quasi sempre di provenienza televisiva, ci ha accompagnato per anni, e ancora non si può dire sia finita del tutto, perché ogni tanto i faccioni rispuntano. Esteticamente non è mai stato il massimo, ma era molto utile per conoscere in anticipo il tuo destino di spettatore: stavi per vedere un clone o, a voler essere più gentili, un film prodotto sulla scia di.
Qui ne abbiamo discusso in svariate occasioni, ma un ripassino non fa mai male: lo slasher degli anni ’90 è diverso da quello del decennio precedente, nonostante sia evidente da dove abbia preso l’ispirazione di Kevin Williamson nello scrivere Scream. Una delle differenze più macroscopiche è che questi film ripescano dal Giallo e dal mystery la struttura da whodunit, parzialmente messa in naftalina dagli slasher anni ’80, quando le vere star sono diventate gli assassini mascherati.

Con Scream diventa canonico il meccanismo altrimenti noto come “sono tutti sospettati” (cit. il povero Randy) che consiste nel piazzare ogni tot minuti un campanello d’allarme su un determinato personaggio che, almeno fino a quando non viene fatto fuori, rientra nel novero dei papabili assassini, in un giro continuo di sospetti sviati e indizi messi un po’ alla come capita. Questo tipo di struttura è un pallino di Williamson, presente anche in una sceneggiatura che precede Scream di qualche anno, com’è quella di So Cosa Hai Fatto (sì, è uscito dopo Scream, sì, è stato scritto prima, no, non è un clone). Lo sceneggiatore di Urban Legend, Silvio Horta (in seguito showrunner e ideatore di Ugly Betty, e morto a soli 45 anni) prende questa struttura, la carica a pallettoni e la applica al suo film con la delicatezza di un panzer. Dal canto suo, il regista Blanks, che avrebbe regalato a noi fan adoranti l’ultima perla del ciclo post-Scream, ovvero l’imprescindibile Valentine, esaspera il tutto fino a rendere Urban Legend una pseudo-parodia di un filone nato da appena due anni. Purtroppo Valentine è del 2001, quindi non rientra in questa rassegna, con mio sommo scoramento.

In Urban Legend è tutto un rimbalzare di campanelli d’allarme da un personaggio all’altro: inquadrature sinistre con taglio di luce sulla faccia malvagia di un povero cristo che sarà ucciso da lì a tre minuti, armi del delitto ritrovate nell’ufficio di un irreprensibile professore (Robert Englund), Jared Leto che si aggira per il campus dove il film è ambientato, sparendo dalla circolazione per ampie porzioni del film e portando quasi un cartello sulla schiena che dice: “L’assassino potrei essere io. L’avete visto tutti Scream, o no?”; persino il custode dell’università lo fanno interpretare a quella faccia da cavaliere dell’apocalisse di Julian Richings, il cui personaggio si chiama “weird janitor”, tanto per non farci mancare niente. È tutto talmente allo scoperto che non si tratta più di smontare il giocattolo per vedere come funziona: qui ti danno direttamente le parti smontate del giocattolo e vedi un po’ tu cosa ci devi fare, perché non c’è più alcun giocattolo, e lo spettatore smaliziato ha già capito tutto in anticipo.

Salvo che non è così, perché l’identità dell’assassino è un piccolo colpo di genio, e non parlo dell’assurda vicenda su cui questa identità è costruita: su quella avrebbero potuto impegnarsi un pochino di più o anche non impegnarsi affatto, perché sappiamo tutti che non è necessario alcun movente per fare a fette i propri coetanei, basta essere psicopatici creativi. Il colpo di genio sta nella scelta dell’attrice e nella caratterizzazione del personaggio fino al momento della rivelazione.
Urban Legend è uno dei rarissimi casi in cui l’assassino è una donna, Rebecca Gayheart, che recita quei cinque o sei chilometri sopra le righe ed è, a seconda del vostro punto di vista, l’elemento che ti fa gettare il film nella pattumiera o quello che lo eleva al di sopra dei suoi colleghi cloni e riesce a conferirgli una personalità ben definita. Perché utilizzare un volto da soap opera come quello di Gayheart, farla passare per 90 minuti come l’oca del campus, e poi, con un colpo di coda magistrale, mostrarla al pubblico per quella che è, a me pare una mossa molto scaltra, atta anche a dimostrare che no, il giocattolo, se ci teniamo, esiste ancora e funziona ancora.

Per il resto, Urban Legend è, tra i vari slasher anni ’90, uno dei più violenti, con alcune sequenze di omicidio da incorniciare, lunghe e complesse, come quella che vede la dipartita di Tara Reid quando ancora non si era ridotta a comparire in ogni Sharknado da qui all’eternità, o la scena iniziale in auto, con cammeo di Brad Dourif, che io lo farei recitare in ogni film anche se solo per due minuti, e messa in scena della peggiore fobia della vostra affezionatissima: il sedile posteriore e il bagagliaio si controllano sempre, capito?
Urban Legend non è un guilty pleasure, è uno spasso continuo, con deliziosi ammiccamenti e sonore prese in giro allo stesso Williamson e al suo Dawson’s Creek, Joshua Jackson che giustamente finisce impiccato, una Danielle Harris che qui si riaffaccia all’horror dopo il quinto capitolo di Halloween e che poi non avrebbe più abbandonato il genere per tutto il resto della sua carriera, e persino un affettuoso omaggio a Pam Grier e al suo Foxy Brown.

