Drop

Regia – Christopher Landon (2025)

Ho fatto i salti mortali per andare a vedere questo film in sala, tanto sfortunato da uscire in Italia la stessa settimana di Sinners e da esserne completamente eclissato. Da un certo punto di vista è anche normale: Sinners è un capolavoro, Drop è un buon thriller e niente più. Ma comunque non è giusto ignorarlo e, sempre perché per vederlo ho dovuto viaggiare chilometri e pagare uno sproposito a quel cazzo di UCI che costa un occhio della testa, ho scoperto che è disponibile da qualche giorno in digitale: forse potreste recuperarlo, data la penuria di horror da vedere al cinema per un altro paio di settimane. Ovvero fino all’arrivo di Final Destination: Bloodlines. Ma, mentre l’attesa si fa spasmodica, occupiamoci del povero Drop, abbandonato a se stesso da una distribuzione scellerata. 

Succede di rado che Landon non scriva un film che dirige. È capitato col primo Happy Death Day, ma è una mera questione burocratica, perché Landon ha riscritto tutto il copione quando è stato assoldato da Blum. Qui, invece, c’è proprio una classica sceneggiatura “di ferro” già pronta, cui il regista mette mano nel momento in cui esce dal progetto Scream 7, in seguito ai disastri produttivi che tutti conosciamo: nel dicembre 2024, Lando abbandona ufficialmente Scream 7 e, ad aprile, è sul set di Drop. Come vedete, non c’è tempo di riscrivere tutto da capo. Vi fornisco questi dati solo per segnalare un’anomalia nella carriera di un regista che ha sempre fatto suoi i film cui ha lavorato e che, soprattutto, nasce come sceneggiatore.
E infatti, un film così non te lo aspetti, non da Landon. Per dire, è molto più nelle sue corde Heart Eyes, che non ha diretto, di Drop. Ma inaspettato non significa brutto, significa soltanto che il buon Christopher sa muoversi benissimo al di fuori di territori a lui consueti e portare a casa un risultato più che dignitoso. 

Cominciamo col dire che Drop è un remake a terra di Red Eye di Craven, con una situazione pressoché identica, identica posta in gioco, stessi appuntamenti narrativi e anche stesso climax finale. In più, c’è ovviamente una tecnologia di cui 20 anni fa non si poteva ancora usufruire e un contesto sociale forse meno pericoloso rispetto a quello di un aereo in volo, ma più complicato da gestire da un punto di vista emotivo. 
C’è una giovane vedova, Violet (interpretata da una eccellente Meghann Fahy), che ha un primo appuntamento con un uomo conosciuto tramite app dopo tanti anni. Lascia il figlio piccolo con la sorella e se va in questo ristorante panoramico di lusso (appositamente costruito per il film), sperando che il tizio con cui deve incontrarsi, Henry,  non sia un completo imbecille. Non lo è, anzi, è un ragazzo interessante, gentile, sensibile e pure molto bello, che non guasta mai. Solo che, non appena i due si siedono al loro tavolo e cominciano a guardare i menù, sul telefono di Violet cominciano ad arrivare una serie di air drop, sempre più minacciosi, che le intimano di uccidere Henry, altrimenti suo figlio e sua sorella faranno una brutta fine. Per dimostrare a Violet che non scherza, chiunque le stia mandando i drop le mostra le telecamere di sicurezza della sua casa: c’è un uomo con un passamontagna nascosto in salotto, armato e pronto a tutto. 

