Ciclo Zia Tibia 2018: Maniac Cop 3 – Badge of Silence

 Regia – William Lustig (1993)

O sarebbe meglio dire “regia di Alan Smithee”, perché è così che vedrete scritto nei titoli di testa del film, almeno a partire dall’edizione Blu-Ray del 2013, quando finalmente Lustig è riuscito a far togliere il proprio nome dal terzo capitolo della trilogia dedicata a Matt Cordell.
Quando un film è diretto da Alan Smithee non significa mai niente di buono perché, per rifiutarsi di firmare la sua opera, un regista deve essere arrivato a odiarla, a non volerci avere più nulla a che fare e, se conoscete un minimo la mentalità dei registi, il punto di rottura è conseguenza di un evento al minimo cataclismatico.
Anche per Maniac Cop 3 si cambia casa di produzione, così come era successo per il secondo. Larry Cohen e Lustig restano a bordo, ma i problemi cominciano sin dalla stesura del copione: nella sceneggiatura originale, un sacerdote voodoo resuscitava Cordell e, come suo antagonista, c’era un detective di colore.
I produttori, a ridosso delle riprese, pretesero che il personaggio di colore sparisse dal film e che, al suo posto, tornasse quello interpretato da Robert Davi nel secondo capitolo.
In pratica, si andò a girare senza una sceneggiatura, con Cohen che, molto semplicemente, se ne lavò le mani e, dopo aver promesso che avrebbe dettato al telefono il nuovo script, sparì dalla circolazione, lasciando Lustig e il produttore esecutivo Joel Soisson sul set, a dover scrivere e girare un film contemporaneamente.

Questo porta a una prima versione di montato lunga appena 58 minuti: che diavolo volete che vi giro se non ho neanche uno straccio di sceneggiatura?
I produttori si incazzano, vogliono che Lustig torni sul set, per girare altro materiale, Lustig li prende a pernacchie e abbandona il progetto. Al suo posto, non accreditato, si ritrova proprio Soisson (sarebbe diventato famoso, qualche anno dopo, per aver prodotto la saga di The Prophecy), con un approccio alla material radicalmente diverso da quello da guerriglia urbana di Lustig. Soisson è un tipo pulitino, anche un po’ fighetto, con la classica mentalità votata a Hollywood e, nel risultato finale, si nota una certa discontinuità nello stile, oltre al fatto che il film ha continuato a non avere una sceneggiatura vera e propria, ma a essere rabberciato un po’ per accumulo di situazioni.
Il che è ironico, se pensate al fatto che l’idea di Cohen e Lustig era quella di realizzare un omaggio a La Moglie di Frankenstein. Ma andiamo con ordine.

Il rito voodoo che riporta in vita Cordell è una delle cose rimaste dell’originale sceneggiatura di Cohen: il polziotto zombie torna a passeggiare minaccioso per le strade di New York (in realtà, Los Angeles, estremamente riconoscibile, ma son sottigliezze) e incrocia il suo destino con quello dell’agente Katie Sullivan, soprannominata dai colleghi Maniac Katie per i suoi metodi non proprio ortodossi di gestire i criminali.
La povera Katie, per sventare una rapina in un negozio, spara al rapinatore (Jackie Earle Haley), uccide la sua complice che, a sua volta, le spara lasciandola in coma. Due reporter filmano l’accaduto e lo montano in maniera tale da far credere all’opinione pubblica che Katie abbia sparato a sangue freddo a una vittima innocente.
Per Katie, la diagnosi è di morte cerebrale e Cordell prima compie una strage all’ospedale in cui è ricoverata e poi se la porta via, affinché il sacerdote riporti in vita anche lei, perché Cordell, proprio come il mostro di Frankenstein, si sente solo e vuole una compagna.

Maniac Cop 3 è un film che possiede decine di spunti interessanti, forse addirittura troppi tutti insieme in un B movie, a partire dalla manipolazione delle informazioni da parte di media senza scrupoli e dalla natura politica del montaggio, che era un tema attuale all’epoca e lo è a maggior ragione ai giorni nostri. C’è poi il solito discorso, tipico di tutta la trilogia, sulla rottura del patto di fiducia tra polizia e cittadini e, a loro volta, tra polizia e istituzioni. Ricordiamo che Maniac Cop 3 esce subito dopo la vicenda Rodney King del 1992, avvenuta poi a Los Angeles, dove il film è girato, ma non ambientato. La riconoscibilità del luogo, in contrasto con i dialoghi che continuano a parlare di New York, non crea solo un certo senso di straniamento nello spettatore, ma (in questo caso in positivo) radica il film nella contemporaneità. Insomma, quello che è, in tutta evidenza, un errore, conferisce a Maniac Cop una potenza che forse non avrebbe avuto se avessero davvero girato a New York o se si fossero limitati a non far riconoscere i posti di Los Angeles. E forse è stata anche una cosa voluta, per sfruttare l’onda emotiva di quello che era accaduto appena un anno prima, fatto poi citato direttamente da uno dei personaggi in un dialogo.

