Tanti Auguri: 40 Anni di Venerdì XIII

Regia – Sean S. Cunningham (1980)

I miei lettori di vecchissima data forse si ricordano che, circa sette anni fa, mi sottoposi alla visione, nell’arco di un paio di giorni, dell’intera saga di Venerdì XIII, remake compreso, per scrivere uno specialone in due parti in occasione di Halloween. E di sicuro sanno anche che non nutro una particolare predilezione per il capostipite: credo gli siano di gran lunga superiori il secondo film, diretto da Miner, e il quarto, di Joseph Zito. Eppure questo B movie a basso budget che sabato ha compiuto la bellezza di 40 anni (esce negli Stati Uniti il 9 Maggio del 1980) ha cambiato la storia dell’horror come pochissimi altri film, prima e dopo di esso. Se Halloween ha impostato le regole dello slasher, Venerdì XIII lo ha reso una formula replicabile all’infinito, ha fornito l’ambientazione più consona al filone, e ha fatto diventare il cinema dell’orrore una faccenda seriale. Al che voi mi direte che quest’ultimo punto è discutibile, perché l’horror, dai tempi della Universal e passando per la Hammer, è sempre stato seriale. Si tratta, tuttavia, di un concetto di serialità molto diverso, sia per quanto riguarda i mostri degli anni ’30, che i gotici della Hammer degli anni ’60. Con Venerdì XIII nasce quello che oggi viene chiamato franchise, tanto che il primo sequel di Venerdì XIII è concepito in anticipo anche su quello di Halloween. I film della Universal hanno anticipato di parecchio tempo la nozione di universo condiviso, ma i vari seguiti riprodotti in rapida successione, come una gigantesca catena di montaggio dell’orrore, sono una novità figlia di Pamela Voohrees, destinata a proliferare per tutti gli anni ’80, arrivare ai giorni nostri e uscire persino dall’ambito dell’horror.

Quando un film è in grado, da solo, di creare tutto questo, non lo si può liquidare per il dozzinale spettacolo di macelleria che in parte è. Non è neanche una questione di incassi: tanti film incassano uno sproposito e poi ce li dimentichiamo dopo una settimana; Venerdì XIII è uno dei marchi più riconoscibili della storia del cinema, a prescindere dal genere. Tutti ne hanno sentito parlare, tutti ne hanno visto almeno un capitolo, tutti conoscono Jason, il bamboccione, mi perdonino i Beatles, più famoso di Gesù Cristo; un’icona che, per numero di film all’attivo, è in testa a tutti i suoi colleghi, Michael e Freddy compresi, ed è riuscito a diventare una star apparendo nel primo film per una manciata di secondi, tanto da diventare l’oggetto di un meta scherzo nel meta slasher per eccellenza, ovvero Scream, quando la povera Casey sbaglia la risposta alla domanda su chi sia l’assassino di Venerdì XIII, rispondendo, con sicurezza matematica, che si tratta di Jason.

E io credo che, a 40 anni di distanza dal suo arrivo nelle sale, sia il caso di prendere questo film sul serio. Siamo tutti consapevoli che non è un gran film: non ha la classe adamantina di un Halloween, e neanche le sottigliezze di un Black Christmas, ma è la perfetta incarnazione del concetto di slasher: dal 1980, nonostante tutte le destrutturazioni, le parodie, le revisioni delle regole e le riflessioni sul genere, la struttura dello slasher è rimasta identica a quella messa in scena da Cunnignam nel 1980, e i motivi sono presto detti: era facile da replicare, facile da seguire e di immediata identificazione da parte del pubblico.
Quello che in Halloween era appena abbozzato, perché a Carpenter non interessava più di tanto stabilire una correlazione tra comportamento disinibito e morte, con Venerdì XIII diventa l’ossatura del filone, le famose regole poi ribadite da Randy in Scream. Lo slasher assurge a genere punitivo e reazionario per eccellenza, quello dove killer puritani si accaniscono su giovani gaudenti per far pagare loro i peccati commessi.

