L’Uomo Invisibile

Regia – James Whale (1933)

Questa doveva essere la settimana del nuovo Uomo Invisibile, quello della Blumhouse e primo tentativo di far ripartire da zero il Dark Universe. Purtroppo, a causa della psicosi collettiva che ha portato alla chiusura di diversi cinema, soprattutto al Nord, la distribuzione del film è stata bloccata e noi siamo tutti un po’ più tristi. Sapete meglio di me che, quando viene rimandata un’uscita in sala a data da destinarsi, non si sa mai come andrà a finire: i film da far arrivare nei cinema si affastellano, si crea una sorta di effetto a imbuto, ci sono programmazioni fatte addirittura con anni di anticipo, soprattutto per i blockbuster, e L’Uomo Invisibile rischia davvero di sparire dalla circolazione senza vederla neanche di sfuggita, una sala.
Per consolarmi, ho voluto rivedere il capolavoro di James Whale del 1933, prima e ancora imbattuta trasposizione del romanzo omonimo di H.G. Wells. E vi assicuro che, al solito, è stata un’ottima consolazione, perché qui, quando si parla di Whale, si tace e si venera. A differenza di altri grandi maestri e pionieri del cinema universalmente riconosciuti, Whale viene sempre relegato in un angolino e poco celebrato. E invece basta dare un’occhiata a gran parte della sua filmografia, sia gli horror sia le commedie sia i melodrammi, per rendersi conto di come la sua messa in scena fosse incredibilmente moderna, tanto che un’opera come L’Uomo Invisibile è godibile ancora oggi, e al netto dei dettagli datati (ha quasi 90 anni sul groppone), invecchiata benissimo, persino per il reparto effetti speciali.

Uno dei motivi per cui, a parte l’abilità di Whale, L’Uomo Invisibile risente del tempo trascorso meno di altri film del periodo, è che si tratta di uno degli ultimi ruggiti di un cinema ancora libero dal Codice Hays, che sarebbe entrato in vigore l’anno successivo, coinvolgendo anche la Universal e i suoi film di mostri nell’ondata di puritanesimo imposto a Hollywood. Whale è sempre stato molto bravo ad aggirare le regole del Codice (se volete, nel mio post su La Moglie di Frankenstein, c’è un assaggio del suo atteggiamento nei confronti dei censori), ma L’Uomo Invisibile è un esempio perfetto di cosa era possibile fare ai tempi del Pre-Code, quel pugno di anni compresi tra il 1930 e il 1934 in cui il cinema americano si beo nell’illusione di poter mettere in scena qualunque fantasia, in preda a una vera e propria ubriacatura a base di violenza, comportamenti inappropriati, allusioni sessuali neanche troppo velate e, soprattutto, personaggi moralmente ambigui.
Credo che “moralmente ambiguo” sia una definizione abbastanza corretta per L’Uomo Invisibile, se non addirittura riprovevole. Persino oggi, un film così potrebbe scandalizzare qualcuno a causa della assoluta leggerezza e dell’ironico divertimento con cui Whale mette in scena un climax di aggressione, ricatto, omicidio e infine strage, tutto nell’arco di 72 minuti, tutto commesso dal nostro protagonista mentre canticchia gioviale e ride come il pazzo furioso che è.

Andiamo tuttavia con ordine e partiamo dalla trama del film, per chi non ne fosse a conoscenza: il dottor Griffin (Claude Rains) scopre un metodo per rendersi invisibile, ma non riesce più a rimaterializzarsi. Decide quindi di nascondersi in campagna e lavorare a un antidoto. Solo che qualcosa va storto; i villici del paesino dove si è rifugiato lo fanno arrabbiare con le loro ignoranza, mancanza di rispetto per il suo lavoro, propensione al pettegolezzo e generale sgradevolezza. E così, L’Uomo Invisibile, da geniale ma tutto sommato mite scienziato, si trasforma in un genio del male: “An invisible man can rule the world. Nobody will see him come, nobody will see him go. He can hear every secret. He can rob, and rape, and kill!”. La colpa, tuttavia, risiede proprio nel preparato assunto da Griffin, che lo rende pazzo.
I lettori avranno notato subito delle discrepanze con il romanzo di Wells, dove Griffin è un testa di cazzo già in partenza e non lo diventa per qualche effetto collaterale di una qualche molecola contenuta nel composto chimico per l’invisibilità.
Pur essendo il periodo disinibito e un po’ folle del Pre-Code, erano comunque gli anni ’30 e presentare un protagonista totalmente amorale poteva costituire un problema, persino per Whale. Ma è anche interessante notare cosa faccia scattare in Griffin la molla scatta quando si trova a contatto con i bifolchi. Non è poi tanto assurdo pensare che si tratti degli stessi bifolchi armati di forcone pronti a perseguitare e uccidere il mostro del Frankenstein del ’31.
E questo, insieme all’invenzione del cosiddetto “camp”, è un tratto distintivo di tutta l’opera di Whale: un rifiuto ostentato per la psicologia delle folle inferocite, un disprezzo tale da renderci quasi simpatico un pluriomicida invisibile in pieno delirio di onnipotenza.

