VFW

Regia – Joe Begos (2019)

Ok, Begos, però adesso stai calmo, torna a fare un brutto film perché qui sto perdendo le poche certezze che ancora mi legavano a questa dimensione corporea, e alla mia età si ha bisogno di qualche certezza, tipo che tu eri un incapace conclamato. Poi due film nel giro di pochi mesi a questi livelli, tra un po’ neanche Takashi Miike, per la miseria. Diversissimi l’uno dall’altro, come se non bastasse, ma che danno la sensazione di appartenere allo stesso universo narrativo: se Bliss restituiva al pubblico l’esperienza allucinata di passare tre o quattro o giorni imbottiti di droghe, VFW si sposta dall’altra parte della barricata (e mai termine fu più azzeccato), dipingendo un mondo dove una recente, potentissima droga ha trasformato le strade di una città americana a caso (il film è stato girato a Dallas, ma ha un’ambientazione specifica) in una specie di carnaio dove la orde di tossici con cervello in pappa e bande di spacciatori vengono fuori dalle fottute pareti. Se ci avete fatto caso, lo scenario, appena un tantino più estremo, è più o meno lo stesso di Distretto 13.

Ed è a Carpenter che guarda, questa volta, Joe Begos, a partire dalla musica e dai titoli di testa (pressoché identici a quelli del film del ’76), fino ad arrivare alle dinamiche da film d’assedio, tanto care al regista altrimenti noto come Dio.
Il luogo è un bar per veterani gestito da Stephen Lang, dove vecchi compagni d’arme con le facce di William Sadler, Fred Williamson, Martin Kove e David Patrick Kelly si riuniscono per ricordare i bei tempi andati; il casus belli è una grossa partita di questa nuova droga, l’hype, rubata a una gang da una ragazzina la cui sorella è stata appena uccisa dallo spacciatore capo; la situazione è rappresentata da una massa di esseri umani ridotti a zombie decerebrati che attaccano il bar e dai nostri amati vecchietti che li fanno sistematicamente a fette per 92 minuti; il risultato è una delle cose più entusiasmanti che vi capiterà di vedere in questo inverno 2020.

Ho sempre avuto qualche difficoltà a spiegare la mia idea di cinema, a darne una qualche definizione onnicomprensiva, ma grazie a Begos, finalmente ne ho trovata una: cinema è William Sadler che impugna una sega circolare. E non ho altro da dire su questa faccenda.
VFW è un preciso, inconfutabile compendio di tutto ciò che rende piacevole la visione di un film: c’è tanta violenza gratuita ed efferata, teste spappolate a calci e ginocchiate, crani fatti esplodere a fucilare, aste di bandiere utilizzate come spiedini per teppisti troppo aggressivi, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito; ci sono i personaggi a cui affezionarsi, ben caratterizzati, ma mai a scapito dell’azione pura e semplice. Questo gruppo di anziani amici pronti all’ultima battaglia della loro vita per non lasciar morire una ragazzina; c’è l’estetica studiata dei costumi e degli atteggiamenti dei cattivi, che sembrano usciti dal primo Mad Max con una spruzzata di Near Dark; e c’è un’epica anti eroica, molto da western crepuscolare, ma messa in scena con la frenesia (a volte eccessiva) tipica di Begos.

Insomma, cinema classico e moderno che si uniscono per regalarci un’ora e mezza di intrattenimento come piace a me e, credo, a quasi tutti i lettori di questo blog. VFW è un film capace di mettere d’accordo le diverse anime degli appassionati, sia quelli alla ricerca dell’ultima novità indipendente, sia quelli più legati a una concezione tradizionale di messa in scena. Ma soprattutto è una dedica quasi commovente a Carpenter, ai suoi protagonisti maschili, ai personaggi dalle dubbie qualità morali, ma capaci di stare dalla parte giusta quando è necessario, ai suoi eroi individualisti e taciturni.
Non bisogna però pensare che Begos abbia plagiato Carpenter: quella fase l’ha superata con Bliss, quando ha scoperto di avere un gusto autonomo e personale dai maestri cui, nonostante tutto, continua ad appoggiarsi. Il suo è sempre un cinema citazionista all’eccesso, ma lo è in una maniera tale da risultare sia fuori dal tempo che modernissimo. E lo so che queste cose, dette da me, suonano un po’ strane, ma trovo sempre molto stimolante ricredersi e cambiare opinione su un regista, quando dimostra di essere maturato come ha fatto Begos nel giro di un paio d’anni.