Poi sì, la final girl è scialba e anonima, il bieco conservatorismo anni ’90 si prende il suo tributo quando la ragazza gotica viene prima dipinta come una sgualdrina e poi ammazzata senza troppe cerimonie poiché incautamente ha ceduto alle lusinghe dell’internet, signora mia; tira una brutta aria di rivoltante sessismo, e pure col razzismo il film colleziona parecchi punti fedeltà; di fondo, c’è questa idea di dipingere una generazione come un branco di sociopatici indifferenti al dolore altrui, ma senza l’umanità di un Craven. Quindi, sì, i difetti del filone Urban Legend ce li ha tutti e sono piuttosto pesanti, ma anche se non lo trovate divertente come la sottoscritta, rimane una sorta di capsula del tempo che ci racconta dell’horror che fu, ed è il più sincero e autonomo clone di Scream mai realizzato.

14 commenti

  1. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Devo dire che il tuo ciclo zio Tibia mi diverte sempre tantissimo: rispetto ai tuoi articoli “normali” non ho il piacere della scoperta (Geeeez, la “roba buona” che mi son visto per merito tuo in questi mesi di cui ignoravo l’esistenza! Grazie di cuore) però trovo spassoso come ti confronti con una materia -il film trash-cult-guilty pleausre d’annata- di per sè spassoso.
    Riguardo a Urban Legend: bhè , CERTO che è una goduria. Io credo che un’umanità che si nutra solo di Kieslowski , Altman, Chaplin sia un’ umanità BARBOSA. O nel nostro non-genere solo di Aster, Kent e Del Toro (ah, no…adesso Del Toro non va più bene! Egli si è venduto alle Major !111!!!11!!! Doveva fare tutta la vita il primo film !!!111!!! Mentecatti). Chiaro un’ umanità che guardasse solo gli Urban Legends sarebbe semplicemente decerebrata…
    La pellicola è una goduria per occhi e stomaco (cuore e cervello assenti giustificati) aggiungo, giocando sul termine “guilty” che personalmente la assolvo per tutto ciò che c’è di “tosssico” come sottotesto ideologico. Semplicemente perchè non c’è ideologia in roba di sto livello.
    Ne parlavamo tempo fa…E’ un po’ grave il “servizio” che fa un Silenzio degli innocenti a categorie tutt’ora discriminate. E’ grave perchè è un film SIA “autoriale” SIA “campione d’incassi”.
    Urban legend è una gara di rutti e scoregge. Non si può fare le pulci sull’ “etica nell’ opera artistica” alla gara di rutti e scoregge.
    Sì, miglior clone di Scream, senza dubbio.
    Sullo stesso Scream più passa il tempo più la sua importanza (che rimane alta) tendo a ridimensionarla.Proprio perchè a parer mio gareggia nello stesso campionato di “in the mouth of madness”. E in quel campionato al massimo arrivi secondo.

    1. Guarda, in certi giorni divento sentimentale, soprattutto in quelli che precedono due date, entrambe ad agosto, ovvero la nascita e la morte di Wes Craven, e ti dico che sì, forse hai ragione che In the Mouth of Madness è un film superiore (anche se, non lo so, ammetto candidamente di non avere la lucidità per giudicare), ma Scream ha avuto un ruolo diverso nella storia del genere, rispetto al capolavoro di Carpenter, quindi forse, non lo so neanche io se effettivamente gareggiano nello stesso campionato.

  2. E niente, questo l’ho sempre adorato anche io. Il momento “coca cola + menthos” mi fa sbellicare ma mai quanto il momento “annouannauei” in cui Jackson si prende tantissimo in giro. Detto ciò, dopo Urban Legend controllo anche io, SEMPRE, bagagliaio e sedile dietro, quindi altro che filmetto tanto per ridere.

    1. Quando parte la musica di Dawson’s Creek in macchina mi viene sempre da ridere, e avrò visto il film settecento volte, ma niente: rido come la cogliona che sono 😀

  3. Valentine non lo conosco proprio. Ho segnato il nome. A esser sincero, non ho mai visto nemmeno questo.

    1. Non so quanto tu potresti apprezzare questo genere di roba, sai? 😀

  4. anche a me è piaciuto, visto nel periodo in cui guardavo solo slasher LOL

    1. Eh, anche io ho avuto il periodo solo slasher nella mia vita 😀

  5. valeria · · Rispondi

    io sono un’altra che adora questo film! 😀 pensavo fosse piaciuto praticamente solo a me visto che, all’epoca della prima visione con un gruppo di amiche, i commenti più gettonati erano “ma che boiata”, “non si capisce niente”, “raga, lo cambiamo?” u.u (per la cronaca, ho poi saggiamente cambiato amiche XD)

    1. Hai fatto benissimo a cambiare amiche: chi non apprezza una serata di sano divertimento con Urban Legend va tenuto a distanza 😉

  6. Ottima recensione. Urban Legends è uno di quei film horror che vidi prima ancora di interessarmi al mondo del cinema (e in special modo dell’horror) e che riuscì a colpirmi in maniera positiva. E penso che ciò sia dovuto alla rivelazione dell’assassino. Una cosa che hai tempi mi sorprese e mi piacque tantissimo.

    1. Sì, quello è un vero colpo di genio, soprattutto per la scelta di casting.

  7. Giuseppe · · Rispondi

    Sì, decisamente un giocattolino che -al netto dei difetti elencati, innegabili- si difende ancora bene dopo oltre vent’anni (e mi metto tranquillamente nella moltitudine di chi, all’epoca, rimase spiazzato assai nello scoprire l’identità del colpevole) 😉

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