Oltre che la genialità di Whale, dobbiamo ringraziare Rains per il ritratto di un villain così carismatico (roba che Joker, levati proprio): senza quasi mai mostrare il proprio volto, se non negli ultimi secondi prima dei titoli di coda, Rains costruisce un’interpretazione a partire dal tono della voce e da una gestualità spiccatissima, particolarmente aggraziata e, allo stesso tempo, intimidatoria. Non è un caso se fu questo ruolo ad attirare l’attenzione degli studios su di lui, e se Rains sarebbe diventato uno dei più importanti e premiati caratteristi della sua generazione.
Tra i grandi outsider della filmografia di Whale, devo ammettere che il primo posto nel mio cuore lo occupa ancora il Dottor Pretorius di Ernest Thesiger, ma subito dopo arriva il Griffin che si toglie le bende davanti ai campagnoli infuriati e comincia a ballare e a ridere, per poi strangolare un poliziotto, rubare una bicicletta e rovesciare la carrozzella di un neonato.
Ah, il cinema prima del Codice, quale inusitata gabbia di matti!
Whale, artista dall’enorme sensibilità e dotato di umorismo sottile, qui punta molto sul sensazionalismo delle immagini, mentre sottobanco si diverte a giocare con i linguaggi e a contaminare tra loro i generi, commedia, fanscienza, suspense, horror, presenti spesso in una stessa sequenza, con la consapevolezza, tipica di Whale, che il confine tra raccapriccio e risata liberatoria è più labile di quanto si creda.

Gli effetti speciali devono aver causato un bel po’ di ricoveri in svariate strutture psichiatriche per i tecnici coinvolti. La sfida non era tanto rappresentata dal far muovere oggetti e vestiti: per quello c’erano e ci sono sempre stati i cavi; il casino era mostrare Griffin che si toglieva le bende, di fronte agli sgomenti campagnoli, per rivelare che, al di sotto di esse, non c’era nulla. Rains, che soffriva anche di claustrofobia, dovette recitare con una tuta integrale completamente nera davanti a uno sfondo di velluto nero; una volta filmato il plate a parte, le due inquadrature venivano sovrapposte, ed ecco lo spogliarello integrale dell’Uomo Invisibile. Un procedimento che non è poi così distante dal moderno green screen, ma ai tempi costava molta più fatica e molte più gastriti.
Eppure, nonostante stiamo parlando di un film avviato verso il secolo d’età, gli effetti fanno la loro gran bella figura ancora oggi. Come si dice in gergo, è evidente la volontà della produzione di inserire nel montato finale quanti più money shot possibili, per far strabuzzare al pubblico gli occhi, ricolmi di incredulità.

Mi sarebbe piaciuto essere uno spettatore dei primi anni ’30, entrare in una sala gremita e assistere a una scena come che vi ho appena raccontato. Deve essere stato ancora più forte che vedere i dinosauri prendere vita nel ’93.
Non è nostalgia, la mia. È il desiderio di vedere la storia del cinema horror muovere i primi passi sotto i miei occhi, di esserci all’alba del nuovo mondo di demoni e dei di cui Whale ha posto le fondamenta quasi 90 anni fa, e con modalità espressive differenti, mezzi tecnici nuovi, altre storie (ma neanche troppo) da raccontare, dura tutt’ora e, non ho il minimo dubbio a riguardo, durerà fino a quando durerà il genere umano.

