Cinema degli Abissi: The Beach House

Regia – Jeffrey A. Brown (2020)

Non so se ci avete fatto caso, ma capita sempre più spesso: si passa da periodi di magra in cui per riempire il palinsesto del blog devo fare i salti mortali, ad altri in cui i bei film piovono dal cielo e non si riesce a star dietro a tutti. Nell’arco di un paio di giorni sono usciti due horror, tra i migliori di questo strambo 2020, mentre pòèèlaltri ne stanno arrivando alla velocità della luce.
Il caso di The Beach House è, tuttavia, abbastanza particolare, perché si tratta di uno di quei film su cui è complicatissimo scrivere. Cercherò di evitare ogni forma di spoiler, per quanto mi è possibile, ma il mio consiglio è comunque di vederlo senza avere alcuna informazione in merito, avvicinarvi a questo oggetto misterioso completamente al buio, ma roba che non dovete neppure leggere la sinossi su IMdB. Già dice troppe cose. Di solito non sono il tipo da scandalizzarsi per lo spoiler, anzi me ne importa pochissimo. Ma qui non è questione di spoiler, è proprio la struttura del film a presentare una situazione di partenza volutamente ingannevole e poi a procedere lungo una strada del tutto inattesa. E quindi, per una volta tanto, beata l’ignoranza e, vi prego, cercate di non leggere nulla che parli, anche solo di striscio, di The Beach House. Compreso questo articolo.

Visto il film? Piaciuto? Bene, ora ne possiamo parlare.
The Beach House è l’opera prima di un location manager abbastanza quotato in quel di Hollywood: Jeffrey A. Brown ha passato gran parte della sua carriera a cercare i luoghi giusti per girare alcuni film molto famosi e nel frattempo ha diretto un paio di cortometraggi. A produrre il suo esordio troviamo (come campeggia, giustamente, in locandina) lo studio e il produttore responsabili di quel grandissimo film che è Take Shelter. Ve lo dico perché, nonostante molti paragonino The Beach House al recente The Color Out of Space, io è stato proprio a Take Shelter che ho pensato, quando hanno cominciato a scorrere i titoli di coda.
Entrambi i film, infatti, vanno a parare più o meno dalle stesse parti, sfruttano l’ambientazione in maniera molto intelligente ed estraggono il meglio da un cast ridotto (qui ci sono solo quattro attori) e isolato. La differenza sostanziale è che Take Shelter è un classico horror psicologico basato sulla paranoia, The Beach House è puro orrore cosmico di quelli che non lasciano scampo alla povera, minuscola razza umana, ma prima di scivolare in un territorio situato metà tra The Mist e La Casa sull’Abisso, The Beach House comincia come un imbarazzante dramma da camera e illude lo spettatore di poter prevedere con un ragionevole grado di approssimazione ciò che accadrà.

Una giovane coppia in crisi va a passare un fine settimana nella casa al mare del padre di lui, nella speranza di una riconciliazione: Emily (Liana Liberato) è un’ambiziosa studentessa di chimica organica, pronta ad andare a studiare le origini della vita sul nostro pianeta nelle profondità oceaniche; Randall (Noah Le Gros), al contrario, il college lo ha proprio mollato e ciancia di trasferirsi con Emily nella beach house del titolo a fare non si capisce bene cosa. Tra una discussione e un momento di tenerezza, i due si accorgono con sgomento di non essere da soli in casa: il padre di Randall, con cui il ragazzo non si parla, ha infatti prestato il posto per qualche giorno a una coppia di vecchi amici. I quattro, con tutte le dovute differenze di età e di mentalità, dovranno dividere la casa, con enorme imbarazzo da parte di Emily, e tanta superficiale faciloneria da parte di Randall.
Ora, è evidente che, con questa presentazione, ci si aspetta la più scontata minaccia interna, ovvero: i due simpatici signori nascondono qualcosa di strano; o anche: da una parola di troppo nasce una lite, dalla lite si arriva alla violenza e la beach house diventa un mattatoio.
E invece no, ed è qui che il film ti frega.

Perché non è uno slasher, non è un home invasion, i due adulti sono davvero brave persone e la minaccia arriva, ma tu guarda un po’, dal mare, sotto forma di una nebbiolina che prima rilascia delle tanto affascinanti quanto sinistre spore bluastre e luminescenti che, in breve, ricoprono tutta la vegetazione, e poi diventa tossica, ti fa soffocare e provoca mutazioni raccapriccianti nella fauna locale e nel corpo umano.
The Beach House ha l’accortezza di svolgersi a fine maggio, quindi fuori stagione: quasi tutte le altre case sono vuote, non c’è nessuno a cui rivolgersi quando la situazione precipita. La solitudine è totale e accresce il senso di impotenza di fronte alla repentina ribellione della natura; andando a sintetizzare al massimo il senso del film, lo si potrebbe racchiudere in una sola domanda: cosa succederebbe se, nel giro di una notte, le condizioni sul nostro pianeta non fossero più adatte a sostenere la vita così come noi la intendiamo? Da questo punto di vista, il territorio è quello dell’estrema precarietà delle nostre sicurezze, prima fra tutte quella di riuscire a respirare. Cose che diamo per scontate e collassano all’improvviso, portando allo scoperto la fragilissima impalcatura su cui abbiamo edificato la civiltà.

