WiHM: The Countess

 Regia – Julie Delpy (2009)

Quale personaggio migliore, per celebrare il binomio donne e horror, di Erzébet Bathory, quella che passa per essere la più famosa assassina seriale della storia? Messa in scena da una regista, poi, e che regista. Julie Delpy, che di sicuro conoscerete meglio come attrice protagonista della trilogia di Linklater, ma anche di decine di pellicole europee e statunitensi, un volto che, a prescindere dal vostro grado di cinefilia, non si dimentica più se vi capita di vederlo su uno schermo.
Delpy non è solo un’attrice, è anche sceneggiatrice, musicista, produttrice e regista di sei film (il settimo è in corso d’opera) e se vi pare singolare che un nome come il suo, di solito legato ad ambienti molto intellettuali, si sia sporcato le mani con l’horror, sappiate che non ci troviamo di fronte a un film dell’orrore canonico, ma più a un melodramma gotico in cui, per forza di cose, scorre parecchio sangue.

La leggenda di Bathory dovrebbe essere nota: si parla di centinaia di giovani donne torturate e uccise verso la fine del XVI secolo (la contessa nacque nel 1560 e morì nel 1614) e di una sola colpevole, nella cultura popolare assimilata spesso al vampirismo per la presunta abitudine di fare il bagno nel sangue delle sue vittime, di berlo addirittura, perché pare la mantenesse giovane, e quale donna non ha il terrore di invecchiare, di sfiorire, di non essere più bella?
E così, nell’immaginario collettivo, Erzébet Bathory non è solo un feroce serial killer in odore di stregoneria, è anche il simbolo della vanità femminile e del fatto che noi donne siamo deboli e proprio non ci vogliamo stare ad accogliere con calma, dignità e classe il naturale processo di invecchiamento. Sciocchine…

Se pare abbastanza verificato che Bathory si macchiò effettivamente di parecchi delitti piuttosto efferati e che avesse una predisposizione alla violenza e al sadismo, la faccenda della pelle ringiovanita dal sangue di vergini è dovuta a testimonianze estorte sotto tortura e anche il numero di vittime, fatte lievitare fino a oltre le 600 (ciò renderebbe Bathory il serial killer più prolifico di sempre), è molto probabilmente desunto da alcuni diari attribuiti alla contessa, ma in realtà falsificati.
È accertato invece che:
1) Bathory amministrava i suoi beni da sola dopo essere rimasta vedova.
2) il re d’Ungheria Mattia II aveva un grosso debito contratto con la contessa e vederla cadere sotto le accuse di omicidio gli avrebbe fatto comodo.
4) la nobildonna stava sul gozzo a molti signorotti e potentucoli locali, tra cui il suo principale accusatore, il conte Thurzó che, guarda caso, quando Bathory venne murata viva, confiscò e acquisì tutto il suo patrimonio.

Dopo questi brevi cenni da IlGiornodegliZombi Educational, passiamo al film, anche se vi assicuro che tutto quello che ho scritto fino a ora è del tutto pertinente con The Countess: Delpy, infatti mischia storia e leggenda, ci aggiunge un pizzico di romance, di drammatizzazione (la sceneggiatura è sua), mantenendo l’aura di mistero che è da sempre legata alla figura di Bathory, e ci consegna un interessante ritratto femminile, una donna con un grande potere, economico, militare e politico, e l’ossessione della gioventù dovuta a un amante con vent’anni meno di lei.
Delpy non mette in dubbio la colpevolezza della sua contessa, ma la inserisce in un contesto più ampio, a partire da un’educazione alla violenza e alla crudeltà impartita a Erzébet sin dall’infanzia. Il mondo in cui la bambina e poi giovane donna cresce è un luogo cupo, gelido e spietato, dove una donna che si arroga il diritto di amministrare da sola i propri beni, dopo la morte del marito, è l’equivalente di una carcassa gettata in mezzo agli squali.

Erzébet assiste dalla finestra della sua stanza al supplizio e alla morte di un giovane contadino con cui ha avuto una relazione prima di sposarsi (era anche rimasta incinta); vive sotto la continua tensione di una guerra infinita con i turchi, ha a che fare con personaggi ambigui e perversi; ogni singolo istante della sua vita è connotato dalla violenza, dal sangue, dalla morte. Questo serve a Delpy per instaurare un rapporto di empatia tra protagonista e pubblico, messo a dura prova dai delitti di cui si macchierà la contessa nella seconda parte del film. Non si tratta di simpatizzare con un’assassina, ma di riflettere sul concetto di potere, su come esso arrivi a sfuggirci di mano e tramutarci in mostri, si tratta anche di suscitare delle riflessioni non banali sul peso abnorme che la società conferisce alla bellezza femminile e, ancora di più, al mantenimento di un aspetto che deve essere sempre giovane.
Se è facile vedere il percorso omicida di Erzébet come una conseguenza diretta dell’essere stata abbandonata dal suo amante ventenne (anche se lei non sa che è tutto frutto di una macchinazione del padre di lui), Delpy suggerisce una rete di concause un po’ più complessa di così e trasforma Bathory dal mostro che tutti pensiamo di conoscere in una figura ricchissima di sfaccettature, forse un po’ troppo moderna, ma comunque efficace come personaggio puramente cinematografico.