18 commenti

  1. Blissard · ·

    Wow!
    Avrei giurato che a questo film avevi già dedicato un post, ma del resto avrei anche giurato di averlo recensito anche io e invece nada.
    Gran voglia di rimetterlo su…

    Ps: ho letto giudizi positivi sul remake in procinto (?) di uscire in sala, cosa che renderebbe ancora più grande l’amarezza nel caso rimanesse nel limbo della distribuzione italiana.

    1. Sto sentendo giudizi molto buoni anche io sul nuovo film. E poi mi interessa veder risogere il Dark Universe con queste nuove modalità.
      Però purtroppo credo che ci dovremmo rassegnare: perso lo slot relativamente poco affollato dei primi di marzo, non sono molto convinta che il film uscirà mai più nelle nostre sale.

  2. Quello di Whale è un classico senza tempo, bello anche all’ennesima visione, sorprendentemente valido anche nel settore in cui, a quasi 90 anni di distanza, dovrebbe essere più invecchiato, ossia gli effetti speciali.
    Quando al remake del 2020… mi pare che non si possa definirlo tale. Si ispira solo molto liberamente al romanzo di Wells e la trama è del tutto diversa rispetto al film del 1933: a leggerne la sinossi, sembra la storia di una donna alle prese con uno stalker invisibile.
    Del resto il film di Whale ha avuto vari sequel e spin.off ma a quanto so nessun vero remake, dato che non erano tali il divertente Avventure di un uomo invisibile di Carpenter, e neppure l’orrofico L’uomo senza ombra di Verhoeven, anche se è quello che più ci si è avvicinato.

    1. Infatti non ho mai detto che si tratta di un remake, da nessuna parte.
      È una nuova versione, e un tentativo di aggiornare ai tempi attuali le proprietà della Universal.

      1. Mi riferivo infatti non a quanto scritto da te ma al precedente commento di Blissard, scusa, avrei dovuto precisare meglio

        1. No, ma tranquilla. Per un attimo ho pensato che avessi scritto io “remake” da qualche parte.
          😀

          1. Giuseppe · ·

            Io e mio papà stiamo bene, fortunatamente… Ovviamente, anch’io devo programmare le uscite indispensabili (per spesa e affini) col contagocce 🙁

        2. Blissard · ·

          L’ho visto il nuovo e onestamente, tra i vari remake farlocchi della Blumhouse (Fantasy Island e Black Christmas su tutti), è quello meno distante dal concetto di remake, perchè dal film del 1933 riprende varie tematiche ma le sviluppa da un’altra prospettiva che, per semplificare, potremmo definire “femminile” e “dal basso”. Gran bel film che sono sicuro ti piacerà un sacco, Lucia.

          1. Se riuscirò a vederlo, perché non credo che da noi arriverà mai. Me lo procurerò, al solito, per vie traverse, ma deve essere ad altissima qualità, altrimenti neanche comincio a guardarlo. 😦

  3. Giuseppe · ·

    Eh, sì, ne so qualcosa di cinema chiusi per cause di forza maggiore 😦
    Facendosi molto incerta la data di uscita (se mai uscirà in sala, stando così le cose) della versione aggiornata, per il momento non ci rimane altro che consolarci con l’originale e ancora validissimo (effetti di invisibilità compresi) capolavoro di Whale… chi di noi non avrebbe voluto assistere alla sua prima, in quegli anni ruggenti? Peccato, a volte, non poter viaggiare nel tempo 😉

    1. La macchina del tempo è un’altra storia di Wells.

    2. Eh, ma infatti come va lì da te? Tu come stai?

      1. Giuseppe · ·

        Per sbaglio ti ho risposto sopra. 😉

  4. Gran bel film tratto da un gran bel romanzo. Visto la prima volta da piccoletto, prima di aver letto il libro.

    1. Anche io vidi il film prima di leggere il libro. Non vorrei dire corbellerie, ma ai tempi lo passarono in tv. La mia memoria tuttavia mi gioca brutti scherzi.

      1. Sí sí. Io l’ho sicuramente visto in televisione. Anzi direi addirittura di mattina.

  5. Tuttora effetti invecchiati benissimo, molto meglio di certa CGI odierna o anche solo di dieci anni fa

  6. Capolavori senza tempo. Sono molto incuriosita da questa nuova versione… peccato per le beghe distributive.

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