The Lodge

Regia – Severin Fiala, Veronika Franz (2019)

Ai tempi di Goodnight Mommy, devo ammetterlo, ero rimasta perplessa: è uno di quei film che ho iniziato a guardare tante volte, e poi ho interrotto e ripreso causa abbiocco sopraggiunto più o meno intorno alla mezz’ora. Non ho mai pensato fosse un brutto film, anche perché è una cosa che, ormai, penso di rado, ma proprio non era per me. E tuttavia, la prima prova in lingua inglese del duo di registi austriaci dietro Goodnight Mommy avrei tanto voluto vederla in sala, se non fosse che i cinema italiani hanno tenuto il film sì e no una settimana e me lo sono perso. Ora che sono riuscita, finalmente, a recuperarlo, rimpiango davvero di non aver fatto in tempo, all’epoca (era solo gennaio, ma pare un’eternità), perché credo che su grande schermo il suo effetto sarebbe decuplicato. Ma la cosa importante è averlo visto e poterne, di conseguenza, parlare qui, perché si tratta di un horror molto pregevole, una sorta di episodio allungato di Tales From the Crypt, ma diretto come un horror d’autore. Purtroppo è leggermente penalizzato da una somiglianza, solo di carattere estetico, con Hereditary, paragone perso in partenza, ma anche abbastanza inutile, dato che si va a parare da tutt’altra parte. Essendo ormai un film di quasi sei mesi fa, vi avviso subito che ci saranno numerosi SPOILER e quindi, se ancora vi manca, il consiglio è smettere di leggere ora.

Me lo sono immaginato tutto narrato dalla voce fuori campo di Zio Tibia, The Lodge e farebbe un figurone, ne sono sicura, perché ha una storia che calza a pennello coi durissimi e punitivi contrappassi che i vari guardiani di tombe e cripte infliggevano a personaggi dalla morale discutibile. Qui ci sono due bambini a subire l’atroce risultato delle loro azioni malvagie, e questo rafforza anche di più la struttura da fumetto macabro del film. Il fatto che lo stile cozzi con la struttura è solo in apparenza un fattore straniante: lo straniamento rende ancora più piacevole l’esperienza e aiuta l’immersione dello spettatore che, se è un minimo attento, capisce quasi subito cosa stanno combinando i due insopportabili marmocchi nella baita del titolo e tifa per una loro fine, possibilmente dolorosa, per quasi due ore.
Nota interessante: co-produce la rediviva Hammer, che si è fatta un logo molto simile a quello della Marvel, solo che al posto dei supereroi, ci sono i vampiri. Trovo delizioso che The Lodge sia legato al nome della Hammer, perché, proprio come i migliori film prodotti dallo studio inglese negli anni ’60, è sottilmente eversivo, finge di essere un oggetto serioso, dal ritmo lento, una meditata e sofferta analisi dell’elaborazione del lutto, quando invece, se se coglie il lato ironico, è una sorta di pupazzo a molla che scatta di notte e comincia a ridere.

Anche Goodnight Mommy era un po’ così, ma mi sembra che qui il duo di registi abbia trovato la quadratura, abbia sistemato e oliato qualche meccanismo che ancora si inceppava e abbia anche buttato alle ortiche qualunque velleità di raccontare una vicenda dalla logica ferrea, sghignazzando in faccia a quelli che rompono le palle al prossimo coi “buchi di sceneggiatura”.
The Lodge racconta di due fratelli, Mia e Aidan (Jaeden Martell) che hanno da poco perso la madre, suicida dopo essere stata lasciata dal marito per un’altra donna, Grace, molto più giovane. Il papà non ha proposta migliore che passare il natale tutti insieme, matrigna Grace compresa (interpretata da una sempre più convincente Riley Keough), nella baita in montagna di famiglia. Ancora meglio: lui se ne andrà per qualche giorno per motivi di lavoro, e lascerà i pargoli con Grace, affinché stabiliscano un legame. Ed è subito premio “padre dell’anno 2019”. Ma anche marito dell’anno ci sta tutto.
Grace ha un passato burrascoso, immediatamente appreso dai due ragazzini dopo una breve ricerca su internet: è l’unica sopravvissuta al suicidio di gruppo di una setta religiosa, ed è mentalmente poco stabile. Perché non approfittarne?

The Lodge parte con tutti i crismi dell’horror soprannaturale a sfondo religioso: la famiglia di Mia e Aidan è dipinta con dei tratti molto vicini al bigottismo: Mia è disperata perché sua madre, che si è tolta la vita, andrà all’inferno, la baita è disseminata di quadri e simboli cristiani, i due bambini pregano a tavola prima di cena, sotto lo sguardo un po’ sbigottito e preoccupato di Grace, che con la religione non ha, per forza di cose, un rapporto molto sereno. Quando il padre dell’anno se ne va e li lascia soli, il film sembra prendere una piega prevedibile: infestazione del fantasma vendicativo della defunta madre; poi cambia marcia e ci ritroviamo in una puntata di The Twilight Zone, e infine, rivela la sua vera anima sardonica con un colpo di scena che colpo di scena non è, perché non vuole esserlo, non vuole lasciare lo spettatore in preda allo sbalordimento, vuole raccontare, al contrario, fino a che punto si può spingere una mente con delle fragilità prima che si rompa, e quale prezzo si paga per aver voluto giocare con la sanità mentale altrui.

