La Bambola Assassina

Regia – Lars Klevberg (2019)

Devo essere sincera: sono stata sempre molto diffidente nei confronti di questo reboot (non si può parlare di remake in senso stretto), e per un motivo in particolare, ovvero che la saga originale di Don Mancini è ancora in pieno svolgimento; sono infatti in arrivo non solo altri film, ma anche una serie tv, e l’idea di avere due Chucky in due universi narrativi differenti allo stesso momento, mi sembrava un po’ bizzarra. Poi sono apparse le primissime foto online del bambolotto e l’ho trovato francamente brutto; poi è arrivata la notizia che, a dargli la voce, sarebbe stato Mark Hamil, e allora ho cominciato a seguire tutta la faccenda con attenzione, pur sapendo che, almeno in sala, non avrei potuto ascoltare la sua interpretazione de La Bambola Assassina per evidenti e squallide ragioni di doppiaggio.
Più di tutto il resto, tuttavia, a trasformare la mia diffidenza in curiosità, è stato il cambio di prospettiva del racconto: per una volta tanto, si è optato per un vero aggiornamento ai tempi attuali della storia del bambolotto, con anche un pizzico di futurismo che non guasta, e l’ho trovata una scelta coraggiosa.

Tutto l’armamentario voodoo della saga originale viene quindi accantonato senza cerimonie e, al posto del bambolotto posseduto dallo spirito di un serial killer, abbiamo un’intelligenza artificiale impazzita. Prima che qualcuno protesti con veemenza, non ho nulla contro lo spunto del film del 1988, anzi, lo adoro, ma apprezzo molto che, se proprio si doveva realizzare un reboot non necessario, gli autori abbiano almeno impresso alla storia questa brusca virata, abbiano, in altre parole, deciso di camminare sulle loro gambe. Solo in questo modo, rendendoli diversissimi, i due Chucky possono coesistere.
E così tutto comincia con il lancio, da parte della multinazionale Kaslan, della bambola Buddi, un giocattolo in grado di connettersi con ogni tipo di apparecchio presente nelle nostre case, dagli smartphone alle tv, fino ad arrivare alle automobili che si guidano da sole, per assicurare ai bambini ore e ore di divertimento sano e sicuro. Se non fosse che, in una fabbrica dei bambolotti in Vietnam, un dipendente viene licenziato e, per vendetta, disattiva tutti i protocolli di sicurezza da uno dei prodotti.
La bambola finisce nelle mani di Karen, commessa squattrinata in un grande magazzino, che la regala al figlio Andy per il suo compleanno.

Come vedete, la trama ha dei punti di contatto con il film originale, e sono quasi tutti relativi a una certa vena satirica nei confronti del capitalismo e del consumismo che, per ammissione dello stesso Mancini, doveva essere molto più spiccata e tagliente, ma è stata poi smorzata dalla produzione. Ed è interessante notare che, al di là della patina tecnologica, i bersagli della satira di entrambi i film siano rimasti sostanzialmente invariati a distanza di 30 anni, che del capitalismo è cambiata la faccia, ma sono rimasti i metodi e che sia più efficace, nel farcelo notare, un film dell’orrore di serie B rispetto a ore e ore di dibattiti televisivi.
Perché di serie B si tratta, anche in questa versione 2019. Credo sia stato proprio questo a conquistarmi definitivamente: l’abbracciare senza alcune remore e vergogna, ma anzi, con un certo orgoglio, la natura da B movie dell’operazione.
Un horror con tanti elementi comici (non a caso viene omaggiato a più riprese il secondo capitolo di Non Aprite quella Porta) e, soprattutto, tonnellate e tonnellate di splatter, concentrate in due omicidi in particolare che vi delizieranno per la loro cattiveria e le trovate creative di questo pestifero bambolotto.

Poi sì, Chucky rimane molto, molto brutto, ma dopo un po’ ci si comincia a domandare se questa bruttezza così evidente non sia anche voluta, come fa notare Erica nella sua bellissima recensione di cui mi sento di condividere ogni sillaba, anche quando manifesta una piccola delusione per la sequenza finale che poteva essere un vero e proprio carnaio, e invece si limita a essere solo molto divertente.
Bruttezza voluta, in quanto il povero Chucky ci deve sembrare un piccolo alieno, un estraneo, una mostruosità ad alta tecnologia cui affidiamo i nostri figli credendoli perfettamente al sicuro, e di cui non conosciamo affatto i meccanismi e, di conseguenza, l’enorme potere di cui dispone.
Come un bambino incapace di distinguere tra bene e male, Chucky fa solo ciò per cui è stato creato: rendere felice il suo padroncino Andy, e di conseguenza, rimuovere gli ostacoli alla sua felicità, siano essi animali o persone. Questo Chucky, a differenza della sua controparte del 1988, non nasce cattivo e, in un certo senso, non lo diventa neanche: prende solo troppo alla lettera la sua missione.