Come in Red Eye, abbiamo una persona ignara che viene sequestrata (lì fisicamente, qui virtualmente) perché ha la sfiga di trovarsi vicino a qualcuno che, per motivi ignoti a lei e al pubblico, deve morire. Nessuno, intorno alla protagonista, deve sapere cosa sta succedendo, pena l’esecuzione di persone a lei care (nel film di Craven era il padre, qui sono figlio e sorella), e lei deve fingere per tutto il tempo che non ci sia nulla di strano, eseguendo tuttavia gli ordini dell’assassino.
Ora, cosa hanno in comune, al di là dei dettagli della trama, Red Eye e Drop?
Hitchock, hanno in comune.
Drop, così come Red Eye, utilizzano entrambi quella che viene definita suspense hitchockiana, nella sua versione in soggettiva: se la suspense è data dalla differenza tra protagonista ignaro e spettatore consapevole, nel caso di Drop, noi siamo nella stessa situazione della protagonista, è come se vivessimo il film in una soggettiva perenne. Stabilità l’identità tra protagonista e pubblico, tutti gli altri personaggi del film sono serenamente inconsapevoli di quanto sta accadendo, tranne noi e Violet. Ed è da lì che scaturisce la suspense. Dal sapere, insieme a Violet, ciò che tutti gli altri, Henry compreso, non sanno. 

Landon è bravissimo a portare avanti questo meccanismo per tre quarti di film, è bravissimo a inventarsi una situazione sempre nuova e diversa per accrescere la suspense e, di conseguenza, la paranoia che proviamo assistendo al film. In più, rispetto a Red Eye, c’è anche il dettaglio di non sapere, all’interno di un ambiente affollato, chi stia mandando i drop a Violet. Potrebbe essere uno qualunque degli avventori o del personale, e ogni tentativo di Violet di cercare aiuto va sempre a vuoto, perché non può davvero fidarsi di nessuno e perché l’autore del complotto ordito ai suoi danni vede tutto: è lì con lei, vicinissimo eppure impossibile da identificare. 
Inchiodati come siamo allo sguardo di Violet, passiamo gran parte del tempo a osservare il ristorante, i clienti, il barman, i vari camerieri per cercare di capire da dove provenga la minaccia, aiutati in questo da una messa in scena molto efficace e classica. 
Non sarà niente di innovativo e niente di originale, ma l’originalità è sopravvalutata e questo è proprio il cinema che piace a me. 

Ho sottolineato, prima, che il ristorante in cui si svolge gran parte del film, prologo ed epilogo esclusi, è stato costruito apposta per girare Drop. È un dettaglio importante perché ci mostra con chiarezza l’intenzione di Landon di fare cinema classico (ho già usato questa parola, la userò ancora): il controllo assoluto sull’ambiente è uno dei vantaggi offerti dalle riprese in studio: quello che perdi, ma neanche troppo, in realismo, lo acquisisci in gestione di ogni minimo dettaglio. Si poteva andare in giro per location e trovare il ristorante adatto, ma non sarebbe mai stata la stessa cosa che avere a tua disposizione un posto fabbricato proprio per soddisfare le esigenze narrative e di messa in scena di regista, direttore della fotografia e scenografi. Il risultato è, a mio parere, altamente spettacolare e dà un senso di precisione e pulizia assolute.
Si guarda Drop e pare duri dieci minuti, non una novantina e spicci. Lo si guarda col fiato sospeso e con la gioia di assistere allo sforzo creativo di chi sa fare bene il proprio mestiere. 
Non fate l’errore di ignorare questo film e non date retta a chi lo giudica poco interessante. Come dicevo all’inizio, è un buon thriller, ma più di ogni altra cosa, è un thriller classico (eccoci di nuovo), e non se ne fanno più tanti. Non lasciamo che questo genere vada perduto. 