È tutto un bello scherzo, fino a quando qualcuno non si ritrova con un bel buco in fronte. Draconiano e punitivo come un fumetto del Guardiano della Cripta. Non lo sentite ridere sotto i baffi?
Vi diranno che l’architettura dello scherzo messa su dai due ragazzini è troppo barocca e arzigogolata per funzionare narrativamente, vi diranno anche che il film difetta in logica e che loro non ci sarebbero mai cascati. Ma forse non hanno mai vissuto con un paranoico ossessivo a cui, da un giorno all’altro, viene tolto il supporto offerto dalle pillole o con la vittima di un trauma obbligata da due piccoli delinquenti a rivivere, in uno spazio chiuso e senza vie d’uscita, quello stesso trauma quotidianamente.
E qui è molto interessante notare come i registi manipolano l’empatia di noi che guardiamo, come tutta la prima parte del film è costruita per rendere Grace una figura non vista, se non attraverso dei vetri appannati, e minacciosa, mentre poi, dal momento in cui il padre va via, entriamo nella sua testa e non ne usciamo più, e dei due orfanelli non ce ne freghi più niente, e anzi, speriamo che la smettano di torturare quella povera donna o che muoiano prima di danneggiarla in maniera irreversibile.

Perché Zio Tibia ci insegna che non esiste dolore che giustifichi una tale crudeltà, e sempre lui ci insegna che arriverà  qualcuno a presentarci il conto delle nostre cattive azioni. Che si tratti di un cadavere resuscitato, di un mostro uscito dai liquami tossici o di una matrigna che ha perso la ragione, non ha molta importanza. Ha importanza che quel conto arrivi, e non faccia alcuna distinzione poetica basata sulla nostra giovane età o sul nostro, comprensibile, risentimento nei confronti di un genitore che prima ha abbandonato nostra madre, e poi ci ha lasciati soli con una persona che disprezziamo e a cui diamo la colpa di tutto.
Alla fine, non ci sono buchi di sceneggiatura in una fiaba macabra, se si accetta la sua natura di fiaba e non di opera realistica, una favola in cui i ruoli sono ribaltati, la matrigna è buona e gli orfani sono cattivi, ed è ribaltata anche la morale comune. Non si tratta di un film dove vanno cercate la sceneggiatura di ferro o la trama inattaccabile: si tratta di una parabola, e come tale va letta.
E quindi continuerò a seguire la carriera dei due austriaci con molto interesse e grande curiosità, sia che continuino a lavorare in Austria sia che si spostino negli Stati Uniti e in UK: la sensazione è che abbiano ancora parecchie cose da dire e non abbiano ancora finito di sviluppare il loro potenziale.

8 commenti

  1. Non esagero quando dico che sono andata al TFF dell’anno scorso calibrando i giorni e gestendo le programmazioni così da poter vedere The Lodge e sono stata ripagata con una cosa cattivissima, adorabile. Non avevo colto il paragone con le storie di Zio Tibia (sì, l’ho visto su schermo grande ed ero troppo impegnata a gustarmi le immagini e la terribile serietà del tutto) ma, diamine, a pensarci bene ha un’ironia sfacciata tipica di quel genere di opere.

    1. Sì, perché pare proprio di sentire qualcuno che sghignazza sullo sfondo. E questa componente c’era anche in Goodnight Mommy, secondo me.

  2. Un horror stupendo e con delle atmosfere incredibili, che riescono a creare un senso di straniamento e solitudine, sentimenti che poi prova anche la povera protagonista. Comunque sì, quei due bambini sono il male personaificato. E a questi due registi non piacciono i bambini per niente XD

    1. Fottuti marmocchi di merda 😀

  3. Premio padre del millennio direi io. E premio anche dei bambini più meritevoli di morire tra atroci sofferenze di sempre (anche se bisogna dire che comunque sono un po’ “obnubilati” dall’aver perso la madre in quel modo e dall’avere quel tipo di padre…). Comunque anche a me è piaciuto, al netto delle fin troppo citazioni che un po’ ne rovinano la visione complessiva.

    1. Sì, i bambini, un po’ per la loro giovane età (ma la piccola è più comprensibile del grande, vera mente dietro all’operazione), un po’ per il lutto subito hanno le loro giustificazioni. Ma sempre piccole merde sono. Il padre è semplicemente inqualificabile.

  4. Giuseppe · ·

    Visto che ancora mi manca, ho prudentemente smesso di leggere dopo “SPOILER”… 😉

  5. Andrea · ·

    Bello davvero,cattivo e implacabile..hai notato come ultimamente tre dei ragazzini di IT abbiano recitato in altrettanti ottimi horror..the Prodigy lo scorso anno con il bambino che interpretava Georgie,The Turning da te recensito con l’ottimo Finn Wolfhard(ho scritto bene?) e per finire il bellissimo Gretel & Hansel con la superlativa Sophie Lillies..non poteva dunque mancare Jaiden Martell all’appello!

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