Ed è proprio in quanto cinema che The Countess funziona a meraviglia, cinema di genere in costume, accurato il giusto, ma con grande spazio all’artificio e alla costruzione di un immaginario potente e ferocissimo. Delpy sceglie un approccio freddo, che non indulge troppo nei dettagli macabri, ma neppure si nasconde quando si tratta di mettere in scena un vasto campionario di perversioni. Si fa affiancare da comprimari eccellenti, come William Hurt, l’allora emergente Daniel Bruhl e la bravissima Anamaria Marinca nel ruolo della strega, confidente e amante occasionale (nonché perdutamente innamorata di lei) della contessa, Darvulia, unica voce razionale e consapevole in un film che narra il pericoloso scivolare di una persona nell’irrazionalità più estrema e deteriore.

È un peccato che un’opera così raffinata e provocatoria sia passata inosservata, anche quando si parla di donne dietro la MdP alle prese con soggetti non convenzionali e con un cinema che di solito è territorio a esclusiva dominazione maschile, ovvero il gotico. Per non parlare del dramma in costume in generale, ritenuto troppo “difficile” e “costoso” per essere affidato a fragili mani femminili.
Forse Julie Delpy non è proprio un’icona dell’horror, anzi non lo è affatto, ma il suo contributo, nonostante sia limitato a un unico film, è da tenere in alta considerazione e sarebbe il caso, quando si fanno i soliti quattro o cinque nomi messi in croce di registe che si sono cimentate con un film dell’orrore, ricordarsi anche di lei.

8 commenti

  1. valeria · ·

    visto diversi anni fa, quindi ne ho solo un vago ricordo. so per certo però che mi era piaciuto moltissimo, tanto da aver comprato subito dopo una biografia storica della contessa per saperne di più su un personaggio così controverso. credo sia giunto il momento di rinfrescarmi la memoria 😀

    1. Almeno sei una delle pochissime fortunate ad averlo visto 😀
      Che poi la storia della Contessa è molto affascinante anche senza la drammatizzazione di un film.

  2. Blissard · ·

    Sconoscevo, grazie per la segnalazione

    1. L’ho fatto apposta, invece di parlare di film horror diretti da donne molto famosi, ho preferito indirizzarmi su un qualcosa di poco conosciuto. Spero piaccia 🙂

  3. Giuseppe · ·

    Pensavo di conoscere ormai ogni titolo riguardante la contessa Báthory (compreso quel non entusiasmante “Stay Alive” del 2006, con il suo malefico videogame a lei legato) ma questo mi era completamente sfuggito, lo ammetto… la condivisibile scelta di Julie Delpy di intraprendere a riguardo una strada molto diversa dall’abusata “spettacolarizzazione” horror pseudo-storica non deve aver pagato granché, a livello di popolarità 😦
    Riguardo all’immaginario collettivo, poi, ti dirò che non l’ho mai considerata nemmeno per un momento come simbolo di vanità femminile, debolezza o mancata accettazione del tempo che passa… e a maggior ragione, dove si voglia “mitizzarne” l’aspetto vampiresco, allora come reagirebbero i maschilisti sostenitori degli stereotipi di cui sopra se affermassi che IL conte vampiro può coerentemente simboleggiare quegli stessi stereotipi, e tutti virati al maschile? La vanità di un’eterna gioventù che si illude di fermare il tempo e tutta la debolezza/vulnerabilità insita in una prospettiva del genere, per dire (in altre parole quello stesso terrore di invecchiare, sfiorire, non essere più attraenti)…
    P.S. Quante volte lo hai già rivisto La Forma dell’Acqua? 😉

    1. L’ho visto quattro volte 😀
      Ma vado per la quinta in settimana!
      Ma lo sai che Stay Alive ha una storia produttiva tristissima e poteva essere un ottimo horror, solo che è uscito completamente annacquato dopo che la produzione ha imposto tutta una serie di tagli incomprensibili, eliminando addirittura due personaggi?
      Dovrò farci un post, prima o poi!

      1. Giuseppe · ·

        Rimango in attesa, allora! Perché, in effetti, la sensazione di trovarmi davanti all’ennesimo horror destinato a ben altra sorte ma massacrato da una pletora di scelte sbagliate è sempre stata piuttosto insistente…

  4. l’ossessione dell’ eterna giovinezza (perchè è grazie al sangue che Dracula ringiovanisce, senza sarebbe sì immortale ma un vecchio incartapecorito e nessuno vuole vivere per sempre in un corpo decrepito) si può trovare anche nella figura maschile del Dracula letterario e cinematografico come già è stato detto, quindi non riguarda solo le donne, e anche la bellezza maschile è importante quanto quella femminile ed è anche giusto così. Detto questo,bella recensione e film da recuperare

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