
Regia – Brian Duffield (2026)
Ci prendiamo una piccola pausa dalla challenge oggi. Sarebbe il day 20, dedicato alla categoria “Lavorare è un horror”. Il mio film è 12 Hour Shift per dare un po’ di spazio a quella dea di Angela Bettis. Ieri, invece, toccava a “Giochi Mortali” e io ho rispolverato il simpatico Would You Rather del 2012.
Ho visto altri horror in questi giorni che troveranno spazio quando la challenge sarà terminata, ma per Whalefall ho voluto fare un’eccezione, perché rientra nel novero dei film pensati avendo in mente Lucia, che sarei io. Salve, piacere di conoscervi. Ho letto il romanzo di Daniel Kraus (il Premio Pulitzer Daniel Kraus, prego) l’anno scorso, in un’unica seduta durata una nottata, un po’ perché è breve, un po’ perché non riuscivo a metterlo giù, un po’ perché è il tipo di storia che su di me ha l’effetto di una martellata in testa: subacquea e rapporti complicati con la figura paterna, figura paterna che ti ha insegnato ad andare sott’acqua. Dillo, Daniel, che mi vuoi morta, e facciamo prima.
La sceneggiatura, scritta da Duffield e dallo stesso Kraus, è molto fedele al romanzo, che comunque vi consiglio di leggere, dato che siamo in zona capolavoro, e il risultato finale è un bellissimo survival claustrofobico con un cuore grande quanto una balena.
Un anno dopo la morte del padre, che si è buttato nell’oceano per non dover terminare la propria vita in un letto d’ospedale, Jay (Austin Abrams) si immerge nel tentativo di recuperare i suoi resti, almeno un osso, così da poter mettere qualcosa nella bara vuota. Durante la ricerca, viene inghiottito da un capodoglio e ha un’ora scarsa di tempo prima che l’aria compressa nella sua bombola finisca.
Ho una grande passione per i film che si possono riassumere in quattro righe di trama, ovvero quelli che prendono una situazione e la protraggono per la durata standard di un lungometraggio, in questo caso un centinaio di minuti, esclusi i titoli di coda. Credo siano molto complicati da fare, soprattutto se c’è un solo personaggio in scena per la maggior parte del tempo, e se anche la location è terribilmente limitata. Qui abbiamo il povero Jay, il peggior scenario possibile, e lo stomaco di una balena come unico ambiente, con qualche flashback a spezzare la monotonia e a raccontarci, senza essere mai troppo didascalico, la relazione burrascosa tra il protagonista e il padre Mitt (Josh Brolin), che non è una mera decorazione alla storia di sopravvivenza cui assistiamo, è il motore di tutte le azioni di Jay e, allo stesso tempo, la prigione in cui si è rinchiuso per tanto tempo.
Sì, ovvio che sia un metaforone: anche il romanzo lo è, e va benissimo così.
Sia Duffield che Kraus sono autori di genere. Questo significa che prendono sul serio ciò che fanno e non usano un genere specifico come se fosse un mezzuccio da quattro soldi per affrontare i Grandi Temi. Sanno che i Grandi Temi sono parte integrante, e da sempre, della narrativa di genere, e che anzi, più funziona l’impalcatura di genere (per Whalefall il survival horror), più è facile portarli alla luce. Non c’è alcun imbarazzo nel raccontare questa storia: stiamo parlando di un ragazzo che deve stare attento a non finire sciolto nei succhi gastrici dello stomaco di un capodoglio, che deve provare a restare in vita mentre le pareti di carne si contraggono intorno a lui e rischiano di schiacciarlo, che si arrampica lungo la lingua e i denti della bestia nel disperato tentativo di uscire, che per poco non finisce spiaccicato da uno sbalzo di pressione quando la balena si immerge. Tutto questo rappresenta l’ossatura del film; è angosciante, tiene in tensione, fa paura, è reso credibile da un impianto scenografico eccellente, dagli effetti speciali, dalla recitazione sempre puntuale di Abrams che coglie tutte le sfumature del suo personaggio. È puro cinema di genere senza compromessi o scappatoie.
Ed è anche una magnifica storia di riconciliazione con un padre che ha fatto tanti, troppi errori, ma comunque ha amato il suo unico figlio maschio, anche se a modo suo. Perché alla fine, quel tipo di amore totalizzante e soverchiante bisogna accettarlo e, possibilmente, provare a portarselo dentro quando non c’è più.