Se si esclude Lang, che sta avendo una specie di seconda carriera, il mucchio selvaggio di caratteristi che popola VFW è formato da attori assenti dalle scene da un po’ di tempo, tutta gente che ha fatto la storia del cinema d’azione americano e ora ricade in un certo tipo di ruolo con la naturalezza con cui noi ci metteremmo in pigiama. È bello vedere queste facce e corpi segnati dall’età lottare all’ultimo sangue per difendere il loro senso, forse superato, di dignità e onore. Non si tratta, Dio ce ne scampi, di un inno al miltarismo, perché i veterani del film non mostrano alcun attaccamento alla patria o alla bandiera o a sciocchezze simili; sono soltanto esseri umani a cui il tempo ha portato via quasi tutto e non hanno più niente da perdere. Non uccidono e muoiono per un ideale, ma per loro stessi. E anche qui, siamo in territori estremamente carpenteriani.

Begos sfrutta il suo cast al meglio delle possibilità di ciascun attore presente, dando a tutti una scena in cui brillare, un momento dedicato in cui ritrovare dei volti che ci hanno accompagnato lungo tutta la nostra vita, magari ai margini della scena, in film in cui non era protagonisti, dove facevano da spalla a dei divi; ma qui di divi non ce ne sono, qui sono loro i protagonisti, in questa epopea corale che è VFW i caratteristi di mille scazzottate, fughe, scontri a fuoco e all’arma bianca, diventano l’attrazione principale, e si divertono come matti a spaccare teste o a tirare calci, perché è anche questa la bellezza assoluta del cinema di genere, in particolar modo quando è talmente di nicchia da non doversi preoccupare di niente e di nessuno: si prende un gruppo di attori non più giovani, e invece di farli parlare e frignare per due ore su rimpianti, nostalgia, cose perdute, li si fa uccidere malissimo tutto ciò che si muove, e si riesce lo stesso a realizzare una magnifica riflessione su vecchiaia e morte, tra un colpo d’accetta in faccia e l’altro.
Possiamo, seriamente, chiedere di più al cinema?

14 commenti

  1. Dimmi che arriva in sala in Italia sta perla ti prego ❤

    1. Eh, sai meglio di me che una cosa del genere è difficilissima, se non impossibile 😦

      1. lo so ma incrociamo le dita ❤

  2. Giuseppe · ·

    Visti i risultati che ha raggiunto (per non parlare del cast di indimenticabili “vecchie” glorie che è riuscito a riunire qui), mi sa tanto che l’abbiamo sempre sottovalutato: a quel furbone di Begos i primi due film servivano solo per scaldarsi, prima dei fuochi d’artificio… 😉

    1. A questo punto mi aspetto minimo un paio di cose bellissime ogni anno!

  3. Ma sembra fighissimo! Bliss mi è piaciuto un botto e l’ho recuperato grazie a te.

    1. E allora, se ti è piaciuto Bliss, vai tranquilla con questo perché secondo me è pure meglio 😀

  4. Mi è venuta voglia di vedere questo film!

    1. Ti divertirai, te lo assicuro!

      1. Se lo rimedio ne sono sicuro!

  5. raflesia · ·

    Bellissima recensione, come sempre del resto 😉
    Ma dove sei riuscita a trovarlo? Nei soliti noti non riesco…

    1. Grazie 😊
      Il titolo è di quello che si trova con difficoltà, però ti assicuro che se ti tuffi nei torrenti lo trovi! 😉

      1. raflesia · ·

        E diving sia! 🤣🤣🤣

        1. Per forza 😀

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