Shirley

Regia – Josephine Decker (2020)

“What happens to all lost girls? They go mad.”

Non è un biopic di Shirley Jackson, mi preme molto sottolinearlo, perché magari molti se lo aspettano, e sappiamo tutti l’effetto che fanno le aspettative deluse. Ecco, mettetevi anima e cuore in pace: Shirley non racconta la vita della più grande scrittrice della storia della narrativa horror, ma è opera di pura finzione, a sua volta tratta dal romanzo omonimo di Susan Scarf Merrel, pubblicato nel 2013 e, ma tu guarda un po’, inedito nel nostro paese. A parte Shirley Jackson e il marito Stanley Hyman, tutti i personaggi principali del film sono inventati. Se devo trovare un termine di paragone cinematografico, mi viene in mente The Hours, altro raffinatissimo gioco intellettuale tratto da un romanzo che ho letteralmente fatto a pezzi per quante volte l’ho letto, e che utilizzava un simile meccanismo nel mischiare elementi biografici con temi e personaggi presi dalle creazioni letterarie di Virginia Woolf.
Entrambe sono storie incentrate sull’atto dello scrivere, entrambe riguardano scrittrici segnate dai disturbi mentali e alle prese con consorti messi in ombra dal loro successo, entrambe ci dicono qualcosa su come le donne hanno vissuto e vivono il mestiere della letteratura. Ma nessuna delle due può essere, a ragion veduta, definita una biografia.

In Shirley, si immagina che il marito di Jackson, professore universitario, abbia invitato per un semestre un suo allievo e dottorando, incaricato di sostituirlo saltuariamente per delle lezioni; insieme a lui, c’è anche la giovane moglie incinta, Rose (Odessa Young). I due si stabiliscono a casa di Jackson proprio quando la scrittrice sta per cominciare il suo secondo romanzo, Hangsaman, anch’esso mai tradotto in italiano.
Considerando che Rose legge La Lotteria sul treno (racconto pubblicato sul New Yorker nel giugno del 1948), e che Hangsaman esce nel 1951, Shirley dovrebbe essere ambientato all’incirca nel 1949, mese più mese meno. Quando la giovane coppia si presenta alla porta di Shirley e Stanley, Jackson è già una scrittrice famosa, o meglio, è oggetto di un vero e proprio sensazionalismo legato al contenuto scabroso delle sue opere: oggi diremmo che La Lotteria ha avuto una diffusione “virale”.
È quindi logico che Rose ne subisca il fascino e che tra le due donne si instauri un rapporto molto complesso, che è poi il fulcro narrativo del film.

Nonostante (lo sottolineo un’altra volta, caso mai non fosse chiaro) Shirley non sia una biografia, cattura molto meglio di qualunque noioso e paludato biopic dei dettagli fondamentali della vita e della personalità di Jackson, in primo luogo il rapporto col marito, una figura estremamente ambigua perché se è vero che da un lato ha sempre incoraggiato Jackson a scrivere, dall’altro ha anche sofferto moltissimo di essere sminuito dal talento prodigioso della moglie. I più maliziosi dicono (e non riesco a dar loro torto) che Hyman tenesse molto alla carriera di Shirley soprattutto per un motivo: era lei a portare i soldi a casa e a permettergli quel tenore di vita da munifico intellettuale cui era abituato. Nel frattempo, mentre l’autrice se la vedeva con enormi problematiche di salute fisica e mentale, lui la tradiva in ogni circostanza possibile, oltre a farle una testa così perché non si occupava abbastanza della casa, non era abbastanza brava a pulire, cucinare e in tutte quelle attività tipicamente “femminili”.
Ecco, questo rapporto di reciproca dipendenza, con delle caratteristiche (da parte di Hyman) quasi parassitarie, è reso benissimo nel film, e ci restituisce il ritratto di una relazione tra le più tossiche mai viste al cinema in parecchi anni.

Ma il settore dove Shirley riesce meglio è la commistione tra realtà e fantasia o, per essere più precisi, tra realtà e scrittura, con la giovanissima Rose analizzata da Shirley al microscopio, soggiogata neanche fosse un roditore alle prese con un rettile, e poi messa senza pietà sulle pagine del romanzo che in quel momento Shirley sta portando avanti a fatica, tra immani sofferenze mentali causate da una creatività esplosiva e poco compresa e accettata a livello sociale.
Dopotutto, Jackson scriveva storiacce, era un’autrice di genere e la sua rivalutazione critica è giunta parecchi anni dopo la sua morte (avvenuta nel 1965 a soli 48 anni). Ai tempi, e al netto della fama generata da La Lotteria, era più che altro la moglie matta del professore, quella che non era possibile portare alle feste di facoltà, quella che suscitava imbarazzo e un po’ di timore nelle altre mogli. Come questo senso di isolamento riverberi in tutta la produzione di Jackson, fino a diventare il centro del suo ultimo capolavoro, Abbiamo sempre vissuto nel Castello, sarebbe materia di un post a parte, interamente dedicato a lei e ai suoi lavori, ma qui stiamo parlando del film, e quindi possiamo soltanto chiederci se la regista Josephine Decker sia stata in grado di renderlo in immagini. La risposta è sì, in parte grazie a una messa in scena molto particolare, dove la macchina a mano e l’uso del fuori fuoco ricostruiscono l’andamento ondivago di una mente vulcanica ma fratturata, in parte grazie all’interpretazione, al di là del prodigioso, di Elisabeth Moss, credo ormai matura per essere definita senza rischio di iperboli la miglior attrice vivente.