Ci sono persino alcune scene in cui Chucky arriva a fare tenerezza, perché proprio non capisce cosa abbia fatto di sbagliato, e credo siano quelli i momenti in cui il film riesce meglio. E sono anche i momenti in cui questa nuova versione de La Bambola Assassina si allontana più dal suo modello dove, ricordiamolo, Chucky era un tramite, un oggetto inanimato che ospitava qualcuno; qui è il bambolotto stesso a essere, in qualche modo, una creatura vivente e dotata di capacità, per così dire, “di fabbrica” che gli consentono di poter far funzionare determinati oggetti, consentendo così al film di superare anche l’ovvio problema di sospensione dell’incredulità di fronte a un bambolotto alto pochi centimetri che riesce a uccidere esseri umani adulti.
Ecco, forse quest’ultimo punto non è proprio sfruttato a dovere: avrebbe potuto fare danni maggiori, ma alla fine ci accontentiamo, perché il budget non è proprio stellare e si è fatto quel che si poteva.

E, a tale proposito, l’animazione della bambola funziona a dovere, i movimenti sono fluidi, l’integrazione tra gli animatroni e e la computer grafica è molto efficace, soprattutto perché non c’è una preponderanza della seconda sui primi, ma si è scelto di utilizzare in maggioranza effetti dal vero, il che, a mio avviso, aiuta anche nella recitazione, avendo gli attori a che fare con una presenza fisica sul set. Non è la parte nostalgica di me a parlare, perché non posso dire di essere “cresciuta” con Chucky o di far parte dell’esercito di infanzie rovinate, però credo che l’aspetto del vecchio bambolotto, soprattutto di quello pieno di cicatrici di Bride e Seed of Chucky, fosse superiore al nuovo, ma si tratta davvero di minuzie: questa reinvenzione, perché di reinvenzione si tratta, di Child’s Play è davvero un prodotto gradevole, intelligente e ben diretto. Un B movie che ci introduce alla stagione estiva come meglio non potevamo sperare.

7 commenti

  1. E vediamo anche questo, anche se la trama mi ha ricordato Black Mirror.
    Spero non sia una delusione.

    Ma che bellezza il trailer di Doctor Sleep 🙂

  2. Grazie della citazione *__*
    Mi aspettavo che questo nuovo Chucky fosse una schifezza e invece guarda un po’, è uscita una cosa davvero carina!!

  3. Questa è stata una delle recensioni più interessanti e intelligenti che abbia letto per il momento. Ovviamente recupererò l’articolo di Erica ma per il momento ti faccio i complimenti perché hai discusso di argomenti e tematiche che molti altri hanno sorvolato e accennato.
    Anch’io ho molto apprezzato questo cambio di trama, dell’introduzione della tecnologia come tematica e del fatto che Chucky fa quel che fa per proteggere Andy. Mi sono piaciute molte scene di omicidi e nella seconda parte ho apprezzato particolarmente il ritmo. E la tematica del consumismo e del capitalismo è stata sfruttata bene e in questo caso è ancor più marcata rispetto all’originale.
    Personalmente apprezzo di più l’originale ma devo dire che questa volta hanno fatto un remake dignitoso. Riguardo all’aspetto della bambola lo trovo anch’io parecchio brutto, ma ora sono curioso di leggere il punto di vista di Erica.

  4. Giuseppe · ·

    Sì, sembra davvero meglio di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, in primis rifondandone il mito su basi tecnologiche e non voodoo… Forse, a questo punto, valeva pure la pena di creare un personaggio ex-novo, essendo comunque il “vecchio” Chucky ancora in circolazione.

    1. Ci ho pensato anche io, lo sai?
      Alla fine, a parte il nome di Chucky e Andy, questo film potrebbe essere una cosa totalmente diversa. Però è logico che si è voluto capitalizzare su un nome famoso…

  5. Blissard · ·

    Sarebbe stato insensato proporre l’idea di un pupazzone di enorme successo in un’epoca nella quale i bambini vengono tirati su a cereali e cellulari e i giocattoli in senso stretto sono diventati quasi residuati di un tempo ormai perduto; molti sceneggiatori miopemente citazionisti se ne sarebbero fregati altamente e avrebbero fatto una rilettura calligrafica dell’originale, magari ambientandolo nei medesimi anni, mentre per fortuna Tyler Burton Smith (e la produzione tutta) tentano la strada più originale, e la cosa paga: perso il voodoo e lo spirito di un serial killer, ci si è potuti orientare sul versante della distopia tecnologica legata alla domotica che ha ne Il Mondo dei Robot e nel più recente Upgrade le più palesi ispirazioni, con la figura di Chucky completamente cambiata e in linea coi tempi che viviamo.
    Grazie per la rece, in giro tantissimi ne parlano male.

    1. Credo ne parlino male perché questo tipo di cambiamenti, che a noi sono piaciuti, li hanno un po’ spiazzati.
      Invece, secondo me, era l’unico modo per aggiornare Chucky, lasciando comunque intatti gli intenti satirici. Se negli anni ’80 l’industria dei giocattoli, con la pubblicità ossessiva e tutto il merchandising legato a certi prodotti, poteva essere l’oggetto di una satira efficace, oggi ci si deve rivolgere al mercato tecnologico. E l’unico modo per rendere un bambolotto un oggetto di culto tra i giovanissimi è connetterlo a tutte le cose di cui ci serviamo tutti i giorni.

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