Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 18: Ghost in the Cell

Regia – Joko Anwar (2026)

Il diciottesimo giorno della challenge è dedicato all’horror del Sud Est Asiatico, e guarda caso è disponibile da qualche giorno l’ultimo lavoro del mio migliore amico Joko Anwar, che per l’occasione gira una commedia. Sì, ve l’ho buttata lì subito così siete preparati e avete tempo di riprendervi dallo stato di profonda costernazione in cui questa notizia vi avrà gettati. Però vi assicuro che potete stare tranquilli: Ghost in the Cell è una delizia. Folle, sopra le righe, pure un po’ sconsiderata, ma comunque una delizia. Io per prima non me lo aspettavo, dopo aver visto Satan’s Slave, Impetigore e Torture Grave, ma sono solo tre tasselli di una filmografia molto vasta, da regista, sceneggiatore e produttore, quindi potrebbe non essere la prima volta in cui Anwar si cimenta in un registro differente rispetto al terremoto, terrore e tragedia che me lo hanno fatto conoscere. Sta di fatto che il risultato è sconvolgente, nel senso più positivo del termine.

Dimas è un giornalista che sta scrivendo un pezzo su alcune morti misteriose in una miniera di nickel che sta mettendo a repentaglio la salvaguardia di una foresta nel Borneo. Quando porta il suo articolo all’editor del giornale, quello lo caccia in malo modo e gli intima di riscriverlo, per poi crepare malissimo a opera di una forza invisibile. Dell’omicidio, tuttavia, viene accusato Dimas, che finisce dritto in un carcere dove un direttore corrotto e un capo delle guardie sadico e crudele rendono impossibile la vita dei detenuti. Come se già la condizioni pietose della prigione non fossero sufficienti, gli abitanti del Blocco C, quello dove è rinchiuso Dimas, iniziano a morire in maniera cruenta e inspiegabile, i loro corpi smembrati e poi ricomposti come se fossero delle sculture. Quando il blocco viene isolato, senza corrente e senza alcun aiuto da parte delle autorità, i detenuti devono organizzarsi e collaborare per far fronte alla minaccia.

Io lo so che a leggere la trama questa vi sembrerà tutto fuorché una commedia. Però vi assicuro che, in alcuni momenti, farete fatica a trattenere le risate. Il motivo è che questo fantasma (non è uno spoiler, lo dice il titolo del film) assassino e vendicativo uccide chi è di cattivo umore, arrabbiato, o anche solo molto agitato, e i poveri uomini confinati nel Blocco C, devono fare di tutto per tirarsi su il morale. C’è chi prega, chi si mette a cantare e, soprattutto, chi si mette a ballare e, ve lo giuro su quanto ho di più sacro, a twerkare. Sì, Ghost in the Cell è un horror con dei numeri di ballo di gruppo, un film di botte da orbi in cui a un certo punto bisogna smettere di picchiarsi per non innervosirsi troppo, e quindi irritare il fantasma, e improvvisare qualche passo di danza. È surreale ma divertentissimo. Poi sempre di Anwar parliamo e, quando i protagonisti non sono costretti dalle circostanze a fare i buffoni, assistiamo a delle esplosioni di gore tra le migliori e più estreme dell’anno, con gente che finisce sminuzzata e poi plasmata come pongo e appesa a mo’ di decorazione natalizia.

Però questa volta Anwar vuole proprio divertirsi, anche se nel corso del film lancia diverse frecciatine alla corruzione del sistema carcerario indonesiano, all’avidità dei grandi imprenditori e alle storture del capitalismo. Sono così forti, evidenti che si comprendono perfettamente pur sapendo poco o nulla di Indonesia. Potrebbe essere accusato di essere un po’ troppo didascalico, eppure non mi sembra il caso: è solo che Ghost in the Cell è un film con tutte le manopole del volume tirate su al massimo, è eccessivo, incasinato, pure volgare e grottesco, quando vuole. E poi, sotto tutto questo enorme casino, c’è comunque spazio per mettere in scena un gruppetto di personaggi adorabili, terribilmente umani nei loro difetti e nel loro modo di affrontare gli errori che li hanno portati a farsi macellare nel Blocco C.
Alla fine, il peggior soggetto del blocco è comunque una persona migliore delle guardie, quasi tutte corrotte e prive della minima scintilla di pietà.

Molto interessante anche la struttura gerarchica del carcere, con i detenuti comuni trattati alla stregua di animali e i politici e i poliziotti arrestati per reati finanziari o abusi di potere in comode celle in zone a parte e persino liberi di uscire ed entrare quando loro aggrada.
C’è anche un bel discorso ecologista sulla distruzione delle foreste, che è poi la ragione principale per la quale il fantasma è così inferocito e fuori controllo. Insomma, è un film denso e pieno di cose da dire, solo che sceglie di dirle con gli strumenti della farsaccia splatter, dello sberleffo anarcoide nei confronti di ogni forma di autorità, quasi fosse una parodia del cinema carcerario classico e della sua visione della mascolinità e del cameratismo.
È formidabile dunque l’equilibrio che Anwar riesce a mantenere tra tutti questi elementi che non rischiano mai di esplodergli tra le mani. È un giocoliere che si barcamena tra momenti di totale ilarità e altri di orrore puro, tra sentimentalismo e umorismo così nero da scivolare nel cinismo. Una gioia da guardare, un film sicuramente minore, ma comunque ennesima prova dell’enorme vitalità di questo regista.

Il lavoro che Anwar compie con la macchina da presa è dinamico, rapido, in perenne movimento. Il ritmo è frenetico, la violenza e il sangue sono dispensati a secchiate, senza mai un minuto di tregua. Da quando il fantasma comincia la sua mattanza, non ci si ferma più e si corre verso un finale pirotecnico e persino commovente.
Io ve lo dico qui e magari voi non sarete d’accordo con me, ma in questo momento Anwar è uno dei migliori registi horror in circolazione, a livello mondiale, e non vedo l’ora di scoprire cosa combinerà in futuro, perché ogni suo film è una sorpresa e tutte le volte che annuncia un nuovo progetto, tocca festeggiare.

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