Da un punto di vista narrativo, inoltre, il riferimento a La Moglie di Frankenstein (che doveva essere il cuore della sceneggiatura originale di Cohen) sarebbe davvero un piccolo gioiello, se solo si fossero disturbati ad approfondirlo. Purtroppo, delle idee di Cohen non resta molto, perché l’introduzione è troppo lunga e, quando si entra davvero nel territorio di James Whale si è quasi alla fine del film e non c’è più tempo per sviluppare il parallelo tra Cordell e la Creatura, già del resto presente in tutti i film e qui accentuato da Z’Dar e dal trucco scelto, anche quello poco visibile, forse per problemi di budget.
Anche la faccenda del voodoo è confusa e i motivi che dovrebbero spingere il sacerdote a resuscitare proprio Cordell del tutto incomprensibili.

Rimangono dei bei pezzi di cinema d’azione, come l’inseguimento finale tra un’ambulanza e una macchina della polizia in fiamme, con il solito, portentoso lavoro degli stunt, e dove si vede la mano di Lustig: dura circa un quarto d’ora ed è davvero una roba pazzesca, fatta a orologeria, forse l’unica ragione per sedersi 85 minuti davanti a un film che pare un premontato e un prodotto ancora da finire.
Già, perché l’impressione è proprio quella: a parte l’inserimento di spezzoni del secondo film allo scopo di allungare un minutaggio che fatica a raggiungere la normale durata di un lungometraggio, Maniac Cop 3 sembra quasi un’opera curata per la prima mezz’ora e che poi comincia a correre senza sapere dove dirigersi, affrettandosi sempre di più, pur di arrivare a una conclusione, una qualsiasi, per favore, basta che l’incubo abbia una fine.
Se, con tutto questo, il film riesce anche a non essere poi così brutto come lo si dipinge, è perché Lustig era un signor regista e perché il nucleo della sceneggiatura originale di Cohen rimane intatto anche se sepolto sotto quintali di letame.
Non è proprio una degna chiusura per una trilogia che, nel suo piccolo, ha fatto la storia del cinema di serie B, ma poteva andare peggio: poteva proseguire come Hellraiser, e allora molto meglio fermarsi quando si capisce di non aver più nulla da dire.

3 commenti

  1. Giuseppe · ·

    Una gran carriera quella di Alan Smithee, davvero (gli avevano pure “dedicato” una commedia, nel 1997) 😀
    Tornando a Maniac Cop 3 è vero, nonostante tutti i casini pregressi e quelli in corso d’opera riesce a non essere poi tanto male, alla fine: oltre a dell’ottima azione ci sono pure delle sequenze davvero da brividi come, ad esempio, quella onirica/soprannaturale del funereo “matrimonio” e quella nell’obitorio immediatamente prima dei titoli di coda… certo rimane dell’amaro in bocca, pensando al film che avrebbe potuto essere e invece poi non è stato 😦

    1. Giusto, quella del matrimonio è davvero una sequenza alla Larry Cohen, la poteva concepire soltanto lui. Restano degli spunti interessanti, ma alla fine il film è come se non si decidesse se buttarla sul politico o sul fantastico spinto.

  2. fabio · ·

    So che sarò un pesce fuor d’acqua ma a me Maniac Cop 3 piace da matti, forse è il mio preferito della trilogia, è vero la mano di Lustig si vede poco, lui stesso odia il film e lo capisco, ma l’ambientazione ospedaliera alla “halloween 2 ” l’idea della sposa del mostro, gli omicidi geniali con defibrillatore e coi raggi x e come detto giustamente nell’articolo, tutta la parte finale dell’inseguimento (li si che è puro Lustig’s style) fanno di questo film un vero gioiello. Sono comunque contento che si siano fermati qui, 3 film vanno bene, ringraziamo il karma che è saltato il progetto del remake del primo film….

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