Speciale Samuel Fuller: Corea in Fiamme

 Regia – Samuel Fuller (1951)

Il primo, grande film di Samuel Fuller è anche l’ultimo del trittico prodotto a bassissimo costo da Robert Lippert. Viene infatti girato in dieci giorni di riprese, con poco più di una ventina di comparse a interpretare sia i soldati americani che quelli coreani e con un carro armato di compensato per la sequenza della battaglia finale. Corea in Fiamme (The Steel Helmet in originale) è anche il primo film mai realizzato sulla guerra di Corea: la sua lavorazione comincia infatti appena sei mesi dopo lo scoppio del conflitto.
Ci sono anche altri dettagli curiosi, che diventeranno ricorrenti nella carriera di Fuller, rendendolo una specie di reietto in quel di Hollywood. Mostrare un ufficiale della fanteria statunitense (cui il film è dedicato) sparare a un prigioniero disarmato e un soldato americano ma di origini giapponesi che racconta di come i suoi genitori fossero stato separati e mandati in campi di prigionia in quanto giapponesi, portò l’FBI a investigare sul regista, che rischiò di essere accusato di attività antiamericane, nonché di essere un comunista, in un momento in cui il maccartismo seminava terrore a Hollywood. Aggiungete che Fuller si era anche rifiutato di scritturare John Wayne per il ruolo da protagonista, preferendogli il quasi sconosciuto Gene Evans, e avrete il quadro completo di quanto il regista fosse uno pronto a infischiarsene in tutta tranquillità delle regole.

L’elmetto d’acciaio del titolo è quello che indossa il sergente Zack e che gli salva la vita quando, dopo che la sua unità è stata fatta prigioniera dai nord coreani, tutti i soldati sono stati uccisi con un colpo alla testa e le mani legati dietro la schiena. Il proiettile destinato a Zack ha bucato l’elmetto, ha fatto il giro ed è uscito senza causare danni. Creduto morto come tutti gli altri, Zack resta da solo e viene soccorso e slegato da un ragazzino, un orfano sud coreano che comincia a seguirlo perché non sa dove altro andare. Zack e “Short Round” (così il soldato soprannomina il bambino) incontrano un piccolo gruppo di commilitoni e, tutti insieme, si vanno a rifugiare in un tempio credendo di essere al sicuro.

Girare un film di guerra (su una guerra appena cominciata) con un budget molto risicato è sempre una bella sfida. Non puoi permetterti sequenze da battaglie campali, con centinaia di figuranti, esplosioni ed effetti speciali. Quello che hai a disposizione sono un pugno di attori, qualche divisa e, come lusso massimo, il famoso carro armato di compensato. Non puoi neanche puntare più di tanto sul realismo delle location, perché le riprese si svolgono in studio o al Griffith Park di Los Angeles. Quindi Corea in Fiamme è un film pieno di dialoghi e di confronti tra soldati, un film in cui la guerra in quanto tale non si vede spessissimo, anche se se ne parla molto.
Ci sono solo due scontri a fuoco: il primo contro nemici invisibili nascosti tra gli alberi, durante il quale vediamo i soldati americani sparare alla cieca e basta; il secondo, più articolato, con i nostri asserragliati dentro al tempio e i nord coreani che li attaccano.
Ma resta comunque un war movie di rara potenza. Oggi forse un po’ datato, più perché all’occhio dello spettatore contemporaneo risultano più evidenti le ristrettezze economiche che ne hanno segnato la lavorazione, che per un problema di contenuti, al contrario attualissimi.

Dicevamo prima che Corea in Fiamme è un film molto dialogato, basato su contrapposizioni, anche accese, tra i personaggi. In un momento storico in cui si fa un gran parlare di “diversity”, è interessante notare come, in un film del 1951, Fuller avesse scelto di rappresentare non solo i classici tipi umani da esercito (quello ingenuo, quello cinico, quello più intellettuale), ma anche l’impasto culturale ed etnico statunitense, inserendo nel ristretto gruppo di soldati, un medico di colore e il “Nisei” Sergente Tanaka, trasformando una pellicola d’azione in una riflessione sull’identità, individuale e nazionale.
Infatti, un personaggio chiave del film è il soldato nord coreano fatto prigioniero dal plotone, che cerca di tirare dalla sua parte il dottore afroamericano e il sergente giapponese facendo leva sul razzismo della società americana. Com’è ovvio non ci riuscirà, perché siamo pur sempre in un film dei primi anni ’50 girato in epoca maccartista, eppure sono sufficienti dei brevi scambi di battute a insinuare il dubbio.
Perché ci portano a domandarci per cosa esattamente stanno combattendo questi uomini, quasi tutti veterani della Seconda Guerra Mondiale, che vanno avanti per inerzia, privi persino dell’illusione del patriottismo.

Fuller, lo sappiamo, era stato in guerra con la Prima Divisione di Fanteria ed era tornato a casa pluridecorato. Aveva quindi una conoscenza dettagliata e di prima mano della vita militare, che avrebbe sfruttato in molti dei suoi film, in particolare ne Il Grande Uno Rosso, girato in condizioni più favorevoli rispetto a The Steel Helmet. Eppure l’approccio estremamente realista e autentico di Fuller alla materia non viene meno neanche di fronte alle ristrettezze economiche: lo scontro a fuoco con le truppe coreane (con sole 25 comparse in tutto, val la pena di ribadirlo) che occupa l’ultimo quarto d’ora di film è un pezzo di cinema enorme, e lo è ancora di più pensando a come ha dovuto arrangiarsi Fuller per far percepire allo spettatore il pericolo, l’orrore della morte, persino la sensazione che i coreani abbiano una superiorità numerica schiacciante sui propri avversari. Tutto questo solo in virtù di una messa in scena attenta a cavare il meglio dal nulla, con una scelta calibrata al millimetro dei piani, soprattutto campi stretti e medi, e di conseguenza una cura particolare per la recitazione degli attori.

La luce del giorno che entra nel tempio mentre i fori di proiettile bucano i muri e le cannonate abbattono le pareti, per esempio, è un accorgimento tecnico interessante: si passa dalla quiete e dal fresco della penombra a una vera e propria invasione luminosa, che è molto più impressionante di quanto lo sarebbe stato l’ingresso in campo di decine di soldati. Attraverso gli squarci nelle mura del tempio, si intravede il nemico sempre più vicino senza che Fuller sia costretto a mostrare il reale ammontare dei suoi “coreani”. E forse l’efficacia del film sta proprio nel non vedere mai il nemico, quanto piuttosto nel percepirlo come una vaga minaccia che ti striscia alle spalle.
Il tutto è una lezione di regia a basso budget di modernità narrativa che ci fa capire quanto Fuller avesse delle idee, e di messa in scena e di sceneggiatura parecchio avanzate rispetto al suo tempo.
Un cinema ruvido, emotivo, a fior di pelle, quello di Fuller, per la prima volta all’apice della sua forza espressiva. Con questo film, il regista trova finalmente la sua strada.

Un commento

  1. Giuseppe · ·

    Sì, con “Corea in fiamme” la fase di rodaggio Fuller l’ha ormai superata. E non è azzardato pensare che il seme de “Il Grande Uno Rosso” venga piantato già a partire da qui…

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