Del film, e del romanzo, mi ha colpito moltissimo il modo in cui mette in scena la mascolinità dei due personaggi principali. Jay ha due sorelle ed è quindi l’unico figlio maschio di Mitt. Le sorelle hanno un ricordo molto positivo del padre, mentre Jay è sempre stato in conflitto con lui, come se dovesse per forza somigliargli in qualche modo, come se tutto ciò che il padre era stato ricadesse su lui e Jay fosse costretto a gestire questa eredità ingombrante, non essendone mai all’altezza. Jay passa l’adolescenza a lottare per non essere simile a Mitt, per distanziarsi dai suoi atteggiamenti, dal suo modello di mascolinità, dalla sua personalità così forte, estrema, a tratti feroce, per poi doversi rassegnare ad assomigliargli. È un percorso doloroso, in tutti i sensi, dato che Jay, nello stomaco della balena, ci rimette qualche osso e i timpani, di accettazione di una parte di sé rifiutata e celata per tanti anni, ma è anche salvifico, perché porta il ragazzo a rendersi conto che quell’eredità della quale non pensava di essere all’altezza è lui stesso, e non ha bisogno i riportare a riva il teschio di suo padre: ciò che resta di Mitt è Jay, nel bene e nel male.
Il cinema di genere, l’horror in questo caso, è grande proprio perché racconta una storia simile da dentro lo stomaco di una balena, e non negli interni di una casa borghese, risolve i conflitti con il becco di un calamaro gigante e non tramite infiniti dialoghi sul senso della vita, parla dritto al nostro cuore mentre lo trafigge, e ci fa piangere come se fossimo dei bambini senza dimenticare mai che siamo qui anche per divertirci.
Se Jay riesce a sopravvivere in un ambiente così ostile è grazie agli insegnamenti paterni, soprattutto grazie al modo in cui Mitt viveva l’oceano, la subacquea e il rapporto con le creature che il mare lo abitano. La scelta di Mitt di finire disperso nell’acqua, di non morire sulla terra, è importantissima perché ci racconta tutto del personaggio nella prima sequenza del film. L’oceano era la sua casa, dall’oceano Jay si è allontanato (è andato a studiare in Iowa), e all’oceano deve tornare, per capirsi e capire quell’uomo così straripante che lo ha messo al mondo, gli ha insegnato tutto e lo ha traumatizzato nel profondo. Il mare è il principale legame tra i due, il punto di contatto tra due persone che sembrano antitetiche; le immersioni i momenti in cui Mitt cercava di trasmettere al figlio la sua visione del mondo. Ruvido, esigente, spietato, perché è il mare a non avere pietà di te e delle tue debolezze, perché i predatori sono sempre in agguato e Mitt ha imparato che bisogna essere più cattivi di loro e cavarsela da soli. Mitt non ha mai voluto chiedere aiuto a nessuno, ma si sa che i cetacei hanno una complicatissima struttura sociale e si sa che loro chiedono aiuto. Ed è questo il punto in cui Jay e Mitt finalmente si riconciliano, senza fare spoiler, senza darvi troppe informazioni che potrebbero rovinarvi la visione, è il punto in cui il film diventa quasi un poema sullo splendore della natura e su quanto ogni essere vivente, nell’intimo, finisca per somigliarsi.
Vi prego, andatelo a vedere.
Ho bisogno di chiudere con qualche sciocchezza di carattere strettamente personale. Se non vi interessa, saltate pure.
Sono stata cresciuta come un maschio. Mio padre mi ha portato sott’acqua la prima volta che avevo undici anni. Mi ha comprato un bombolino da cinque litri e la muta per bambini, mi ha infilato la cintura di pesi e mi ha fatto scendere a dieci metri. Litigavo spesso con mio padre. Ho passato metà della mia vita a fare di tutto per non essere simile a lui. Se gli piaceva una cosa, io dicevo che faceva schifo per principio, anche se non lo pensavo davvero. Quando è morto, ho smesso di andare sott’acqua. Poi ho letto Whalefall, nell’autunno del 2025, e questa estate ho ripreso la mia attrezzatura e sono stata una settimana all’Elba, da sola, a fare soltanto immersioni. Non dico di aver risolto tutti i miei problemi con la figura paterna, ma mi è servito, mi è quasi parso di capirlo, mio padre. La storia di Jay mi parla perché è la mia, come moltissime storie tutte declinate al maschile che hanno definito la mia infanzia. Credo, tuttavia, che sia la prima volta in cui riesco a trovare questa identità così precisa con tutta una serie di sentimenti confusi e spesso repressi che mi accompagnano dall’agosto del 2020.
Purtroppo, mio padre è morto in un letto d’ospedale, che è poi quello che non sono in grado di perdonarmi. So che avrebbe preferito il mare.