11 commenti

  1. Avatar di alessio

    Senza spoilerare in comune con Red Eyes c’è anche l’agnizione del “cattivo” (anche se in un momento differente della tram): sempre scegliendone di ribaltare la facciata da “buono” o innocuo che ci aveva mostrato. Drop è talmente debitore di Red Eyes che il paragone è inevitabile. Drop ci perde nell’ambientazione (e quindi nelle gestioni della crisi), nel villain (anche perché lì era scoperto ma Cillian Murphy era stato comunque sontuoso e luciferino); Drop ha però una protagonista decisamente meno odiosa e più empatica della McAdams (ma in Drop, è vero, l’aspetto emotivo rispetto a Red Eyes è più marcato): dopotutto il modo in cui Violet convince Henry a restare è il momento più alto del film, c’è lo scioglimento della suspence in maniera molto originale e coinvolgente senza contare che quella scena resetta il film e cambia il rapporto tra Violet ed Henry che da quel momento iniziano a giocare davvero insieme anche se è sempre la sola Violet a ricevere le carte. Red Eyes insomma è superiore, entrambi però hanno il difetto di un finale che chiede una sospensione dell’incredulità eccessiva e poi… ecco se magari come in Scream ci si decide di far morire una Drew Berrymore magari insieme alla suspence mettiamo anche un po’ di sorpresa (e finalmente così possiamo immaginare che qualsiasi cosa potrà accadere): non sarebbe male. Perché insomma reggere un film sulla suspence o ti chiami Hitchcock o qualche incrinatura nell’edificio del thriller è inevitabile.

  2. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    Io nemmeno m’ero accorto della sua uscita nelle sale (assai prevedibile che nello stesso periodo Sinners vincesse a man bassa, anche dal punto di vista distributivo)… Vedrò di farla adesso, allora, una capatina in quel.ristorante 😉

  3. Avatar di cristian russo
    cristian russo · ·

    scusa l intrusione ,Il commento non c’entra con il post, ma volevo farti i complimenti per il tuo racconto “La fabbrica delle tesorine” che ho appena finito di leggere sul Curioso di aprile.

    geniale , realismo , fantascienza , Lovecraft e una grande ironia.

    Grazie

    1. Avatar di Lucia

      Ma grazie a te per i complimenti. Sono felicissima che ti sia piaciuto! E sono pure un po’ commossa dalla cosa.

  4. Avatar di cristian russo
    cristian russo · ·

    non capisco perché lo ha pubblicato 4 volte

    scusa

  5. Avatar di Lucia

    Tranquillo. Ora elimino i commenti in eccesso. wordpress ogni tanto impazzisce

  6. Avatar di loscalzo1979

    “Cominciamo col dire che Drop è un remake a terra di Red Eye di Craven, con una situazione pressoché identica, identica posta in gioco, stessi appuntamenti narrativi e anche stesso climax finale. In più, c’è ovviamente una tecnologia di cui 20 anni fa non si poteva ancora usufruire e un contesto sociale forse meno pericoloso rispetto a quello di un aereo in volo, ma più complicato da gestire da un punto di vista emotivo. “

    Ho avuto le stesse medesime vibes di paragone già dal trailer

  7. Avatar di Valerio
    Valerio · ·

    Mi è molto piaciuto, lo metto sullo stesso piano del recente Locked: una riproposizione di un canovaccio noto, ma realizzato con la massima cura e molto bello e divertente da vedere. Avercene.

  8. Avatar di Russell1981

    Thriller atipico e piacevole con una protagonista molto espressiva.

    Lo spettatore viene sollecitato a più riprese e si ritrova a pensare chi sia il “buono” e chi il “cattivo” della storia.

    La faccia della protagonista è più o meno la nostra fino alle scene finali (e nell’articolo viene spiegato benissimo il concetto)

    Finale piuttosto inverosimile, ma nel complesso godibile.

    1. Avatar di Lucia

      Sì, vero, è molto godibile il tutto. Ci si diverte per quel centinaio di minuti e si torna a casa tutti contenti

  9. Avatar di L

    Un buon thriller mainstream di quelli da guardare a cervello spento, alla fine nonostante qualche sia un po’ sempliciotto nella caratterizzazione dei personaggi (lui è alto, bello, muscoloso, ricco, onesto e di buoni sentimenti, altruista ed eroico. praticamente capitan america) si fa vedere. Non ci sarei andato al cinema, ma visto a casa, magari mentre si fa altro, il suo lo fa.