E così, tutti i discorsi fatti durante la cena che precede la catastrofe, acquistano un significato molto pesante, quasi da premonizione. Emily, che studia le origini della vita ed è consapevole di come tutto ciò che ci circonda e che sostiene la nostra presenza sulla terra sia frutto di complicatissime coincidenze, è una protagonista perfetta, perché è l’unica a capire davvero le implicazioni ultime del singolare evento verificatosi sulla spiaggia; in altre parole, lei sa che è arrivata l’apocalisse, e tuttavia lotta fino all’ultimo istante, aggrappata all’istinto di sopravvivenza, e condannata a restare in vita un po’ più a lungo degli altri, proprio in virtù delle sue conoscenze.
Una posizione niente affatto facile.
E pensandoci bene, Emily ha molte cose in comune con un altro personaggio femminile, protagonista di un altro horror abissale molto recente, ovvero Sea Fever. È una tendenza interessante da segnalare, quella di inserire donne scienziate in tanto horror contemporaneo. Ve la lascio qui come riflessione. Magari ci torneremo in futuro.

Da un punto di vista estetico, si vede che il lavoro di Brown è stato quello di location manager, perché c’è una cura minuziosa dell’ambientazione e soprattutto una profonda cognizione di come i luoghi in cui si svolge il film siano, anche loro, dei personaggi aggiunti. Brown li usa in maniera tale da creare un forte contrasto con l’atmosfera disperante della seconda parte del suo film. Una delle sequenze più estreme avviene in pieno sole, su una spiaggia dalla sabbia bianca, con l’acqua limpida e trasparente. Una vera e propria cartolina che fa da scenario a un incubo con tanto di dettagli espliciti da fare invidia ai body horror di Gordon.
È una contrapposizione molto efficace, resa ancora più stridente dalla fotografia dai colori caldi e dalla semplicità della messa in scena, che fa accadere anche le cose più atroci in modo quasi casuale, in questa fine dell’umanità che, come il suo inizio, è frutto di un caso su un milione.
Bestia strana, questo film: ti mostra come sia possibile raccontare l’apocalisse con quattro attori e un po’ di nebbia, senza catastrofi eclatanti, effettoni speciali da milioni di dollari, azzeccando in pieno tono e atmosfera. Se il nuovo orrore cosmico, che ammettiamolo, ha un po’ latitato negli ultimi anni, va in questa direzione, ho già prenotato un posto in prima fila per l’arrivo degli Antichi.

11 commenti

  1. Si può comprare il film, adesso, da qualche parte? Ho visto che su Amazon Prime e su Chili non c’è, su Amazon nemmeno…

    1. Ehm, no, al momento non è su nessuna di queste piattaforme.

  2. Capito. Leggerò l’articolo in futuro!

    1. Non guardare neanche il trailer! 😀

  3. Dove si può recuperare il film? Io per il momento sono fermo a “orrore cosmico”.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    No, come da tuo consiglio cercherò di non leggere nulla (compreso il post) a proposito del film… Anche se, in effetti, spiaggia e mare mi ricordano quel vecchio fumetto pubblicato su Lanciostory nel 1978 che ti avevo segnalato qualche tempo fa. In caso fossi poi riuscita a recuperarlo e a leggerlo, non anticiparmi se o quanto io possa averci visto giusto 😉

  5. Alberto · · Rispondi

    Dovresti scrivere in fondo agli ottimi articoli dove è possibile vedere i film di cui parli (tutte piattaforme legali ovviamente). Io ho mezzi risicatissimi per trovare un horror e ti leggo praticamente per la qualità della tua scrittura, sperando che tra qualche anno riuscirò a vedere i film che tu scopri oggi

    1. Purtroppo, in alcuni casi, non è possibile recuperare certi film se non per vie traverse. Se sono disponibili su qualche piattaforma cerco di segnalarlo, promesso! Grazie ❤

  6. Ho letto solo l’incipit e seguo il tuo consiglio. Tonerò a finire l’articolo una volta visto il film (spero in questi giorni a questo punto, perché mi hai trasmesso una curiosità non indifferente).

  7. SERGIO FAVILLA · · Rispondi

    Visto oggi. Che dire… sicuramente non è un brutto film, anzi, sono 85 minuti di tensione notevole. Però…. questa volta non condivido in toto il tuo entusiasmo. The beach house è una storia non particolarmente originale, ma comunque interessante. Purtroppo, secondo me, andava sviluppata meglio. Il rapporto con la coppia matura in nessun momento fa nascere il sospetto che sia “qualcos’altro” ; lo sviluppo narrativo è usuale, con situazione tranquilla/caduta nell’orrore/fuga/lei aiuta lui/finale senza pietà.
    Quello che manca purtroppo è una mano registica un pò più visionaria… avrei voluto più silenzi inquietanti che discorsi scientifici, più situazioni cupe e inspiegabili che riprese del fondale marino, un lavoro più alla Fulci o alla Bava (dove con due lire ti trasformavano la realtà quotidiana in qualcosa di incomprensibile) e meno banalità tipo occhi bianchi e vomito verde.
    Ho trovato una regia molto piatta, nessun guizzo, nessuna scena memorabile, un pò tutto già visto.
    Secondo me un’occasione sprecata.
    Meglio allora Color out of space, dove almeno la trasformazione organica è da vero orrore cosmico.

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