E non è da meno la giovanissima Young, classe 1998, già vista in Assassination Nation, che qui deve duettare ad armi pari con una specie di colosso della recitazione, e ne esce a testa alta, senza finire relegata sullo sfondo da una Moss che fa quasi paura, per somiglianza fisica e, soprattutto, profonda comprensione psicologica di un individuo complicato come Shirley Jackson.
Forse è proprio il personaggio di Rose ad avere l’arco narrativo più interessante del film: entra in scena come entusiasta e devota mogliettina ed esce frastornata, ma anche trasfigurata dal rapporto con Shirley, e non soltanto come fonte d’ispirazione per la protagonista di Hangsaman, ma come donna. Che penso, e spero, sia il destino di tante lettrici alle prese per la prima volta nella loro vita con i romanzi di Jackson. Almeno è stato il mio.

È evidente che Decker ha studiato e analizzato a fondo la produzione letteraria di Shirley Jackson: ha diretto il film come se fosse un suo racconto, rispettando ritmi e cadenze dello stile dell’autrice, traducendo nel linguaggio cinematografico il suo sguardo unico sul mondo, la profonda comprensione di come il terrore si annidi in ogni angolo del quotidiano, che è poi il tratto distintivo di tantissima narrativa horror americana (e non solo) successiva alla pubblicazione dei romanzi di Jackson. Tutto questo risuona in ogni inquadratura, lo stesso personaggio di Shirley sembra uscito dalle pagine di uno dei suoi racconti. Perché la portata visionaria dell’opera di Jackson non era un prodotto delle sue nevrosi, ma della prigione in cui un’intero sistema sociale aveva rinchiuso lei e tantissime altre donne come lei. E se Shirley, alla fine del film, rimane in un certo senso a Hill House, a continuare a scrivere, se Paula, nel romanzo Hangsaman, si suicida gettandosi dalla scogliera, almeno Rose è libera, quasi le due donne rappresentassero una versione semi-biografica di Eleanor e Theo.

Shirley potrebbe essere un ottimo punto di partenza per avvicinarsi alla narrativa di Shirley Jackson: se non la conoscete e ancora non avete letto niente di lei, ne resterete talmente ammaliati da procurarvi il poco disponibile nella nostra lingua (Adelphi, quando lo pubblichiamo Hangsaman?); se invece, come la vostra affezionatissima, la amate di un amore disperato e assoluto, questo film ve la farà sentire ancora più vicina, una sorta di sorella.
E quindi grazie, Josephine Decker, grazie Elisabeth Moss, grazie alla sceneggiatrice Sarah Gubbins, che mi hanno regalato il “mio” film del 2020. Probabilmente lo consumerò a forza di vederlo e rivederlo, proprio come ho fatto con The Hours.

11 commenti

  1. Bello, mi auguro di poterlo vedere. Mi interessa sopratutto il rapporto col marito, in che modo equilibri così delicati e complessi vengono messi in scena. Anche perché se Leaonard Woolf mi è sembrato leggendo anche il libro che ha scritto sul suo rapporto con Virginia, non un capolavoro imperdibile ma interessante, abbastanza tranquillo nel suo star un po’ in disparte o quantomeno aveva una vita sua, qui mi par di no. Lode a quelli dell’ Adelphi per aver pubblicato alcune sue opere.

    1. Leonard era una persona mite e capace di mettersi da parte. Stanley era un vanaglorioso pallone gonfiato. La differenza è tutta lì.

  2. […] IlGiornoDegliZombi una dettagliata – e intrigante – recensione a Shirley, film noBioPic ispirato […]

  3. Jena Plissken · · Rispondi

    Alè. E’ merito tuo se ho visto the Haunting of Hill House di Flanagan,a proposito di Shirley. (Normalmente non guardo le serie). Molto bene.

    1. Ma The Haunting of Hill House non è una serie: è un film di 10 ore 😀

      1. Stefano69 · · Rispondi

        Adoro Shirley Jackson, quindi un film del genere non me lo posso proprio perdere: la recensione poi mi ha proprio elettrizzato! Spero che venga presto distribuito in Italia, in qualsiasi modo!

  4. La Moss ormai non la ferma proprio più nessuno. Non vedo l’ora di vedere anche questo.

  5. Giovanni De Feo · · Rispondi

    La bava vera… non vedo l’ora.

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Ottima scelta quella di non ridurre il film a un classico biopic, laddove noia e didascalismo l’avrebbero quasi certamente fatta da padroni, con l’aggravante di non riuscire cogliere quegli importantissimi dettagli della sua vita e personalità. E, va da sé, ottima la scelta delle protagoniste Moss e Young… Venisse distribuito anche da noi, Shirley potrebbe fungere da stimolo per pubblicare quello che di Shirley Jackson è rimasto inedito in Italia, o almeno è questo che spero (ma non vorrei illudermi prima del tempo).

    1. Dato che li pubblica Adelphi, una delle pochissime case editrici di cui mi fido ciecamente, credo che piano piano li vedremo arrivare tutti, i romanzi di Shirley.

  7. […] scrittrice Shirley Jackson e al biopic diretto da Josephine Decker – leggete cosa ne scrive Lucia per farvi un’idea – dove un personaggio fittizio è interpretato da Odessa Young, la […]

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