L’assassino non è più il Male puro e incontaminato, non agisce più senza motivo; ora è una signora che si vendica per la morte di suo figlio, causata dalla disattenzione dei sorveglianti del campo, impegnati a flirtare invece di badare ai bambini; in seguito, lo stesso Jason tornerà dal regno dei morti (ma è mai morto veramente?) per proseguire nell’opera di pulizia della sua mamma; e la morale è molto schematica: se fai sesso muori, se bevi o ti droghi, muori, se ti diverti, muori.
Non a caso, la final girl del primo Venerdì XIII, Alice (Adrienne King) è l’unica del gruppo che se ne vuole andare, che non sembra spassarsela come gli altri; è l’unica a non mostrare interesse per il sesso, a respingere le attenzioni di tutti i maschietti del campeggio; addirittura, viene fermata da una folata di vento che spalanca la porta della baracca dove si trova, prima che possa togliersi la camicetta nella singolare partita a “Strip Monopoly” disputata insieme agli amici, quasi una forza di origine soprannaturale l’avesse bloccata giusto in tempo. È una sequenza cui di rado si fa caso, perché di semplice raccordo tra un omicidio e l’altro, ma è rivelatrice delle intenzioni di Cunningham.

Venerdì XIII nasce perché esiste Halloween, ma lo supera a destra in brutalità, lo priva delle complicazioni relative al personaggio di Michael, punta tutto sulla resa esplicita degli omicidi e, come spesso accade nel passaggio tra gli anni ’70 e gli anni ’80, la butta giù semplice. Via ogni elucubrazione sul concetto di Male, via tutta quella roba noiosa e astratta sulla forma pura del terrore, sull’Uomo Nero e la sua nemesi razionale; via anche l’eleganza stilistica, la tensione che precede un attacco. Qui tensione non ce n’è: le morti sono rapide e violente, i personaggi interscambiabili, neanche è necessario conoscere i loro nomi; sono corpi da sacrificare sull’altare della spettacolarizzazione, pezzi di carne da smontare, saggi di bravura di un Tom Savini agli esordi; e non parliamo poi della componente politica presente in un film come Black Christmas: dritta nella spazzatura. Venerdì XIII è un film fatto di nulla e sul nulla.
Eppure funziona, funziona ancora dopo 40 anni. Il che ha dell’incredibile, se ci pensate.

Un film che copia l’idea centrale da Halloween, la musica un po’ da Psycho e un po’ da Lo Squalo, il finale da Carrie e il suo colpo di scena, ancora, da Psycho (ma non è Norman Bates il nonno di tutti gli slasher?), riesce a essere un’opera originalissima, che a sua volta genera una quantità pressoché infinita di fotocopie. Persino gran parte dei seguiti di Halloween sembrano essere un parto di Crystal Lake e non della mente di John Carpenter, soprattutto dopo il flop del terzo film. Non esiste un solo slasher al mondo che non sia stato in qualche modo influenzato da Venerdì XIII.
Per questo dico che conviene prenderlo sul serio, un film così: nella sua semplicità, voluta e ricercata da Cunningham, che sarà pure un regista di seconda fascia e un produttore più furbo che geniale, ma non è l’ultimo degli imbecilli, è un gioiello narrativo. Ha la potenza senza tempo del racconto accanto al fuoco, è un qualcosa di ancestrale, cui il nostro inconscio non può fare a meno di rispondere ogni volta; in altre parole, è universale, e continuerà a esserlo per i prossimi 40 anni, continuerà a fare da modello per altre centinaia di slasher. È il grado zero del cinema dell’orrore: ti può piacere e lo puoi disprezzare, ma difficilmente lo potrai ignorare.

7 commenti

  1. Alberto · ·

    Tutto sommato, Venerdì 13 forse non meritava un post così puntuale e appassionato 🙂 (è anche vero che, per noi poco più che adolescenti dell’epoca, differenze tra questo e Halloween non ce n’erano, mettevano strizza tutti e due e tanto bastava).

    1. No, secondo me lo merita, perché è un film troppo importante per la storia del genere. Sono quei film che restano nella memoria degli spettatori per sempre.

  2. film mui carino
    molto vintage^^

  3. Non ricordo se era il primo o il secondo con l’inquadratura lunga e insopportabile della testa… Oì che la prima volta mi aveva terrorizzato però

    1. La testa mummificata della mamma, dici? Era il secondo!

  4. Giuseppe · ·

    Sì, i tuoi lettori di vecchissima data se la ricordano la maratona Venerdì XIII di sette anni fa 😉
    Quanto al capostipite Venerdi XIII non si tratta di un gran film, vero, com’è vero che il secondo e il quarto capitolo gli sono assai superiori, ma gli va riconosciuto l’innegabile ruolo di “padrino” dello slasher per tutti gli anni di lì a venire…

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